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I vicoli di Caravaggio e di Ribera PDF Stampa E-mail
Scritto da A.Della Ragione   
mercoledý, 20 luglio 2016 18:37
ImageNel budello scuro del Cerriglio, tra chiese abbandonate, vicoli puteolenti e palazzi nobiliari in rovina, si possono ancora vedere nei volti dei popolani, oramai mischiati agli extracomunitari in un coacervo inestricabile le creature cupe immortalate dal pennello di Ribera, mentre a pochi passi rivive l’atmosfera della celebre taverna dove Caravaggio fu raggiunto dai sicari inviati dai familiari di Rainuccio Tomasoni, l’uomo da lui ucciso a Roma per un futile litigio e lo ridussero talmente male che i giornali dell’epoca scrissero addirittura che il lobardo era morto per le ferite dell’aggressione. Caravaggio non era l'unico artista a frequentare il Cerriglio (che probabilmente si chiama così perché c'era un piccolo albero di "cerro" a delimitare la zona).

Dei tavoli della taverna hanno parlato, nei secoli, anche Giovan Battista Della Porta, Giambattista Basile, Sgruttendio, Giovan Battista del Tufo, Carlo Celano, Giulio Cesare Cortese, Emmanuele Bidera, Vincenzo D'Auria, Benedetto Croce. Pare che sulla porta della locanda fossero riportati questi versi popolari: «Magnammo, amice mieje, e po' vevimmonfino ca stace ll'uoglio a la lucerna: Chi sa' si all'auto munno nc’è vedimmo! Chi sa' si all'auto munno nc'è taverna!».

Cerriglio: un posto pieno di storia popolare e grande arte. Non a caso, c'è un'altra espressione, attribuita al cuoco della Taverna del Cerriglio: «è ffritto 'o ffecato». Sta a significare, per metafora, «ormai le cose sono andate così». Eppure, a parte lo spirito e la storia, non tutti i turisti si accorgono di quanto Caravaggio sia parte integrante del centro antico della città. Percorrendo questo angolo dimenticato ci si interroga sul destino di quella che fu una antica capitale uno sguardo alle tante edicole votive e si intravedono gli spetti di un lontano passato, sembra di poter vedere il cammino di re Ladislao e dei sovrani borbonici, di Matilde Serao e di Malaparte.

Piazza Borsa alle spalle si sale lungo viuzze protette da archi tra lamiere divelte e monnezza ubiquitaria, fino a raggiungere la quattrocentesca chiesa di San Pietro in Vinculis, chiusa da un tempo infinito, saccheggiata ed oltraggiata dentro e fuori. Una zona popolare oggi colonizzata dai Cingalesi gente pacifica, commista a studenti universitari fuori sede. Più avanti vico San Geronimo dei Ciechi, naturalmente senza sbocco e vico Melofiocco, puntellato dal terremoto del 1980. un odore pungente di marcio, forse perché il mare, prima che i lavori del Risanamento lo facessero arretrare arrivava fino a queste mura portando merci e odori dal lontano Oriente.

Mura strette che danno l’impressione di palazzi grandiosi, oltraggiati dalle lenzuola stese tutto l’anno a tutte le ore.

All’improvviso, vicino all’Orientale lo splendido portale della cappella Pappacoda e ti convinci che il passato possa essere un viatico per il futuro.

Quassù, il mare non lo immagini neanche più. Lo si avvista dagli attici che si rincorrono da un tetto all'altro. A livello di strada, invece, tra palazzi sontuosi, così vicini che quasi si compenetrano come un disegno dalle prospettive allucinate di Escher, la nobiltà non è ancora precipitata nella miseria, ma a tratti ne ha l'aspetto. Le botteghe sono a misura di quartiere. il salurniere, il fruttivendolo, la merceria, la piccola officina, l'artigiano si alternano a qualche negozio etnico a beneficio degli studenti. Turisti se ne vedono pochi, facce straniere quante ne volete: universitari o immigrati. Eppure, se la bellezza e la memoria scuotessero gli animi, facessero mettere mano alla tasca, sveltissero le burocrazie, Napoli offrirebbe su un piatto d'argento una delle sue anime più misteriose. Del resto siamo poco lontani dall'insula di Santa Chiara. Zona dove al posto dei pazziarielli di buona memoria è ora dominata dagli artisti di strada «Fanno feste, si mangia, si beve e da qua partono i loro spettacoli per le vie della città. Da quando ci sono loro, c'è di nuovo allegria. E pure qualche turista». Basta poco.Per Palazzo Penne, invece, il tempo non basta mai. Da dodici anni è al centro di una vicenda di ordinari paradossi, con il corollario di carta bollata e processi. Quando la strada dei Banchi Nuovi si allarga in piazza Teodoro Monticelli, per presentarvi sulla sinistra la gialla facciata delle chiesa dei santi Demetrio e Bonifacio, scoprite la sagoma grigia del palazzetto del segretario di re Ladislao, Antonio Penne, uomo di penna, di nome e di fatto. Bugnato toscano e portale ribassato alla maniera durazzesca. Un capolavoro. Ma solo il portale è stato ripulito e fa l'effetto di una passata di rossetto su un viso decrepito. Dietro la facciata c'è un numero enorme di stanze, su tre piani: si arrampicano fin sotto la cupola della chiesa. Dodici anni fa fu acquistato dalla Regione Campania. Era ridotto a rudere. Ora è pure peggio. Nel 2004 la Regione lo ha ceduto, in comodato d'uso all'Orientale, per fame un polo universitario d'eccellenza, con laboratori, aule per seminari e convegni. L'avete mai visto? Lungaggini, appelli (del presidente Giorgio Napolitano), indagini (dell'Unesco e della magistratura) e il Palazzo sta ancora tutto sporco, pieno di monnezza, come il mare della canzone di Pino Daniele, è «Nisciuno 'o pò guardà».

Di fronte Palazzo Penne si può ancora leggere su una lapide un ammonimento sanzionatorio di Ferdinando IV del 1773 contro chi lasciava rifiuti per strada. Pena prevista la galera. Se fosse ancora valido Poggioreale dovrebbe decuplicarsi. Una lapide simile, anteriore di venti anni (1753), collocata durante il regno di Carlo, padre di Ferdinando, è all'imbocco del Cerriglio, accanto a un'officina meccanica.

Da quassù di vede la stretta ferita del Pendino Santa Barbara che riporta giù a Sedile di Porto. Strada letteraria per eccellenza. Presa a simbolo del degrado sociale e umano. Già dall'imbocca, prima delle bitte di pipemo che lo restringono a esclusivo uso pedonale, folklore e creatività si danno la mano, ma alla maniera napoletana, trasformandosi in rifiuto. C'è un casaruoppolo di legno, tutto pittato di azzurro Calcio Napoli. Dentro, chiuso da un catenaccio, resiste occultato il chiosco di marmo di Nennella, un' istituzione cittadina. Al suo banco dell'acqua, fino a 15 anni fa quando è scomparsa, si sono abbeverati migliaia e migliaia di passanti. Lei stessa è stata immortalata in decine di fotografie. Ora non c'è più, ma il chiosco resiste, sebbene ridotto a custode di un cumulo di rifiuti che gli cresce sotto. Un colto sanzionatore ha lasciato una scritta in franco- napoletano: «Ceci n'est pas une monnezza». È una parafrasi del celebre «Ceci n'est pas une pipe» («Questa non è una pipa») di Magritte. E infatti non era una pipa, ma un quadro. Questa, invece, è proprio monnezza.

Qui, lo sversamento incontrollato era un'abitudine che scandalizzò Matilde Serao: «Da una parte e dall'altra abitano femmine disgraziate, che ne hanno fatto un loro dominio e, per odio di infelici disoccupate, nel giorno e per cupo odio contro 1'uomo, buttano dalla finestra, su chi passa, bucce di fichi, di cocomero, spazzatura, torsoli di spighe: e tutto resta, su questi gradini, così che la gente pulita non osa passarvi più». Tutta questa zuzzimma adesso non c'è, ma neanche riluce di pulizia. Non ci sono più neanche le nane che Curzio Malaparte immortalò nella sua «Pelle»: «Son così piccole, che giungono a stento al ginocchio di un uomo di media statura. Sono laide e grinzose; fra le più brutte nane .che siano al mondo».

Continua la ricerca del punto esatto dove vi era la famosa taverna del Cerriglio. Niente da fare il punto esatto non lo troviamo anche se ci aiuta ciò che scriveva sul finire dell’Ottocento Salvatore Di Giacomo, pencolante tra la nostalgia dei vicoli opachi e il disgusto dei fondachi verdi: «La via larga e nuova del Rettifilo ha ingoiato il Cerriglio grande ov'ella principia, da San Giuseppe. Il piccolo Cerriglio è murato, e i tempi nuovi e il novello commercio milanese in Napoli gli han piantato davanti il negozio del signor Carsana».

La via s'inerpica in vuoto riempito solo da scooter parcheggiati o distrutti e abbandonati. Qua e là resti di spazzatura. È uno scorcio spettrale a ridosso della frenetica piazza Bovio. Più che un ritorno al passato, all'epoca in cui questi minuscoli sentieri tra mura servivano a proteggere la città dai temuti attacchi dal mare, sembra di essere precipitati in un futuro inquietante, come se si passeggiasse negli angoli più segreti di Capri o Positano dopo un bombardamento che avesse messo a tacere per sempre le voci di dentro che sussurrasse: «Senza bellezza non c' è salvezza».

E vorremo concludere con un ricordo giovanile: sfidando il tempo è ancora attivo il Casino di Santa Chiara (leggi sul web il mio articolo che racconta la sua storia) brulicante di vita è solo cambiata la nazionalità delle “signorine”.

Achille della Ragione

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