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LA PIETA’ SCOMPARSA DAL MONDO PDF Stampa E-mail
Scritto da L.Niger   
lunedì, 10 marzo 2014 07:49
Image“Scompare dal mondo la pietà, ultimo asilo agli affanni dei deboli”. Così il poeta Giorgio Caproni negli Anni Tedeschi. Nella storia degli uomini, la presenza, la scomparsa o l’affievolimento della pietà segnalano il livello della sensibilità e della consapevolezza negli uomini, rappresenta un indicatore spietato e significativo della sua condizione antropologica, nel senso di un progressivo affinamento o imbarbarimento. Nei sentimenti, le mutazioni, gli eventuali cambiamenti, positivi o negativi, vanno ascritti solo marginalmente alla natura dell’uomo, molto, invece, dipendono dalla civiltà, dalla cultura. Ecco, perché, in questo periodo di crisi profonda, soprattutto economica ed etica, sembra che la pietà si ritragga e si contragga nel dilagare dell’indifferenza, dell’egoismo esasperato, dell’esaltazione smisurata dell’io. Espressione dei nuovi disagi nella civiltà?

La pietà è sempre stata un sentimento di compassione, di pena per l’altrui sofferenza. Nulla a che vedere con un certo pietismo dilagante e consolatorio come compassione inutile e ipocrita o compassione lontana e sfuggente dalla sofferenza vicina e quotidiana.

Per don Giuseppe De Luca, prete lucano, coltissimo, e un po’ dimenticato,  la pietà rappresentava una parola “augusta ed umile” e su questa, nella prima metà del secolo scorso aveva costruito una nuova disciplina, la storia della pietà, che andava oltre l’aspetto religioso-mistico-devozionale e attraversava i saperi (tra i suoi libri, fine e profondo, l’Introduzione alla storia della pietà). Parlando di pietà il pensiero corre immediatamente a Michelangelo, alla sue sculture marmoree, e, in particolare, a due delle sue Pietà,  quella vaticana e quella Rondanini. 

ImageDue straordinari e vertiginosi capolavori. Da adolescente, se da una parte la Pietà vaticana mi lasciava stupefatto per la naturalezza, per la compostezza dei sentimenti, per la delicatezza, per la tenerezza, dall’altra, la Pietà Rondanini mi stregava e mi turbava per quella sua incompiutezza, Madre e Figlio attorcigliati nel dolore e nella morte, colti nel ”movimento inarrestabile del corpo del Cristo morto dentro il corpo della Madre…genialmente fusi nel sublime non finito” (Luigi Serenthà).

La presenza-assenza della pietà costituisce uno dei tanti effetti dello smarrimento dell’uomo del nostro tempo?  Forse: “…in nessuna epoca storica come quella attuale l’uomo è risultato così enigmatico a se stesso”. A dirlo non è un nostro contemporaneo, ma Max Scheler (filosofo tedesco, uno dei maggiori teorici dell’antropologia filosofica, 1874-1928) in una conferenza del 1927. Nulla di più attuale, a dimostrazione che l’uomo pensante spesso si avverte estraneo a se stesso, incomprensibile e, quindi, distante dagli altri da sé, ma sempre pronto a mettersi in discussione, a lacerarsi per dare un senso alle ore e ai giorni.

La pietà costituisce un sentimento e come tutti i sentimenti ha bisogno di essere educato. Cosa che avviene per pochi e in pochi casi. L’educazione emotiva, sentimentale, affettiva è, spesso, assente nel contesto familiare, assorbito da altre dinamiche conflittuali, così come viene ignorata nella scuola, anche perché nella formazione (?) degli insegnanti l’educazione sentimentale non esiste. Tutt’al  più,  nei casi più fortunati, abbiamo insegnanti preparati sul piano disciplinare, ma del tutto ignoranti nella conoscenza e nella gestione dei sentimenti, propri ed altrui. Ad aggravare la situazione della scuola hanno contribuito le scelte maldestre e scellerate degli ultimi ministri della pubblica istruzione, a partire dalla famigerata Gelmini. Tutti protesi ad impoverire la scuola pubblica, economicamente e culturalmente, fino a minacciarne l’estinzione dello spirito critico (ultima proposta:  ridimensionare il ruolo e il peso della filosofia) e, quindi, la ricchezza umana. Altro che educazione alla pietà, si rischia l’ignoranza di massa nella subalternità al potere, per potenziare la servitù volontaria.

In riferimento al rinnovamento morale, don Luigi Ciotti in una intervista (la Repubblica, 31 gennaio 2014) ha sottolineato che  “il più grande peccato oggi è quello di omissione, del volgere la testa dall’altra parte, del guardare il male e restare con le mani in mano”. Omissione.

La pietà, come sentimento attivo, come comprensione e come azione, può contribuire a sconfiggere l’omissione incontrando l’altro e camminando, qualche volta, insieme. Specialmente nella miseria e nel dolore.

Luigi NIGER   

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