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Sibari

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Sitea: una leggenda di Sybaris PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonio Cavallaro   
lunedý, 14 aprile 2008 06:37

Arianna e Dionisio
Amanti mitici
Chi mi conosce bene, sa che a me piacciono molto i libri, ne possiedo molti e di norma non li acquisto secondo un filo logico, ma vado un po’ a naso a seconda della disposizione d’animo del momento. Così mi ritrovo con libri di racconti e romanzi di autori noti e importanti e di autori perfettamente sconosciuti, di volumi di storia, trattati di filosofia e psicologia, di fiabe e novelle, resoconti di guerre ecc.   Alcuni di autori stranieri li ho addirittura comprati in lingua originale, con prevalenza per il tedesco e il francese che sono le lingue che riesco a decifrare con maggiore facilità. Qualche amico che mi viene ogni tanto a far visita mi sfotte perché a volte non riesco a trovare facilmente un volume che so di avere ma non riesco a individuare nella mia disordinatissima biblioteca.

Tutto ciò per iniziare una storia che ho letto da qualche parte e di cui voglio farvi partecipi, ma della quale per il momento non riesco a darvi notizie bibliografiche, prendetela per quello che è: una storia, una leggenda, un mito? Chissà?

La storia è quella di una donna bellissima il cui nome (questo lo ricordo) era Sitea (o Setea?), una principessa figlia di un re di Tracia, che visse più o meno nel periodo storico della famosa guerra di Troia (circa 13° sec. A.C., in termini più semplici 3300 anni fa, più o meno), qualcuno che non è ferrato in storia greca, si chiederà: ma dov’era ‘sta Tracia? Beh!  Il regno di Tracia comprendeva all'incirca l’attuale zona nord-orientale della Grecia, la parte meridionale della Bulgaria e un pezzo della moderna Turchia (chi vuol saperne di più vada su Wikipedia) . La principessa viveva nel lusso e nell’agiatezza della reggia paterna e forse si annoiava pure un po’, quando un bel giorno a corte giunse una delegazione dalla Grecia che doveva incontrare suo padre, il re, per certe questioni di confini, insomma politica territoriale che alla giovane e bella Sitea non interessava di certo, ma fu attratta da un giovane e bello ufficiale greco che era venuto al seguito degli ambasciatori (non mi chiedete il nome del greco, non lo ricordo), lo avvicinò, si piacquero e si innamorarono. Allora le ambascerie duravano molto a lungo, quindi ebbero tutto il tempo di incontrarsi e farsi probabilmente vicendevoli promesse di amore eterno. Quando la visita finì il greco promise che si sarebbe fatto vivo per chiedere la sua mano, ma il fato decise purtroppo diversamente.

grecia antica
La tracia, nel tondo rosso

Dopo alcuni mesi scoppiò una terribile guerra tra la Tracia ed il regno di Troia, i troiani che erano guerrieri formidabili, misero in fuga le truppe nemiche, occuparono e incendiarono la città nella quale viveva la nostra bella eroina, uccisero tutti i  suoi familiari e la risparmiarono affascinati dalle sue fattezze e dalla sua compostezza in mezzo a quella distruzione (era una donna coraggiosissima). La condussero a Troia ed il re di quella città, che era Priamo, il famoso padre di Ettore, di Paride e di Cassandra ricordati tutti da Omero, colpito anch’egli dalla bellezza altera di questa prigioniera, la ospitò nella sua reggia dove le fu accordato un regime di semi-libertà e le fu assegnato un lavoro diciamo di coordinamento dei servizi interni, una specie di governante tuttofare. La bella Sitea non era felice e, anche se si dimostrava affabile con i suoi padroni, covava sotto-sotto un desiderio folle di vendetta. Gli anni passarono e un bel giorno la città di Troia fu aggredita dagli eserciti greci che sbarcarono sul territorio troiano per vendicare l’offesa arrecata da Paride al re greco Menelao per avergli rapito la moglie, un’altra bella gnoccona, la famosa Elena, ma questa è una storia che avete sicuramente letto o almeno ascoltato a scuola. Quello che ci interessa invece fu che, nel frattempo, erano passati diversi anni, il giovane ufficiale conosciuto da Sitea era diventato generale e uno dei consiglieri di Agamennone, il comandante in capo dell’esercito greco, e, guarda caso, fu inviato insieme ad altri alla reggia di Priamo per trattare la restituzione della bella Elena. Il destino volle che Sitea lo vedesse e la fiamma dell’antico amore si riaccese prepotentemente, il generale si accorse della sua ex-innamorata e per mezzo di spie riuscì ad organizzare un incontro. Al generale greco l’infatuazione  era passata da tempo, ma avendo capito che Sitea aveva libertà di movimento, pensò di sfruttare la passione della donna per organizzare l’invasione e l’occupazione della città. Ci sarebbe forse riuscito se Ulisse nel frattempo non avesse ideato la faccenda del famoso cavallo di legno, così i greci riuscirono nel loro intento senza usufruire dei servigi di Sitea. Durante la devastazione e il saccheggio della città, Sitea, abbandonata dal suo generale, fu tratta prigioniera insieme ad altre donne e fatta salire a bordo di una delle navi greche per essere condotta in Grecia dove sarebbe stata poi sicuramente ridotta in schiavitù. Ecco che ora c’entra Sibari, o meglio la zona dove circa 500 anni più tardi sarebbe sorta la città di Sybaris. Le navi greche, come accadeva spesso di quei tempi, perdettero la rotta e furono sbattute dalla tempesta sulle nostre coste, i greci scesero a terra per rifocillarsi e probabilmente per approvvigionarsi di acqua e di cibo presso la popolazione indigena (gli Enotri) che viveva sulle colline circostanti. Sitea rimasta su una delle navi con le altre donne, riuscì a convincere quest’ultime alla ribellione, si liberarono, sopraffecero i pochi soldati rimasti di guardia e incendiarono alcune navi, sapendo che il loro destino, una volta giunte in Grecia, era quello delle schiave. I greci vedendo dalla terraferma le loro navi andare in fumo e con esse anche la loro speranza di tornare in patria, ritornarono a bordo nell’estremo tentativo di salvare il salvabile. Interrogate le prigioniere superstiti risalirono alla vera colpevole, così la povera Sitea fu condannata ad una sorte orribile. Dapprima fu crocifissa, poi fu trascinata  lungo la costa ed infine fu gettata da una rupe che era a strapiombo sul mare.  A ricordo di quel tremedo accadimento  quella rupe fu chiamata nei secoli successivi “Pietra Sitea”. Ora qualcuno dirà,: “ ma a Sibari non ci sono rocce a strapiombo sul mare”! E’ vero, ma il territorio di Sibari dei tempi antichi comprendeva praticamente tutta l’attuale area da Rocca Imperiale a Mirto e la rupe di cui si narra nella leggenda è sicuramente la roccia su cui oggi sorge il castello federiciano di Roseto Capo Spulico, castello che fu edificato nel XIII° sec. per ordine dell’imperatore Federico II°, ben 2500 anni dopo la presunta storia della bella Sitea.Una storia d’amore e di morte, simile a molti racconti della mitologia greca che pochi conoscono, una delle tante leggende della nostra terra antica. Ho provato a cercare qualche riferimento riguardo al nome della roccia prima che venisse costruito il castello, ma fin’ora non ci sono riuscito. Chissà che qualcuno di voi amici navigatori non mi possa aiutare a svelare il mistero della “pietra Sitea”?

 (Una parte del mito di Sitea (o Setea) viene ricordato da Licofrone, vissuto nel IV sec. a.C., nella sua più importante opera, il poema "Alessandra")

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