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Convegno-dibattito sull'Usura PDF Stampa E-mail
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lunedý, 24 novembre 2008 23:40

MIrabelli e vescovo
Il prof. Mirabelli e mons. Bertolone
Ieri sera presso il Teatro Comunale di Cassano ha avuto luogo l'annunciato incontro-dibattito sul tema dell'usura, una piaga cancrenosa che ha colpito il nostro territorio da diversi decenni e che, in questi ultimi tempi, sta avendo una recrudescenza di allarmante vastità. Fortemente voluto da Mons. Bertolone, il convegno prevedeva la presenza di relatori di altissimo livello come il giornalista e scrittore Gian Antonio Stella, autore di un libro che ha fatto scalpore e di cui sono state vendute milioni di copie: "La Casta", scritto a quattro mani con Sergio Rizzo (ce ne siamo occupati anche noi vedi: http://www.sibari.info/index.php?option=com_content&task=view&id=242&Itemid=57 ), che purtroppo  non ha potuto essere presente, ma ha inviato un contributo interessantissimo che è stato letto dal nostro gestore Tonino Cavallaro.
L'unico relatore presente, ma di notevole levatura,  è stato Cesare Mirabelli, presidente della Corte Costituzionale e professore di diritto Canonico Ecclesiastico all'Università di Tor Vergata in Roma, che ha brillantemente inquadrato il tristo fenomeno sotto il profilo legale, etico e sociale.
L'incontro è stato coordinato dall'ottimo don Attilio Foscaldi che a Cassano e nell'intera diocesi, da molti anni, si occupa di problemi correlati con i drammi provocati dall'usura.

 Il nostro vescovo, mons. Bertolone, reduce dal recente gravissimo lutto per la scomparsa della mamma, ha voluto comunque portare a termine l'impegno preso, è stato presente ed ha introdotto i lavori che avevano un titolo significativo:

"Annunciare il Vangelo della vita nella nostra terra per un futuro di giustizia e di carità".


La sala era gremita e in prima fila risaltavano le presenze del Procuratore Capo del Tribunale di Castrovillari dott. Franco Giacomantonio, del sostituto procuratore della Repubblica dott. Baldo Pisani, del sostituto procuratore dott.ssa Larissa Catella, del vice-prefetto dott.ssa Paola Galeone, del Comandante la compagnia dei Carabinieri di Corigliano cap. Ruocco,  del  Comandante la tenenza di Cassano ten. Feola e del sindaco di Cassano Gianluca Gallo.
Di seguito pubblichiamo  l'introduzione del Vescovo e la comunicazione inviata dall'assente  Gian Antonio Stella.

 

 

pisani e catella
I due giovani Sostituti Procuratori dott. B. Pisani e dott.ssa L. Catella

“Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”

Annunciare il Vangelo della vita nella nostra terra per un futuro di giustizia e carità 

Premessa 

Carissimi amici, cortesi partecipanti, illustri relatori, vi do il benvenuto e vi ringrazio di essere intervenuti a questo Convegno.Con tutte le riserve sull’efficacia che occasioni di riflessione come questa possono avere nei confronti di organizzazioni capaci di tenere, se non proprio in scacco, almeno in apprensione, lo Stato, e con la consapevolezza che alla fine dei lavori le nostre, le vostre parole – signori relatori – avranno raggiunto fisicamente soltanto i presenti; tenendo infine presente che l’uomo ritiene solo il 20 per cento di quanto le proprie orecchie ascoltano, tutto ciò premesso ho voluto ugualmente questo Convegno per “tenere in caldo” il messaggio del documento dato alla luce un anno fa dalla Cec, “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”: occasione, questa, di riflessione ed anche di silenzio, che mi fa nutrire nel cuore la speranza di toccare la sensibilità e le coscienze del popolo diocesano.

 La Parola e le parole 

Sottolineo la parola “coscienze” per il semplice motivo che le varie mafie temono, più degli apparati giudiziari e dei corpi militari dello Stato, la formazione che Esso fa della popolazione, con attenzione privilegiata alle generazioni in età scolare, Università inclusa.Le organizzazioni malavitose non temono tutte le parole indistintamente: hanno paura delle parole buone, vere, storicamente inoppugnabili che vengono dalle parti sane dello Stato; a maggior ragione, perciò, esse temono la parola divina.

Mi torna in mente un bel pensiero di Emily Dickinson, poetessa americana del XIX secolo: «Non conosco nulla al mondo che abbia potere quanto la parola. A volte ne scrivo una e la guardo, fino a quando comincia a splendere». Le parole fanno risplendere le coscienze, infiammano i cuori, illuminano le menti aprendole a visioni più belle, più grandi, che sanno e dicono di Bene togliendo via via spazio al Male e a chi lo pratica, proprio come il bagliore di una fiamma tiene a bada e mette in fuga le belve che minacciano l’uomo. Noi intendiamo servirci delle nostre parole, e soprattutto della Parola, attraverso il messaggio del Vangelo, perché è nostro desiderio e compito tenere vive le coscienze e calamitare le attenzioni via via a cerchi concentrici che si espandono tutt’intorno dalla nostra realtà cassanese (che è purtroppo il fulcro di più grosse realtà mafiose della provincia ed oltre). «Poca favilla gran fiamma seconda» diceva Padre Dante! E noi, con una “piccola favilla”, proviamo a far convergere i riflettori su certi problemi, con il fine di mettere in crisi il potere mafioso mettendone in chiaro connotati ed azioni.

Le nostre armi? L’ho già detto: le buone parole e la luce della buona novella. Con esse intendiamo inserirci nelle opere dello Stato per trasformare tanti individui in altrettanti cittadini, il che vuol dire che avranno acquistato consapevolezza certamente dei propri doveri, ma anche dei propri diritti irrinunciabili. Il giornalista, lo scrittore, i convegni  hanno il compito di essere sentinelle dei diritti dell’uomo e persino nella dignità umana ovunque sia violata. «La parola è fra i maggiori antidoti per capire e reagire»  scriveva Albert Camus.

Tra le altre ricorrenze, questo A.D. 2008 ce ne ha ricordate due basilari: il 60° anniversario della Proclamazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e il 40° della nostra Costituzione repubblicana e democratica. Però, quando ci mettiamo a riflettere proprio sul primo articolo, nel quale è scritto che essa “è fondata sul lavoro”, allora non ci sentiamo soddisfatti e neppure tranquilli.

Ci chiediamo, infatti: quale lavoro?

Qui da noi il tasso di disoccupazione raggiunge picchi che sono purtroppo tra i più alti dell’intero Paese. La considerazione amara che ne vien fuori è che un essere umano senza lavoro anzitutto non è un cittadino e nel suo animo, ma anche nei confronti del mondo, vive come colui che ha subito un furto, a causa del quale qualcuno lo ha privato non solo del pane, ma anche della considerazione sociale.Una persona ridotta in queste condizioni è una potenziale, facile esca delle tentazioni offerte dalle organizzazioni malavitose, le quali hanno bisogno continuo di manovalanza. 

Lottare contro il male 

In ogni caso, mi preme di sottolineare una cosa: il convegno non è stato organizzato per condannare e basta, perché – tanto – “ci deve pensare lo Stato”. Quanto a pensare, ci dobbiamo pensare tutti, ciascuno nel proprio ruolo, semplice o istituzionale, individuale o collettivo, personale o comunitario, Chiesa compresa, anzi in prima fila.Il Convegno vuole indicare, questo sì; vuole offrire spunti di confronto di idee e di riflessione, auspicando che vengano a conoscenza delle Istituzioni affinché si occupino di più di queste realtà, se non altro per dare o per restituire a tanti onesti cittadini ciò di cui sono stati fino ad oggi privati.

Ci diamo anche il compito di stimolare, di sensibilizzare lo Stato affinché non sia “distratto” ed immemore dell’esistenza di una giustizia distributiva. Ma soprattutto, ci assumiamo la responsabilità di combattere il Male con le armi del messaggio evangelico. E’ scritto nel Vangelo: “Euntes, docète gentes”: dovunque andiate, ammaestrate le genti annunciando il Vangelo perché in esso viene indicata la via della verità e della giustizia, che non può essere nell’amore e nella pacificazione.Compito della Chiesa è di predicare la Parola perché tutti siano convertiti, senza eccezioni: pecore e lupi.

La Chiesa mira al pentimento delle coscienze, prerequisito di una società equa, nella quale i principi della Carta costituzionale si trasformino in realizzazioni: in tema di lavoro, come ho già detto, di diritto allo studio, alla salute, alla casa, alla sicurezza sociale, alla difesa della famiglia, nella pace e nel rispetto generale. A riguardo mi piace ricordare una frase del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa barbaramente ucciso dalla Mafia il 3 settembre del 1983: “ Solo quando lo Stato dà come diritto ciò che le varie organizzazioni malavitose danno come favore ci sarà la possibilità di sradicare ogni forma di criminalità”.

Nello specifico, Essa segue due strategie, ovvero due tattiche di una strategia sola: evangelizzare e convertire. Questi due capisaldi del Magistero evocano un grande pontefice ed un grande comunicatore: S. S. il servo di Dio Giovanni Paolo II, di cui amo citare due pensieri: «Nel celebrare, verificare, promuovere l’evento conciliare, la Chiesa [...] assume con rinnovata energia la sua fondamentale missione di evangelizzare, cioè di offrire l’annuncio di fede, speranza e carità che essa stessa trae dalla sua perenne giovinezza, nella luce di Cristo vivo»[1].

E, a proposito della conversione: «Il Signore insiste nel chiedere [..] una vera conversione, accogliendo la sua parola con coscienza pura. Accogliere, infatti, significa fare propria la Parola, fare in modo che essa entri nella dinamica della nostra libertà, seguendo una coscienza aperta alla luce che da tale parola proviene»[2].A tutti gli uomini la Chiesa dice: convertitevi, proprio come “grida” il Vangelo di Luca: «Se non vi convertirete, perirete tutti…» (Lc 13, 5). Convinto come sono che gli slogans lascino il tempo che trovano quando non sono seguiti da fatti, e che troppo spesso a cadere nella rete della Giustizia siano soltanto i pesci piccoli, allora resta l’obiettivo di convertire le coscienze alla luce della carità di Cristo. Ecco perché chiediamo una fattiva e collaborativa attenzione agli esponenti dei mezzi di comunicazione di massa, affinché veicolino i messaggi giusti, anzi li esaltino.Chiudo questo mio breve indirizzo con l’esortazione di Gesù contenuta nel Vangelo di Marco: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1, 14-15). 

X Vincenzo, Vescovo



[1] Insegnamenti di Giovanni Paolo II, Libreria Editrice Vaticana, 1995, passim.

[2] Idem.

 

Il Messaggio di Gian Antonio Stella

 

Mi dispiace molto che, a causa di un problema improvviso, io non possa essere oggi tra di voi.
Per il tema che affrontate e per gli ospiti così illustri che avete coinvolto in questa iniziativa. Mi dispiace e me ne scuso. Perché credo che iniziative come questa voluta da monsignor Vincenzo Bertolone, al quale porgo le mie più sentite condoglianze per il dolore che lo ha colpito, siano assolutamente indispensabili in una terra bellissima ma tormentata qual è oggi la «Calabria infelix».
So bene come sia facile, in questi casi, cadere dentro gli stereotipi di cui si nutrono certi razzisti delle mie contrade settentrionali e che feriscono tutti i calabresi per bene. E conosco abbastanza la storia della Calabria per sapere come certi mali abbiano radici antiche. Ricordo come il distretto giudiziario di Catanzaro, alla fine dell’Ottocento, aveva 31 omicidi l’anno ogni centomila abitanti, cioè il doppio della media italiana e dieci volte il tasso del distretto milanese.
Ricordo che l’ingresso dello Stato italiano a Platì, un paese che via via si sarebbe incattivito fino al punto che monsignor Giancarlo Bregantini sarebbe stato spinto a mandarci come parroco un missionario che per anni era sopravvissuto nell’inferno sudafricano di Soweto, viene ricordato per l’immagine dei bersaglieri che per giorni girarono per il paese con la testa del capo della rivolta contadina Fernando Mittica infilzata su una pertica.
Ricordo come un ufficiale veneto dei carabinieri reali, Enrico Panirossi, scrisse che nei primi cinque anni dopo l’Unità d’Italia Lungo «si triplicarono addirittura le imposte, ma la terra non triplicò i suoi frutti e il suo valore».
Ricordo episodi di ferocia savoiarda spaventosi come l’ordine dato dal generale Mahnes che al brigante Benincasa appena catturato fossero amputate senza anestesia tutt’e due le mani e che venisse portato così mutilato, con le «mani legate dai pollici  e appese intorno al suo collo», fino a casa sua, in San Giovanni in Fiore, per l’impiccagione.
Ricordo anche il saccheggio di denaro pubblico della Cassa per il Mezzogiorno messo a segno da imprenditori settentrionali che hanno intascato i soldi e lasciato cadaveri industriali. Come cadaveri industriali e svincoli stradali insensati sono stati lasciati da altri furboni del Nord accorsi nel Sud come mosche sul miele in occasione di ogni leggina speciale per questa o quella calamità naturale.
Per non dire di mille altri episodi che un meridionalista rancoroso potrebbe imputare ai Savoia e a Giolitti (che secondo Montanelli governò senza mai scendere sotto Napoli) e poi a Mussolini e se volete anche al destino cinico e baro.
Ma che senso avrebbe? Proprio perché sono veneto so bene che certe precisazioni rischiano di trasformarsi, senza una dose di auto-coscienza, in una lagna piagnona insopportabile. E ogni leghista di bocca buona potrebbe ricordare una filastrocca diffusissima qualche decennio fa:
«Co San Marco comandava se disnava e se senava. / Soto Franza brava xente, se disnava solamente.  / Soto casa de Lorena no se disna e no se sena, /Soto casa de Savoja de magnar te ga voja!»
Traduzione: Quando San Marco (cioè Venezia) comandava, si pranzava e si cenava. Sotto i Francesi, brava gente, si cenava solamente. Sotto il casato dei Lorena (cioè gli Austriaci) non si pranza e non si cena. Ma sotto il casato dei Savoia di mangiare sì che hai voglia!»
E c’è chi potrebbe ricordare che, come ha documentato in un libro Luigi Piva, il brigantaggio a metà dell’Ottocento era diffusissimo anche nel Polesine e nella bassa padovana al punto che il tribunale di Este comminò per quel reato quattromila condanne. E che fu il Veneto a pagare quasi per intero le devastazioni della Prima Guerra Mondiale e buona parte di quelli della Seconda. E ancora che il Triveneto è stato l’area più svuotata dall’emigrazione sia in cifre assolute (5.459.000 anime) sia in percentuale sulla popolazione. E che il Veneto è stata l’unica regione italiana (l’unica) ad avere perduto abitanti anche nel dopoguerra tra il censimento del 1951 e quello del 1961.
E che ancora nel secondo dopoguerra c’erano centinaia di famiglie che vivevano alle foci del Po in capanne di paglia e le donne cantavano «Mamma papà non piangere / non sono più mondina / sono tornata a casa / a far la contadina»  e il reddito pro-capite della bassa padana era un terzo di quello di Torino e la provincia di Treviso aveva il 58% dei comuni considerati «area depressa» e l’emigrazione degli anni Cinquanta fece sfollare in dieci anni il 22% degli abitanti di Fontanelle, il 26% di quelli di Mansuè e il 27% di quelli di Gorgo al Monticano.
Ma che senso c’è a «chiagnere» sulle disgrazie e le ingiustizie del passato in queste lagne interminabili in cui il celtico Mario Borghezio e il siculo Raffaele Lombardo maledicono insieme Giuseppe Garibaldi?
Nessun senso. Non va così, negli altri paesi. L’Andalusia non <chiagne> continuamente sui secoli passati sotto gli arabi e quella che fu la Germania Est non <chiagne> continuamente sui decenni di comunismo. Diciamolo: è diventato insopportabile, per me che amo il Veneto e amo il Mezzogiorno, questo vittimismo piagnone sul passato. Insopportabile.
Ricordare sì, è giusto. Di più: è doveroso. Ma la storia, per crescere, va ricordata tutta. Tutta. Anche le cose che non piacciono ai veneti e che non piacciono ai calabresi. Non sono stati i settentrionali, a scardinare e distruggere la Carical, crollata sotto una montagna di debiti dopo avere concesso mutui perfino ipotecando case abusive destinate all’abbattimento.
Non sono stati i settentrionali (se non in parte minima) a devastare Copanello e tutta la costa calabrese. Non sono stati i settentrionali a ubriacarsi di contributi alla Cantina vinicola di Donnici dove la regione pagava 225mila euro di stipendi per produrre 62 euro di vino. Non sono stati i settentrionali a buttare enormi quantità di denaro in operazioni scellerate come l’ospedale mai aperto di Pizzo, nelle cui cantine ci sono ancora scatoloni e scatoloni di scarpe per le infermiere col tacco alto comprate da qualche calzaturiere amico ancora prima di assumere le infermiere.
E potrei andare avanti per ore. Voglio dire che, da veneto e da italiano e da sincero amico del Mezzogiorno non ne posso più del vittimismo.
Ma ve la ricordate la risposta degli avvocati di Catanzaro dopo l’esplosione dello scandalo dell’esame truccato per l’accesso all’albo degli avvocati? «La ferocia demolitrice con cui in questi ultimi giorni la stampa, la radio e la televisione hanno aggredito tutta la città di Catanzaro indicando al pubblico ludibrio una categoria professionale, quella degli avvocati dell' intera provincia, ben nota in campo nazionale per le sue indiscusse capacità, probità, signorilità...». Non c’era una sola parola, in quel comunicato, che denunciasse l' andazzo che da anni spingeva migliaia di aspiranti avvocati a scendere in Calabria (compresa la futura ministra Gelmini) a tentare l' esame molto più facile che nel resto della Penisola. Non una parola di autocritica. Zero.
Peggio, emerse ancora una volta la solita lagna: «Noi calabresi siamo un po' permalosi e restiamo dell' idea che i settentrionali tendano, forse inconsapevolmente, a evidenziare i nostri "difetti" piuttosto che i nostri pregi».
Troppo spesso, in passato, è finita con l’invettiva verso «il Nord che non capisce». Basti ricordare le rampogne contro Enzo Biagi, colpevole di avere sottolineato i buchi neri sul versante degli sprechi, della criminalità, del delirio amministrativo. O il convegno fatto a Vibo Valentia contro Giorgio Bocca, reo d'avere descritto ne «L'inferno» una terra disperata e violenta in cui un rapito caricato su un taxi attraversava un paese visto da tutti senza che alcuno chiamasse il 113.
O le polemiche contro Agostino Cordova, allora magistrato a Palmi, che aveva osato raccontare: «L'altro mese ho fatto un esperimento: ho fatto passare in ufficio i 33 sindaci della circoscrizione e ho chiesto loro se sapevano che nel loro paese c' era la mafia. Lo sapevano solo tre».
Certo, il Nord ha molte colpe. E ne hanno scritto centinaia di storici, sociologi, scrittori, cronisti accumulando tonnellate di prove che documentano come il Sud abbia motivi di rancore dai tempi in cui il generale Cialdini mandato a «normalizzare» le Calabrie scriveva a Cavour «questa è l' Africa! Altro che Italia! I beduini, a confronto di questi cafoni, sono latte e miele!».
Ma questo può forse legittimare l'accusa di accanimento nordista davanti alla notizia che la Finanza ha accertato 423 milioni di euro di danni erariali nella costruzione della diga sul Metramo che ha visto 53 perizie di variante per alzare all’infinito i prezzi senza mai finire i lavori?
E’ ancora possibile o no sottolineare lo spavento davanti ai numeri della violenza, che vede oggi la Calabria avere un tasso di omicidi quadruplo rispetto alla media italiana?
Piaccia o non piaccia, questo è il dato: un secolo fa il tasso di omicidi calabrese era il doppio di quello italiano e oggi è il quadruplo. Può essere «solo» colpa del Nord che non ha aiutato abbastanza queste povere terre?
E’ difficile spacciare una versione come questa. Molto difficile. Credo piuttosto che abbiano ragione quei calabresi formidabili come il direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis, il grande avvocato Caterina Malavenda o il giornalista ormai canadese Antonio Nicaso, per non dire di tantissimi altri, da Pino Arlacchi a Maurizio Barracco, a stare alla larga da quel genere di piccare precisazioni che sfociano fatalmente nel vittimismo.
Molto meglio guardare le cose in faccia. Come fa Mauro Minervini quando, nel suo ultimo libro, lamenta piuttosto l’assenza di un Roberto Saviano calabrese che sappia mostrare al mondo le condizioni di una terra meravigliosa e disperata come solo chi ama davvero la sua terra può denunciare.
E’ il tradimento di chi si ama a farci soffrire. Per questo chi ama davvero la Calabria e i calabresi non può che denunciare i mali che l’affliggono. Per questo sono felice che monsignor Vincenzo Bertolone, nella scia di un impegno forte e coraggioso di tanti preti contro la cultura mafiosa che ha avuto uno dei suoi punti più alti nella Pastorale sulla ‘ndrangheta, abbia organizzato questo convegno. E per questo mi dispiace molto di non essere presente. Certo come sono che quella di oggi possa essere una piccola grande tappa per costruire una Calabria migliore.
Gian Antonio Stella

 

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