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Domenico Mauro,una vita da ribelle PDF Stampa E-mail
Scritto da L. Marino   
giovedý, 04 febbraio 2010 07:15
Mauro
Domenico Mauro
Abbiamo precedentemente pubblicato uno studio di Luca Marino riguardante il brigantaggio in Calabria, proponiamo ora alla vostra attenzione la narrazione delle imprese "letterarie" di un poeta, scrittore, giornalista e rivoluzionario calabrese che visse a cavallo di un periodo storico molto controverso per la storia della Calabria e di tutto il Regno delle Due Sicilie, quello che vide i moti risorgimentali che portarono poi all'unità d'Italia. Domenico Mauro, uomo di lettere descrive nelle sue opere la Calabria che tentava di uscire dall'oscurantismo borbonico, ma che si rese conto, dopo l'annessione al Regno Sabaudo di essere caduta dalla padella nella brace, Buona lettura

Domenico Mauro  [1] nacque a San Demetrio in provincia di Cosenza nel 1812. Nel 1840 iniziò a pubblicare a Napoli un giornale letterario “Il Viaggiatore”, che fu presto soppresso. Nel 1942 venne arrestato a Cosenza e poi trasferito a Napoli. Venne liberato sotto sorveglianza a metà del ’44, con il permesso di restare a Napoli. Fu di nuovo arrestato nel ’47 e posto in libertà nel periodo costituzionale. Fino al ’48 ebbe poca libertà di movimento e di azione; tuttavia sono questi gli anni in cui si consolida la sua scelta politica e culturale, e si forma il mito di un Mauro “giovane aquila” o, in termini polizieschi, “famosissimo demagogo”. Del resto, già nel biennio ‘43-44, malgrado la sua condizione di prigioniero politico, egli seppe intrecciare una fittissima rete di rapporti con i paesi albanesi, creando un’organizzazione cospirativa la cui efficacia si vedrà nel ’48, e riuscì anche a riprendere la sua battaglia culturale, sorreggendo il lavoro critico svolto, con grande impegno da un gruppo di giovani liberali dalle colonne de ”Il Calabrese”, fondato appunto nel 1842.

Il fallimento del moto del ’43 aveva insegnato al Mauro due cose entrambe importanti: da un lato, che la rivoluzione non può farsi poggiando sulla grande proprietà terriera e, dall’altro, che non “restava a sperare che sul popolo”. In questo punto la sua “professione di fede” è esplicita: il moto dell’agosto ’43 era organizzato sul presupposto di un sicuro apporto della grande proprietà terriera, soprattutto per il reclutamento della gente di campagna; alla prova dei fatti, mancarono proprio i proprietari, mentre furono presenti alcune squadre contadine. Per il Mauro il popolo può costituire la forza principale del moto rivoluzionario, a patto di saperne correggere gli “istinti primi”; correzione per altro conseguita per mezzo dello stesso fatto rivoluzionario. Ma, al popolo mancavano i capi disposti a chiamarlo all’azione rivoluzionaria.

In realtà, fallito il disegno rivoluzionario, la lotta politica rifluiva in quegli anni nell’alveo non meno impegnativo del dibattito culturale dove si incontravano diverse esperienze, tutte però legate da un profondo bisogno di rinnovamento morale e civile. E il Mauro stesso, pur costretto in carcere, prende parte a quel dibattito, disegnando, nei versi e negli scritti critici, una linea di battaglia ideologica, che è nella sostanza una battaglia politica. Se si esamina “Il Calabrese”, la rivista cosentina fondata la fine del ’42, i caratteri di quella battaglia emergono chiaramente: il punto di osservazione è certo “provinciale”, ma, proprio per questo, è di speciale importanza e consente di misurare l’estensione del ricordato processo di rinnovamento e, insieme, di accertare i precisi rapporti intercorrenti allora tra quel che si diceva a Napoli e quel che si faceva nelle lontane province.

Nel ’48 il tema dominante è la polemica tra romanticismo e classicismo e, il Mauro insieme al Miraglia rappresentano la tendenza più estrema e si richiamano a Byron, al Borghi, al Manzoni, al Grossi, sostenendo il principio che il romanticismo è figlio della civiltà moderna e non può seguire le logore tecniche dell’età antica. Mauro, partecipa attivamente alla difesa della filosofia di Dante, che veniva accusato di essere un poeta eterodosso e non cattolico, quasi un “Lutero in erba”. Dal carcere di Napoli, dove era stato rinchiuso, inviava poesie e racconti e, una volta liberato scrisse due ampi saggi “Su l’impossibilità di una letteratura nazionale ai nostri tempi” e “Sul Bello e il Sublime”; saggi entrambi importanti e pressoché contemporanei alla pubblicazione dell’“Errico”.  Di fatto i concetti esposti da questo autore sui problemi estetici non vanno al di là di una formula, peraltro non bene giustificata, secondo la quale il “Bello è l’esercizio simultaneo, uguale di tutte le nostre facoltà fatto secondo la loro natura, mentre l’esercizio di una sola costituisce il piacere” e, in sostanza, la sua pretesa di aver con ciò dimostrato che sensibilità ed intelletto concorrono entrambi nella creazione del sentimento del bello, che “nasce gemello alla vita sensitiva e alla vita intellettuale, ed ha la culla in mezzo ad esse”. Certamente indicativi sono questi due saggi per la comprensione del suo indirizzo sociale nei quali si nota la pretesa del Mauro di rispondere alla domanda di come una letteratura poteva soddisfare i bisogni della presente Europa e che finisce per concludere con l’asserita impossibilità di una letteratura nazionale del suo tempo.                   

In realtà, dice Mauro, l’Europa “manca di una letteratura vivente ed universale, perché non conosce la verità e non crede di conoscerla, quella verità fondamentale, che spiega la natura, e la destinazione dell’uomo e che risponde a tutti i grandi bisogni dello stesso”. Lo scetticismo di quel tempo, sostiene questo autore, non può produrre poesia perché una società che non è contenta di se stessa, quando non riposa pienamente nella sua coscienza, non può avere una grande letteratura; e la nazione non ha bisogno del poeta, ma di un Moisè, un Cristo o di un Licurgo.   Nel suo pensiero politico invece, risiede l’idea che senza nazione non c’è letteratura, che senza una lingua intesa da tutti non c’è poesia, che senza costruzione di un nuovo edificio sociale non c’è la possibilità di affratellare gli uomini sotto la stessa bandiera.                      

Per lui, le nuove generazioni, dopo il “riso formidabile” di Voltaire, hanno varcato le frontiere del passato, della speranza, della religione, e spaventate di se medesime si avanzano precipitate da un passo fatale senza sperar nulla.

Nel 1845, Mauro pubblica  l’Errico [2], che voleva essere un brano di epopea popolare, una sorta di rievocazione dei costumi, della religione, dei sentimenti del popolo calabrese insorto contro i Francesi; è proprio in quell’anno egli riprende a Napoli la via della cospirazione, riallacciando i legami interrotti dopo la sfortunata esperienza calabrese. E c’è, a tal proposito, una testimonianza del Racioppi, che va ricordata. Parlando della formazione di Giacinto Albini, lo storico lucano così scrive: “Ma più larghi influssi su di lui, come su tanti altri giovani napoletani a lui contemporanei, esercitò quel Domenico Mauro che, qualche anno prima del 1848, grazie ad un ingegno fiero e robusto, fu capo, guida e maestro di un cenacolo di giovani, che, eredi ideali dei Camodeca, dei Bandiera, dei Ruffo, moschettati in Calabria, non tennero altrimenti lo spirito delle umane lettere che come spirito di libertà”; e aggiunge: “Che in quel cenacolo di artefici, di versi e di prose a doppio intento, alitasse il verbo della Giovane Italia che fu detto e creduto”.

Il Mauro conobbe i fratelli Bandiera nelle carceri di Cosenza e non mancò certo di discorrere con loro attorno a Mazzini e al suo programma. Dopo il fallimento dei moti mazziniani del ’48, anche Mauro, era a favore della forma repubblicana. Questo sembra trarsi dalla lettera di Mazzini del ’59 e da un ricordo posteriore di Padula, ma più come frutto d’influssi storici e letterari che come conseguenza di un chiaro indirizzo ideologico. Comunque tra il dibattito  suscitato dagli scritti di Mazzini e la forma spirituale e morale di Mauro si potevano trovare molteplici consonanze.

Il “Caffè Buono” a Toledo era il luogo di raccolta di un nucleo cospirativo, ed è qui che si commentavano le novità librarie e il Mauro, dice Racioppi, leggeva Dante, volgendolo a intenti civili; e intanto si mandavano avanti le pratiche cospirative tra Napoli e le province. Nel maggio del ’46 la polizia arrestava un giovane medico, Vincenzo Pupino di Taranto, responsabile di tramare una rivolta; compiuta l’istruzione, si vide che l’ispiratore era Mauro, che era già sottoposto a misure coercitive ed ora severamente avvertito e minacciato di carcerazione, se non cambiava tenore di vita. Tutto ciò ci conferma la presenza di un gruppo nutrito di giovani provinciali che studiavano e lavoravano a Napoli e rappresentavano, se non un partito mazziniano, certo posizioni democratiche. Nell’ottobre del ’47 la polizia ordinava l’arresto di Mauro. L’episodio rivoluzionario di Reggio e Messina aveva scoperto le carte del movimento settario diretto dal Romeo, che era di fatto lo stesso intrapreso nel ’42 e che, malgrado la diversità di orientamenti dei diversi gruppi che vi partecipavano, si riconosceva nella figura del Poerio. Qualche testimone aveva peraltro dichiarato che Domenico Romeo si muoveva in tutto il Regno per incarico dell’appaltatore doganale Bonucci e che, a Napoli, agiva il grande Carlo Poerio ed erano capi influenti i sig.ri Mosciaro e Mauro di Cosenza.

 

Poerio
Carlo Poerio
Fallito il moto, si vede bene che il lavoro di preparazione non aveva interessato solo Reggio e Messina, ma, in particolare, le due province di Cosenza e Catanzaro, nelle quali gli esponenti liberali della grande proprietà operavano in strettissima intesa con i democratici: i baroni Marsico e Cozzolini e Francesco Stocco parteciparono alla preparazione del moto assieme al Mauro e al Romeo e, nel caso di Stocco, assieme ad Eugenio De Riso e Domenico Angherà. Tuttavia l’arresto di Mauro è solo legato indirettamente a quel tentativo insurrezionale, e la notizia della riunione da lui presieduta a Napoli alla presenza di molte persone appartenenti a più province nel settembre pervenne alla polizia solo nel mese successivo. La ragione principale emerge dall’interrogatorio del tipografo Trombetta, arrestato per aver stampato la seconda edizione della Protesta del Settembrini; appunto in quella occasione la polizia accertò che il Mauro era l’autore di un proclama clandestino dal titolo suggestivo “Le Guerrillas calabresi al popolo delle Due Sicilie”, rinvenuto in molte province nella seconda decade dell’agosto del ’47. Il governo mandò due reggimenti, nelle province di Cosenza e Catanzaro, per distruggere talune piccole bande, circa 40 mascalzoni, le quali rubando e devastando beni privati, suscitavano giuste apprensioni fra i proprietari della Sila.         

L’occasione per scrivere un proclama fu offerta, certamente, al Mauro dallo stato permanente d’agitazione in cui versavano i paesi silani per la riaffiorante guerra tra i contadini e proprietari attorno le terre demaniali. In quegli anni la situazione si era aggravata, dando luogo ad una sorta di “brigantaggio” del quale le cause erano politiche-economiche, ma che si traduceva praticamente in un’azione contro tutte le proprietà dei possessori additati come usurpatori.     Il Mauro conosceva il problema nei suoi termini reali e aveva peraltro notizie sulla frequenza delle sortite dei briganti e dei timori che esse suscitavano presso un ampio settore dell’opinione pubblica, ivi compresi i medi e piccoli proprietari terrieri. Tuttavia, muovendo dall’intuizione che si dovesse utilizzare la massa contadina nel moto insurrezionale, egli prendeva pretesto dalle opposizioni che sono conseguenti ad ogni prolungata occupazione militare per risollevare la questione demaniale e proclamare la forza di quanti si scontravano con i grossi proprietari usurpatori; e non è da escludere che, ponendo una questione politica, tentasse una giustificazione di quanti erano spinti al brigantaggio dall’iniquo sistema giudiziario o dalla prepotenza di un qualche proprietario usurpatore.

Nel corso degli anni, il Mauro fece di tutto per applicare i suoi ideali. Nel 1848, dopo la sua liberazione viaggiò per l’Italia e non solo, andò prima a Napoli e poi in Calabria per poi scappare in Albania. Ritornato a Roma si fermò negli stati Sardi e nel 1860 prese parte alla spedizione di Sicilia e dopo tanto da farsi per l’Unità d’Italia, trovò la serenità a Firenze dove morì, in solitudine, nel Gennaio del 1879.  

Passeremo nel prossimo capitolo ad analizzare una delle tante novelle scritte da Domenico Mauro, l’Errico. Un famoso scritto che parla di un brigante che visse nella solitudine e descrive la situazione della Calabria dell’800.



[1] Per questo capitolo farò riferimento al testo: “ Cospirazione e letteratura”, di  G. Cingari, e in particolare del capitolo 2, “Il Calabrese, L’Errico e le Guerrillas”, pagg. 50 a  84.

[2] Il romanticismo Naturale Calabrese, Francesco De Sanctis, I Riti, Novembre, 2002, pagg. 101-102.

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