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Come una chitarra partecipa alla storia PDF Stampa E-mail
Scritto da F.Pennini   
martedý, 28 aprile 2015 04:46
ImageSapete, esistono storie che non hanno bisogno di null’altro se non di essere raccontate e condivise con il maggior numero di persone possibile, perché racchiudono al loro interno qualcosa di talmente straordinario, che superano quelle che possono essere le finalità divulgative di un sito come quello che ci ospita e trascendono verso un piano superiore. Spero che, al termine di questo racconto, sarò riuscito almeno in parte a raggiungere i cuori di coloro i quali avranno voluto perdere cinque minuti del loro tempo per dare nuovamente retta ai miei scritti.

Tutto è cominciato orientativamente quattro anni fa, quando io ed i miei coinquilini eravamo soliti alla sera sederci sul bordo della nostra terrazza, con i piedi nelle fioriere vuote, in corrispondenza del cornicione del nostro palazzo, a bere una birra, a scambiarci racconti ed impressioni sulla giornata e, per quanto mi riguarda, a suonare la chitarra. Tutto molto rilassante e noi lì a goderci gli ultimi di raggi di sole del giorno, che giungeva al termine. In una di quelle serate una ragazza si affacciò dal balcone dell’appartamento del piano superiore ed iniziò a parlare con uno dei miei amici, facendo mille domande e disturbando il mio sacro momento di pace. E così, praticamente, la mandai a quel paese, ignaro del fatto che nel giro di due mesi sarebbe diventata la mia compagna di vita. Ed una storia che comincia in un modo tanto strano non può che avere sviluppi del tutto inaspettati. Trascorsa l’estate e ad autunno ormai inoltrato, Antonella, è questo il nome di quella ragazza invadente, volle assolutamente portarmi nel paese d’origine di sua madre, per farmi conoscere i nonni. Dal canto mio io due nonni su quattro non li ho nemmeno conosciuti e gli altri due sono volati in cielo da molto tempo, ma potevo capire questa sua smania per quell’incontro, anche se ignoravo ciò che mi aspettava in termini di arricchimento personale. Il paesino in questione sorge a 1000m di altitudine nella catena montuosa del Pollino, in prossimità del confine con la Basilicata, a 40km dallo Ionio e a circa 30km dal Tirreno. Negli ultimi anni è salito agli onori della cronaca per via delle violente scosse di terremoto, che ne hanno deturpato il bel centro storico, la cattedrale e parte della fervente vita, che solo i paesini di montagna sanno offrire. Se vi capita di percorrere la SA-RC una capatina fatela, merita davvero. Dopo questa piccola digressione doverosa, anche solo per meri fini campanilistici, andiamo a noi. Entrato nella casa dei nonni tutto era esattamente così come mi aspettavo. Ma d’altronde, quando sei il primo nipote nato in un quartiere di un paesino del sud, le signore anziane sono tutte zie e che sia per fare un doveroso favore per questioni di buon vicinato o semplicemente perché in un posto come quello in cui sono cresciuto io non hai dubbi sull’identità di chi ti vive vicino, a certe situazioni, colori, odori e finanche sapori sei già ampiamente preparato. In una cucina su una vecchia poltrona stava seduto il vero protagonista di questa storia: un uomo minuto, molto magro, con ancora tanti capelli bianchissimi sulla testa, gli occhi chiari, cosa abbastanza inusuale per un meridionale nato agli inizi del ‘900, l’aria stanca e sofferente per gli acciacchi dovuti all’età importante. Dopo il caffè di rito, le caramelle che solo nelle case degli anziani puoi ancora trovare, le chiacchiere della nonna che volevano indagare i miei intenti e la abbastanza veloce approvazione, Antonella comincia a pregare il nonno di suonare per me. Il vecchino stanco non avrebbe mai acconsentito, ma la richiesta veniva dalla sua unica nipote, quindi un rifiuto era impensabile. Impose però una condizione imprescindibile: saremmo dovuti tutti uscire dalla stanza in cui avrebbe provato a far suonare per l’ennesima volta le corde di quella che avrei scoperto essere la sua unica chitarra da ben prima che persino i miei genitori fossero anche solo un’idea nella mente dei miei nonni. Accettammo tutti di buon grado, Antonella mi portò con se nella camera da letto e qui, nell’armadio, in mezzo ai pochi vestiti dei quali un vecchietto può avere bisogno, era riposta una chitarra acustica, accolta all’interno di quella che stento a definire custodia; sembrava piuttosto una sacca, ma ben presto scoprii che in realtà era un pezzo di tenda militare della seconda guerra mondiale! La nipote insistente portò il prezioso strumento al musicista, che, dopo una breve accordata, incominciò a strimpellare qualcosa. Le mani non si muovevano sicure e talvolta tra un accordo e l’altro sentivo tutte le espressioni di disappunto di chi non riesce più a tramutare in gesti ciò che invece nella mente è ben presente. Seppi solo molto più tardi che era tanto, tantissimo tempo che non imbracciava più la sua chitarra, non ritenendosi all’altezza delle scorribande sulla tastiera, che tante volte aveva ripetuto in passato. Con molta cura eseguii qualche nota anch’io, più per assecondare la volontà della mia ragazza che non per curiosità, che pure c’era, verso quello strumento misterioso. Il viaggio in macchina verso casa, in compagnia anche dei miei suoceri, fu tutto incentrato sulla storia di quell’uomo piccolo piccolo, che in realtà capirete essere molto più grande di quasi tutte le persone con cui abbiate avuto a che fare.

Vincenzo Perrone era solo un ragazzo, che amava suonare la chitarra in un piccolo borgo di montagna in Calabria, quando venne chiamato alle armi in piena epoca fascista. Probabilmente era anche un discreto chitarrista, ma conosceva principalmente le canzoni ed il modo di suonarle della tradizione meridionale. Quando giunse a Pavia, iniziò ad avere a che fare con musicisti più emancipati ed apprese tecniche e melodie fino ad allora sconosciute. E fu proprio qui che acquistò quella che sarebbe diventata la sua compagna inseparabile per la vita. Purtroppo però in Europa era ormai divampata la Seconda Guerra Mondiale e lui, in seguito alla rottura dell’alleanza con i tedeschi, si ritrovò a combattere contro gli stessi. Venne catturato e deportato come prigioniero di guerra in Germania, in uno dei tanti campi di concentramento, dove rimase per molto molto tempo, schiacciato dal peso della fame, costretto a mangiare per mesi bucce di patate, deriso, percosso e umiliato, secondo quelle pratiche che non occorre che stia qui a raccontarvi io. In tutto ciò però ebbe la fortuna di ricevere un trattamento leggermente migliore rispetto ai suoi compagni di sventura: per qualche strano motivo venne preso con la sua chitarra e quando gli ufficiali seppero che avevano un musicista con tanto di strumento nel loro campo gli imposero di suonare ai loro banchetti. Questa prassi andò avanti per molto molto tempo. Nel frattempo la guerra giunse al termine, i nazisti vennero sconfitti ed i prigionieri dei campi, sopravvissuti alle malattie, alla fame ed ai maltrattamenti, furono liberati. L’ancora giovanissimo ragazzo di Calabria affrontò un lunghissimo viaggio di ritorno verso casa, sempre in compagnia della sua chitarra. Giunto qui, era solo un soldato senza più una guerra da combattere, ma con la determinazione propria degli uomini di un tempo riuscì ad aprire una barberia. Nel frattempo si era invaghito di una ragazza, che, con l’aiuto della sua fidata chitarra, tramite le classiche serenate sotto al balcone, riuscì a conquistare. Probabilmente di gente che suonava ed anche bene nel circondario ve ne era tanta, ma nessuno aveva preso dimestichezza con le tecniche ed i generi nuovi che invece Luigi aveva già fatto propri. Alla fine quella ragazza riuscì a sposarla, ebbero una figlia, Anna, la mia straordinaria suocera, che crebbe sulle note delle canzoni del padre, note che avrebbero accompagnato anche l’infanzia della mia piccolissima Antonella. Poco tempo dopo questo viaggetto in macchina quel vecchietto cadde, si ammalò e morì. Io non ci ho praticamente nemmeno mai parlato, ma di fronte ad una storia del genere mi sono sentito inadeguatamente piccolo e banale e mi ha segnato veramente tanto.

Quella chitarra continua a riposare nella sua vecchia “custodia”, che odora fortissimamente di naftalina, cosa tipica per la roba riposta negli armadi degli anziani; ora appartiene ad Antonella e quando andiamo a casa dei suoi genitori non c’è occasione in cui non la imbracci. Non ho idea di che legno ne costituisca le varie parti, so solo che una volta aveva due manici, che cadde e venne riparata e verniciata da un liutaio napoletano, possiede un vecchissimo capotasto in ottone e la tastiera è scallopata. Se qualcuno si stesse chiedendo se valga qualcosa economicamente gli rispondo semplicemente con una contro-domanda: tu che prezzo daresti alla vita di un uomo? Perché è di questo che parliamo; ogni volta che la suono, vuoi forse un po’ anche per semplice e pura suggestione, io sento che ogni nota ha qualcosa di unico, speciale ed irripetibile. Avverto che questa chitarra un’anima ce l’ha sul serio, forse un frammento dello spirito del suo instancabile e straordinario proprietario. Come suona? Meglio di qualunque altra chitarra acustica abbia mai provato. Dovrebbe essere del 1936, quindi probabilmente l’anno prossimo compirà ottant’anni.

Avrei potuto essere più preciso, scrivere date, battaglie e quant’altro, scattare foto e filmare magari un video…Tante cose avrei potuto fare, poi però mi sono detto:<<Ma se su YouTube qualcuno ha già pensato di caricare dei video in cui nonno Vincenzo suona ed in alcuni passaggi imbraccia anche quella chitarra lì, perché dovrei mettermi di mezzo io?>>

Non so se questo diario diventerà un articolo o cosa, ma certamente in un sito dove si parla anche di musica, quindi di emozioni, non potevo non condividere con tutti voi miei amici virtuali e di corde una storia del genere. Un abbraccio e alla prossima.

Francesco Pennini

 

(Cliccare quì per una performance di due anziani musicisti)

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