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LA TARANTELLA: un ballo immortale PDF Stampa E-mail
Scritto da administrator   
lunedý, 13 aprile 2015 08:22
ImageDi recente si è aggiunta al gruppo di collaboratori del nostro sito una giovane napoletana DOC, Marina Della Ragione, della quale abbiamo pubblicato un primo contributo riguardante una importante pubblicazione monografica sul pittore napoletano Salvator Rosa, molto apprezzato dai numerosi amici appassionati d'arte pittorica. Marina questa volta ci offre una nota molto interessante sulla tarantella, ballo tradizionale presente un po' in tutto il meridione d'Italia e che, negli ultimi anni, è stato sapientemente valorizzato da numerosi amanti delle tradizioni popolari. Ringraziamo Marina per la sua partecipazione attiva e invitiamo i nostri webnauti a leggere l'articolo che segue.

 

La stessa parola tarantella richiama alla mente Napoli, anche se, secondo autorevoli studiosi, deriva da una tarantella ballata nelle Puglie che, secondo la credenza popolare, serviva a liberare dal veleno iniettato dal morso della tarantola.
Ben presto la tarantella napoletana acquistò una sua precisa autonomia, divenendo una danza caratterizzata da precisi movimenti segnati da ritmica gioiosità e  da una evidente allusività erotica, che ne ha fatto per due secoli uno dei balli più popolari del mondo. Bisogna precisare che il tarantismo rinvia ai culti orgiastici dell’antichità greca nei quali la musica ha una funzione catartica in linea con le pratiche culturali del diosinismo; poi, con il predominio del cristianesimo, si determinò una crisi degli orizzonti mitico rituali del mondo antico, a tal punto che vi fu una polemica tra San Paolo e la Chiesa di Corinto, che praticava una liturgia che tendeva eccessivamente al raggiungimento dell’estasi.

Le pulsioni represse durante il medio evo trovarono nella danza sfrenata seguaci in tutta Europa, come i danzatori di San Giovanni e di San Vito ricordati da Nietzche nei suoi scritti.

Il tarantismo è da interpretarsi come l’esorcismo coreutico musicale dell’eros represso, quell’eros che poteva manifestarsi liberamente nell’orgiasmo pagano e che in epoche successive era costretto ad utilizzare travestimenti simbolici e differenti modalità di estrinsecarsi. A Napoli nel 1721 l’illustre medico Cirillo identificò nell’Ospedale degli Incurabili un caso di tarantismo che riuscì a guarire attraverso l’intervento di suonatori da lui convocati.

E passiamo ora alla nostra tarantella, non più danza di possessione bensì danza di costume. Sotto il profilo musicale dobbiamo  rilevare una  sostanziale differenza tra il tarantismo pugliese,che ha un tempo pari, e la tarantella, nella quale il tempo dispari crea un ritmo più svelto e brioso.

Accenniamo infine all’ipotesi sostenuta dallo studioso Renato Penna che fa derivare la tarantella dalla fusione del ballo  di Sfessania, di origine moresca, con il fandango di origine spagnola.

Per quel che riguarda gli strumenti d’accompagnamento vi è il predominio di quelli a corda ed a percussione (calascione e tamburello) su quelli a fiato con l’introduzione  di nuovi strumenti autoctoni come il putipù, lo scetavajasse, ‘o siscariello e il triccaballacco.

Inoltre, nella tarantella la gestualità viene scandita in tre fasi: in piedi, caduta al suolo e movimenti a terra, oltre ad altri  passi e figure d’incerta origine.

Ne esistono due forme: una semplice, ballata da sole donne, ed una complicata, in cui si esibiscono anche gli uomini.

Vogliamo ricordare una rarissima forma ballata ancora oggi a Barano d’Ischia: la ‘ndrezzata, tarantella armata in cui gli uomini brandiscono bastoni, ricordata in un celebre film di Pieraccioni.

La tarantella, come raffigurano numerosi dipinti, veniva ballata dal popolo in occasioni importanti come la festa della Madonna dell’Arco, quando i partecipanti si scatenavano in maniera talmente eccitata da far esclamare al Mantegazza che essa gli ricordava, per lo sfrenato erotismo, le orge di alcune popolazioni selvagge.

All’epoca del Gran Tour essa viene illustratapiù volte dagli artisti che accompagnavano i ricchi visitatori, come il nobile Bergeret de Grancourche portò con sé in Italia il sommo pittore Fragonard.

La tarantella ritorna anche in numerosi immagini del Voyage pittoresque dell’Abbè De Saint-Non, pubblicato a Parigi nel 1781. Seguì poi, ad uso dei forestieri meno danarosi, una vera e propria produzione in serie di immagini da riportare in patria come souvenir.

Di nuovo abbiamo però rappresentazioni della tarantella eseguite da artisti famosi come Angelica Kauffman, Filippo Palizzi ed Edoardo Dalbono, che ci forniscono una serie importante d’informazioni sulla classe sociale ed il sesso dei ballerini, sull’ambiente dove si svolge, sugli strumenti musicali d’accompagnamento, sulle gestualità più comuni. Abbiamo anche testimonianza di una tarantella tra femminielli.

Anche la letteratura ci fornisce descrizioni accurate della tarantella, soprattutto da parte di autori stranieri, che costantemente sottolineano le valenze erotico sessuali della danza.

Valenti musicisti sono stati attirati dall’energia che sprizza vigorosa dai movimenti dei ballerini. Tra questi  possiamo citare Ciaikovsky che conclude il Capriccio Italiano op.45, tutto luminoso e vibrante, con una trascinante tarantella, oppure Stravinsky, autore nel 1919 del balletto Pulcinella, che si compone di più brani, uno dei quali, appunto, è una tarantella, o, andando a ritroso, la celeberrima Tarantella di Rossini, cavallo di battaglia, ancora oggi, dei più importanti cantanti lirici.

Nell’ultimo secolo il celebre ballo, da fenomeno di costume popolare, si è trasformato in attrazione turistica e solo nell’area sorrentina e nelle isole del golfo si possono, raramente, ammirare esibizioni spontanee.

Tra i libri, che cercano di conservarne viva la tradizione, fondamentale è il testo di Max Vajro, pubblicato nel 1963 per conto dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Sorrento oltre al volume, edito nel 1967 dal Touring Club Italiano, dedicato ai balli popolari.


Marina della Ragione

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