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29 maggio 1985: data tragica per il calcio PDF Stampa E-mail
Scritto da L.Tuoto   
lunedý, 01 giugno 2015 07:29
ImageIl 29 maggio di 30 anni fa a Bruxelles si consumava la tragedia più grave che si ricordi nella storia del calcio. Ci furono 39 morti causati dall'idiozia scellerata di tifosi esagitati, ma anche dall'imprudenza di chi aveva deciso di far giocare in uno stadio inadatto una finale di Coppa dei Campioni. Un amico era presente e ne traccia un ricordo ancora vivo e obiettivo. Grazie a Luigi Tuoto , caro collega ed amico, per la nota che segue.
29 Maggio 1985 – Tragedia dell’Heysell

Quel maledetto mercoledì di trenta anni fa, in quello stadio c’ero anch’io.

Quest’anno, come molti di voi sapranno, ricorre il trentesimo anniversario della “strage dell’Heysel”: Lo stadio di Bruxelles tristemente noto ai tifosi juventini e non solo, dove il 29 maggio del 1985 poco prima dell’inizio della partita finale di Coppa dei Campioni giocata dalla Juventus e dal Liverpool, si consumò una delle più impressionanti tragedie della storia del calcio moderno in cui persero la vita 39 Persone 32 delle quali Italiane, provocata dal comportamento incivile e barbaro degli hooligans inglesi e, contemporaneamente agevolata dall’inettitudine della polizia locale e dalla infelice e quasi inesistente organizzazione dei rappresentanti UEFA del Belgio.
Purtroppo, quel maledetto mercoledì di trenta anni fa, in quello stadio c’ero anch’io.
Ho svolto fino allo scorso anno l’attività di Agente di Viaggi. L’ho fatto per quasi sette lustri. Mi sono occupato prevalentemente di curare l’organizzazione tecnica dei viaggi di gruppo nei vari settori che questa variegata disciplina offre a chi ama viaggiare in comitiva – Uno dei settori è stato quello del turismo sportivo. Curare l’organizzazione per assistere ad importanti avvenimenti agonistici mi ha permesso di svolgere un piacevole lavoro e seguire nello stesso tempo da vicino, alcune fra le più importanti competizioni sportive sia nazionali che europee. Una per l’appunto è stata la finale della Coppa dei Campioni giocata a Bruxelles dalla Juventus e dal Liverpool in quella tragica notte del 29 maggio del 1985.

A distanza di trent’anni, questo è il mio ricordo:

Accompagnavo un gruppo di juventini, poco più di 40 persone. Gente tosta. Tutti reduci della stessa comitiva di 300 tifosi con i quali, due anni prima, esattamente il 25 maggio del 1983 assistetti con grande delusione alla finale di Coppa dei campioni giocata ad Atene fra Juventus e Amburgo, finita come tutti sappiamo con la beffa di Magat: mediocre calciatore tedesco, passato alla storia calcistica del suo paese per quella importante rete segnata alla juve.

ImageL’esperienza di Atene, sostanzialmente amara, per la cocente delusione rimediata, (ricordo alcuni ragazzi del gruppo in lacrime) tutto sommato venne in poco tempo metabolizzata, tanto che, alcuni dei componenti di quella comitiva, durante il viaggio di ritorno, mi invitarono a programmare una nuova trasferta per assistere alla prossima finale di coppa dei campioni non appena la juve, avesse nuovamente raggiunto quell’ambito traguardo.

Nel frattempo, però, ad aggiudicarsi lo scudetto alla fine dell’anno calcistico 1982-83 fu la Roma, ragion per cui, l’anno successivo (1984) la juve non partecipò alla competizione europea, va ricordato che all’epoca partecipava solo la squadra vincitrice dello scudetto. Come tutti sappiamo, fu la squadra capitolina a giocare la finale della Coppa dei campioni contro il Liverpool proprio all’olimpico di Roma il 30 maggio 1984, finita purtroppo per i Romanisti 4-2 a favore della squadra inglese, dopo i calci di rigore. Dopo la parentesi romanista, Il campionato 1983-84 rivide nuovamente la juve accaparrarsi il suo 21° scudetto e di conseguenza, la partecipazione alla coppa dei campioni. La vecchia signora, per la cronaca, conquistava quell’anno, la sua terza finale europea.

si preoccupasse di organizzare il viaggio a Bruxelles. Invogliati anche dall’ottima organizzazione tecnica che nel 1983, ad Atene, venne profusa in modo impeccabile dai greci, si pensò di ripetere così l’esperienza anche per la partenza verso Bruxelles. Tutto sommato, una volta avuti i posti assegnati nel settore prescelto dello stadio, non era poi così difficile sistemare un gruppo di 40 tifosi. Anche perché, il metro di paragone, circa l’organizzazione, per noi continuava ad essere l’impianto di Atene.
Lo stadio greco, infatti, finito di costruire nel 1982, aveva tutti i posti numerati. Ad ogni biglietto corrispondeva un sedile. Quella volta, pertanto, fù facile sistemarsi nel settore di competenza e assistere comodamente alla partita, tutti seduti ognuno al proprio posto. Ricordo un particolare curioso: Due tifosi, all’ultimo momento, per motivi familiari dovettero rinunciare al viaggio. Avevo con me, però, i due biglietti d’ingresso allo stadio. Una volta giunti ad Atene, dopo aver consegnato ad ognuno del gruppo il proprio tagliando d’ingresso, d’avanti allo stadio, cercai di vendere a qualche greco sfornito di biglietto, i due che mi avanzavano. Nel fare ciò, fui redarguito anche energicamente da alcuni poliziotti in borghese che, evidentemente mi avevano scambiato per un bagarino. A quel punto, onde evitare spiacevoli conseguenze, lasciai cadere la cosa e senza indugiare oltre, entrai nello stadio e mi misi ad aspettare con il resto del gruppo l’inizio dello spettacolo calcistico. Pensate che quei due posti, rimasero vuoti per tutta la durata della partita.

ImageLo stadio olimpico di Atene, come si può notare anche dalle foto allegate (foto n.1 e n.2) suggeriva ottimismo. Avevo visitato, per motivi analoghi, diversi altri stadi europei, tutti più o meno confortevoli e tutti più o meno in grado di fornire le dovute garanzie per ospitare una competizione come quella della coppa dei campioni. Nessuno però immaginava, neanche lontanamente che, nel cuore della civile Europa potesse esistere uno stadio come l’Heysel di Bruxelles, scelto dagli organizzatori della UEFA per disputare la competizione calcistica più importante d’Europa

Lunedi 27 maggio in prima mattinata, raduno di tutti i partecipanti a Cosenza in piazza Fera e partenza in pullman GT della ditta Tonino Parise alla volta della capitale belga. La prima tappa, raggiunta senza soste intermedie, a parte quelle di servizio, fu Parigi. Nella tarda mattinata di martedì 28 maggio, infatti, così come previsto, arrivammo puntuali a sistemarci in un hotel sito nei pressi di porte d’Italie nel 13° Arrondissement della capitale francese. Nel pomeriggio visitammo la città. Altri gruppi di tifosi italiani erano in città quella sera e. nonostante i “cori da stadio” e i caroselli improvvisati anche sugli champs-Elyseès, nessuno in definitiva ebbe a lamentarsi del nostro chiasso, tutto sommato abbastanza contenuto.
L’indomani, mercoledì 29 maggio, dopo aver addobbato il pullman con bandiere bianconere, striscioni e gadget vari, partimmo da Parigi per Bruxelles. Durante il viaggio, i commenti circa la possibile formazione che il Trap avrebbe schierato si sprecavano. Ognuno aveva in mente la propria e rispetto alle altre era sempre la formazione migliore. Altri pullmans di tifosi italiani che sventolavano bandiere bianconere trovammo lungo i 300 km della comoda autostrada che dividono la capitale francese da quella belga. Arrivammo a Bruxelles per l’ora di pranzo. In un ristorante gestito da un calabrese, consumammo un veloce pasto precedentemente prenotato, e subito dopo, senza perdere altro tempo ci dirigemmo verso il parco dell’Heysell, la dove, a poca distanza dall’Atomium, (foto n.3) il famoso monumento che rappresenta i nove atomi di un cristallo, è posto lo stadio che prende il nome della zona che lo ospita. In città si respirava l’aria dei grandi avvenimenti. Sembrava tutto tranquillo, nonostante la sera prima si fossero verificati degli incidenti, anche pesanti, provocati dagli hooligans, dei quali venimmo a conoscenza nel ristorante durante la sosta per il pranzo. Lungo le vie di Bruxelles era uno sventolio continuo di colori bianco-neri e rossi. Gruppi di ragazzi italiani ed inglesi, in marcia verso lo stadio, formavano una spontanea e festosa coreografia. Sembrava veramente tutto tranquillo. Nulla, nonostante l’esuberanza degli inglesi, (anche i nostri però non scherzavano), lasciava immaginare quello che sarebbe successo solo dopo qualche ora. Ricordo un piccolo particolare che ci capitò ad un incrocio. Fermi per un semaforo rosso, un gruppo di hooligans si avvicino al nostro pullman e rovesciò sulle vetrate la birra rimasta nelle loro bottiglie. Ci fu un attimo di Smarrimento. Vi lascio immaginare il coro di complimenti e belle frasi ( Ncul…. A mam…..e chi te m…..pezz’i me..……Curn…. Ecc.ecc.) che quelli del mio gruppo indirizzarono agli inglesi. Qualcuno voleva che aprissimo le porte. Nel frattempo, per fortuna scattò il verde, e l’autista senza esitare riprese la marcia e in breve tutto si tranquillizzò. Gli epiteti e i gestacci, indirizzati agli inglesi, però, continuarono ad essere espressi dai tifosi del mio gruppo, con la faccia schiacciata sui vetri e con gli sguardi furiosi, fin dove fu possibile seguirli. Finalmente arrivammo al parcheggio dell’ Heysell. Nel ristorante, avevo consegnato ad ognuno il biglietto d’ingresso allo stadio. I nostri posti si trovavano in curva nel settore N, praticamente proprio alla spalle della porta. Prendemmo accordi con gli autisti sul luogo del ritrovo dopo la partita e subito ci avviammo al cancello d’ingresso del nostro settore. Alcuni ragazzi inglesi ci invitarono a scambiarci le sciarpe. (foto n.4) Cori e schiamazzi vari anche con qualche energico sfottò si avvertivano da più parti del piazzale, urlati a turno dai vari gruppi di tifosi. Tutto sommato, comunque, si respirava un clima festoso, apparentemente tranquillo. Nell’avvicinarci alla porta del settore N, ebbi modo di osservare bene le mura dello stadio e i cancelli d’ingresso. Rimasi abbastanza perplesso. Avevo sempre in mente lo stadio di Atene e al confronto quello di Bruxelles mi sembrava di un altro mondo. Paragonabile, forse, pur senza averne mai visto uno, a quelli esistenti nei paesi in via di sviluppo.
ImageI tifosi arrivavano sempre più numerosi e nonostante la folla incominciava ad agitarsi anche perché erano già le cinque pomeridiane, nessuno si preoccupò di aprire i cancelli per fare entrare quella folla di scalmanati. I mugugni erano sempre più urlati. Eravamo in balia delle nostre imprecazioni e nessuno degli addetti alla ricezione era presente. Fra le migliaia di tifosi assiepati, solo due coppie di poliziotti a cavallo che, pur se a breve distanza, si limitavano unicamente ad osservare l’andazzo. Ad un certo punto, un gruppo si mise a spingere contro la porta d’ingresso. L’infisso era abbastanza flessibile. Bastò gridare “forza” e subito altri si unirono ai primi e, spintone dopo spintone, dopo qualche minuto la porta venne letteralmente divelta. In pratica un gran numero di tifosi entrò nello stadio senza staccare il biglietto. Un quarto d’ora più tardi, tutto il mio gruppo prese posizione nel settore N, occupando senza alcun criterio, i posti nelle gradinate, chiaramente non numerate e prive di ogni altro riferimento. Eravamo, come si può osservare dalla foto n.5 ad un paio di metri dal settore O, diviso dal nostro da una rete, come quella che abitualmente si usa per delimitare tratti di confini di orti o per costruire i recinti dei pollai. Ogni due o tre gradini erano sistemate delle transenne fisse che avrebbero dovuto “regolamentare” il flusso ma, come potete ben capire, in quello stadio, privo di ogni comfort logistico, null’altro fu possibile fare oltre che ammassarsi alla meno peggio, nella zona “conquistata” ed aspettare in quelle condizioni, sempre in piedi e senza la minima possibilità di movimento, l’inizio della partita. Verso le ore 18,00, lo stadio era quasi pieno. Solo la curva di fronte, ancora, sembrava avere degli spazi disponibili proprio nel settore Z, quello per intenderci, che, alla fine risultò essere tragicamente invaso dalla furia barbara degli hooligans. Le due curve erano divise ognuna in tre settori. In quella che ospitava il mio gruppo si trovavano i settori M-N-O. Tutta la curva ospitava la tifoseria juventina. L’altra curva, invece, era divisa nei settori Y-X-Z. Non tutta la curva però venne destinata ad ospitare la tifoseria inglese. Il settore Z venne riservato ai tifosi bianco-neri, composto per lo più, come si seppe dopo la tragedia, da gruppetti di amici o da piccoli nuclei familiari non appartenenti a nessun gruppo organizzato. Solo i settori Y e X dunque erano occupati dai tifosi inglesi e, purtroppo, si trattava dei famigerati hooligans, divisi dagli innocui tifosi juventini, come ho detto prima, soltanto da una semplice rete, abitualmente usata per costruire i recinti dei pollai.
Tutto la stadio era una bolgia. Cori, slogan e sventolii di bandiere, come abitualmente succede, contribuirono a caratterizzare uno spettacolo, fin li solo chiassoso. Quella manifestazione di tifo pur se esuberante, che durò per quasi un’ora, tutto sommato, non suscitò particolari problemi o tensioni fra le due tifoserie. Tuttavia, a noi del settore N come pure a gli altri della nostra curva, non sfuggi di osservare la grande agitazione della curva di fronte. Il colore rosso degli inglesi soverchiava abbondantemente il colore bianco-nero dei tifosi juventini ospiti del settore Z. Gli inglesi, appiccicati alla rete si agitavano freneticamente. I tifosi juventini, intimoriti, si mantenevano almeno ad un paio metri di distanza dalla rete che li separava dagli hooligans.
La partita doveva iniziare alle h20.20 Poteva mancare un’ora al fischio d’inizio quando quel gruppo di barbari hooligans si mise a fare pressione in maniera forsennata sulla rete che li divideva dal settore Z. Dal nostro punto di osservazione, vedevamo chiaramente l’oscillazione della rete sempre più ondeggiare sotto la violenta pressione degli hooligans e il conseguente arretramento dei tifosi bianco-neri i quali, man mano che la rete dava l’impressione di cedere definitivamente, cercavano di allontanarsi il più possibile da quel pericolo.
ImagePurtroppo dopo qualche minuto la rete venne sfondata e l’invasione del settore Z da parte degli hooligans avvenne con la massima facilità. Fu una scena particolare che, purtroppo, ricorderò per tutta la vita. Ogni volta che mi capita di ricordare quel momento, lo faccio portando come paragone l’esempio della chiusura di un ventaglio. Quando vi capita, prendete un ventaglio e apritelo interamente. Con un po di fantasia si può paragonare al disegno della curva di uno stadio.
Provate poi a chiudere il ventaglio nel tempo massimo di 5 o 6 secondi, lasciandone aperta solo una piccola parte, immaginando che quella parte rappresenti uno spicchio di quel tragico settore Z in cui tanti corpi furono costretti ad ammassarsi dietro la spinta violenta di un gruppo di barbari.
Purtroppo, accadde proprio così, si trattò di una gratuita azione di violenza eseguita da un gruppo di incivili. Gentaglia, della peggiore specie vivente, barbari insolenti e oltremodo vigliacchi, ancora più spregevoli perché in quel frangente, fu per loro particolarmente facile comportarsi da vigliacchi. Infatti, la tifoseria juventina organizzata che poteva opporsi a quella azione demente, era tutta nella curva dove eravamo sistemati anche noi cosentini. Sicuramente, se dall’altro lato ci fossero stati i gruppi dei tifosi della nostra curva, gli hooligans non avrebbero avuto tanta libertà di movimento. Ancora adesso non riesco a capire come fu possibile destinare il settore Z a quella tifoseria juventina non organizzata, sistemata proprio di fianco ai temibilissimi hooligans. Fu senz’altro l’errore più colossale e tragico commesso dagl’incauti organizzatori del Belgio.
Eppure, conoscevano la pericolosità di quegli individui, da tempo tristemente nota e, ancora peggio, sapevano che lo stadio Heysell, così com’era strutturato, non era in grado di garantire neanche lontanamente (come poi si è visto) la benchè minima misura di sicurezza. Il settore Z, infatti, doveva essere assegnato alla tifoseria inglese. In quel modo, gli hooligans sarebbero rimasti isolati e sicuramente non avrebbero cercato il contatto con l’altra tifoseria, anche perché quella curva era collegata alla tribuna solo dal lato del settore Y e quindi più facile da controllare. Invece, si seppe poi che quei posti, dapprima riservati al pubblico locale, furono poi venduti alle diverse organizzazioni sportive e turistiche non appartenenti ai canali della tifoseria organizzata. Prevalse l’affare sulla sicurezza. Gli hooligans si comportarono da barbari ma l’inettitudine degli organizzatori UEFA e l’immobilismo della polizia belga furono ancora più rilevanti.
Dalla nostra postazione, in un primo momento, non percepimmo la dimensione del dramma che si stava consumando dall’altra parte nel settore Z. Circolava tuttavia, anche se in maniera non del tutto chiara, la notizia che qualcuno si fosse fatto male e, forse, anche in maniera grave.
Era indubbio comunque che gli inglesi avessero forzato la mano più del dovuto. Quell’azione sconsiderata, quando noi ancora ci chiedevamo cosa fosse successo, purtroppo, aveva già stroncato 39 vite umane. Non so se in quel momento, i tifosi bianco-neri fossero al corrente della reale situazione. Sta di fatto che la tifoseria juventina a quel punto inizio la sua azione e in tanti specialmente gli occupanti la nostra curva, abbatterono i cancelletti che davano sulla pista olimpica ed entrarono sul terreno di gioco. Non c’era più controllo, in poco più di mezz’ora l’Heysell divenne una bolgia incontrollata. La polizia a cavallo, anziché intervenire energicamente, sembrava invece, dovesse partecipare ad una sfilata e oltretutto, quando fu in grado di dare qualche manganellata, questa venne diretta solo verso i tifosi juventini. Lascio immaginare quel che avvenne prima della partita. I tifosi juventini erano inferociti, la curva era un continuo fermento. Sotto la nostra postazione arrivarono Cabrini, Tardelli e Brio e dopo un po anche gli altri giocatori si buttarono nella mischia nel tentativo di sedare gli animi. Col passare dei minuti, vedevamo affluire all’interno dello stadio un numero sempre maggiore di poliziotti. Evidentemente, come poi si seppe, fu l’esercito ad intervenire. Gli organizzatori UEFA, i presidenti delle due squadre e i rappresentanti delle forze dell’ordine, presero tempo proprio per dare la possibilità all’esercito di intervenire decidendo subito dopo, nonostante i morti, di giocare la partita. Il capitano del Liverpool prima e Scirea capitano della juventus, subito dopo, annunciarono che la partita si sarebbe giocata proprio per consentire alla polizia di organizzare al meglio l’evacuazione dallo stadio. In effetti, se così non si fosse deciso, forse, il danno complessivo alla fine, sarebbe stato ancora più pesante.
Dopo circa un’ora e mezza dall’orario previsto, dunque, in un clima surreale, iniziò quell’assurda partita di calcio. Il primo tempo fini 0-0. Intanto, nell’intervallo. incominciarono ad arrivare notizie sempre più chiare che descrivevano meglio i disordini del pre-partita. Circolava la voce che c’erano dei morti. Per noi dell’altra curva fu solo la conferma del dramma, peraltro, sempre percepito. Non si sapeva altro. A quel punto eravamo tutti preoccupati per le nostre famiglie. Loro da casa, seguendo le immagini televisive, sapevano meglio quale fosse la reale situazione. Sapevano dei morti e purtroppo, sapevano anche di non poter comunicare con noi. I telefonini non erano stati ancora inventati. Fu per tutti una grande sofferenza. Dopo dieci minuti del secondo tempo, l’arbitro assegnò alla juve un calcio di rigore del tutto inesistente. (circolano decine di filmati ognuno se vuole può prenderne visione) Platinì realizzò quell’unica rete e la juve si aggiudicò la sua prima coppa dei campioni. Si esultò facendo anche il tipico giro del campo. Noi non capivamo bene se esulare o soggiacere. Posso assicurarvi che niente e nessuno visse quei momenti con la dovuta e necessaria serenità d’animo. Tutto era terribilmente surreale. Facevamo ciò che la massa imponeva di fare in circostanze analoghe. Avevamo comunque la forte percezione del dramma che in quel momento, in quel maledetto luogo, si viveva. Finita la parentesi “gioiosa” ci organizzammo per l’uscita e dopo poco tempo eravamo fuori dallo stadio diretti al parcheggio dei pullmans. Ricordo due cordoni di polizia schierati a protezione del passaggio degli hooligans. Loro, scortati con ogni mezzo fino ai punti di partenza, sfilarono indisturbati con il resto della tifoseria inglese, protetti in modo da non consentire nessun contatto fisico con la tifoseria juventina. Si capì solo dopo perché si giocò la partita. In pratica, durante lo svolgimento della gara, una colonna di militari ebbe l’agio di intervenire sul posto ad organizzare senza problemi l’evacuazione di tutti i tifosi inglesi. Era da poco passala la mezzanotte. Tutti eravamo pronti per partire. Dopo la conta e l’appello di tutti i partecipanti, un po stanchi, frastornati e con tanto desiderio di telefonare a casa, iniziammo il viaggio di ritorno. Le stazioni di servizio più vicine a Bruxelles erano tutte prese d’assalto da altre comitive. D’accordo con gli ottimi autisti, decidemmo allora di tirare almeno fino in Francia, sicuri di trovare più avanti dei telefoni liberi. Loro conoscevano bene quella zona e il loro consiglio venne da tutti accettato. La previsione si avverò, anche perché gli autisti, decisero, contravvenendo alle normali regole, di non osservare il limite di velocità. Superammo, infatti, un notevole numero di altri pullmans e questo ci consentì, appena giunti alla stazione di servizio stabilita, di anticipare diverse altre comitive e “sequestrare” tutti i telefoni disponibili. Le linee erano intasate, nessuno in prima battuta riuscì a comunicare. Io, feci prima il numero di casa, e niente, chiamai i miei zii e nulla, a casa di amici la stessa cosa. Mi misi allora a comporre i numeri che in quel momento ricordavo di più. Per fortuna, dopo alcuni tentativi, appena composto il numero di Gabriele Milano (il mio medico), subito dopo il primo squillo mi rispose.
“Gabriè, sono Luigi” dissi “Lui, come stai, Madonna Santa!” fu la sua risposta, seguita da pochissime altre battute. Lo tranquillizzai, gli dissi di telefonare a casa mia e lo pregai di avvisare i carabinieri che il gruppo dei cosentini stava bene e che tutti stavamo ritornando a casa. Erano quasi le cinque di mattina. Arrivarono nel frattempo altre comitive, e in breve, anche quella stazione di servizio si riempì oltremodo di gente frenetica all’affannosa ricerca di un telefono disponibile. Alla fine, tutti riuscimmo a telefonare, e da tutti apprendemmo, anche se per sommi capi, ciò che la televisione trasmise mentre noi aspettavamo di assistere alla partita. Dopo quelle telefonate, incominciammo ad avere maggiore contezza di ciò che accadde in quella infausta sera e della reale portata della conseguente enorme tragedia che ne derivò.
Tutti eravamo un po stanchi. Decidemmo tuttavia di riprendere il viaggio per poi effettuare, appena giunti in Italia, una sosta, che avrebbe consentito fra le altre cose, il dovuto riposo per gli autisti. Nel pomeriggio, giungemmo in Italia e sostammo come previsto in un’area di parcheggio nei pressi di Courmayeur. Acquistammo subito tutti i giornali disponibili, e dalle tante foto pubblicate, capimmo definitivamente i dettagli di quella tragedia e, ove mai ve ne fosse ancora bisogno, tutta la reale drammaticità. Ricordo un particolare: In quell’area di parcheggio, sostava un pullman di studentesse inglesi in gita scolastica in Italia. Appena il nostro pullman addobbato di striscioni e bandiere bianco-nere si fermò, leggemmo sui volti di quelle ragazze un po’ di smarrimento e, forse, anche un pò di paura. Tutti capimmo l’imbarazzante momento e tutto il gruppo dei tifosi si comportò con grande signorilità al punto che, qualche ragazza scambiò qualche battuta con qualche tifoso, dimostrando anche rammarico e sconcerto per l’accaduto. Dopo quella sosta, riprendemmo il viaggio alla volta di Monsummano Terme, comune limitrofo a Montecatini Terme. Dovevamo arrivare in hotel in serata ma, un po per il traffico, un po per il ritardo accumulato in precedenza, arrivammo in hotel verso mezzanotte. Il particolare simpatico che ricordo con piacere fu che tutto il personale dell’albergo con diversi altri curiosi ci aspettavano anche per servirci la cena, nonostante l’ora tarda. Ci accolsero cosi così come si accolgono dei reduci di ritorno dalla guerra. Fra le tante domande dei curiosi, consumammo la cena e solo verso le due andammo a letto. L’indomani 31 maggio partimmo per Cosenza. Sosta ad Orvieto per il pranzo e brevi soste durante il percorso e a sera verso le 23.00 giungemmo in piazza Fera. C’era tanta gente ad aspettarci, parenti, amici qualche giornalista ma, anche tanti curiosi. Si raccontava, si parlava, ognuno diceva la sua. In fondo tutti eravamo felici del ritorno a casa. Da quella volta non ho più organizzato viaggi per assistere a partite di calcio. Sono rimasto juventino e continuo a fare il tifo per la Vecchia Signora. Del resto, come recita un vecchio detto, due cose non si possono cambiare nella vita “la Mamma e la squadra di calcio” Non ho mai considerato quella coppa un trofeo vinto sul campo. Qualche anno fa ho sentito dire che la Juve avrebbe voluto restituirlo alla UEFA. Non sono in grado di esprimere un giudizio in merito a questa ipotetica decisione. Sicuramente, per me, sarebbe stato un gesto bellissimo e nobilissimo che avrebbe cancellato quell’inutile e grigio giro di campo, fatto nonostante a 100 metri di distanza, sotto un tendone, giacevano fredde 39 vite umane.

Luigi Tuoto
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