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MATTARELLA, vittima della mafia o della politica? PDF Stampa E-mail
Scritto da V.Bertolone   
sabato, 25 gennaio 2014 08:03
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Piersanti Mattarella
 
35 anni fa, il 6 gennaio del 1980, veniva ucciso Piersanti Mattarella, fratello del neo presidente della Repubblica. L'anno scorso avevo pubblicato questo articolo sul sito. Oggi mi sembra più attuale dello scorso anno, ve lo ripropongo, sicuro che Sergio Mattarella sarà degno del fratello.   «Pur nella consapevolezza della crisi così profonda che attanaglia la società, un mio atto di fiducia: che l’aspirazione che c’è al fondo di questi scompensi è compatibile col modello di vita comunitaria che un cattolico ha davanti a sé per realizzare: far sì che costruisca una vita comunitaria in cui ciascun uomo, tutti gli uomini abbiano uguale dignità».
Sembra di sentirlo  parlare oggi, Piersanti Mattarella, mentre scruta il suo tempo per coglierne drammi e  rughe. Palermo lo ha ricordato pochi giorni fa. Ha ricordato l’uomo mite, alfiere del dialogo ma deciso nella radicalità delle scelte e nella difesa dei valori, come solo un cristiano autentico sa essere. Ha ricordato l’Epifania di sangue che ai giovani non dice nulla, quel 6 gennaio del 1980 che si tinse del nero della morte di un giusto.

In quel giorno di festa, il presidente della Regione Sicilia è senza scorta: vuole che i suoi agenti possano godersi l’affetto delle proprie famiglie. Esce di casa, con la moglie e i figli. Vanno a messa. Sale in auto, ma non fa in tempo neppure a mettere in moto perché uno sconosciuto  s’avvicina lesto, a piedi, impugna una pistola. Spara. Tre volte. Il finestrino va in frantumi, il presidente reclina sul petto il capo sanguinante: stretto al seno della moglie Irma, spirerà mezz’ora dopo in ospedale.

Chi uccide Mattarella? La mafia, diranno i giudici anni dopo, condannando i mandanti – la “cupola” di Cosa Nostra – senza tuttavia arrivare ad individuare né gli esecutori né, soprattutto, il movente. La mafia volle fermare con il piombo l’ansia di rinnovamento che l’allievo di Moro andava seminando a piene mani in un’Italia e tra le fila di una classe dirigente per lungo tempo chiuse in se stesse ed ormai assetate solo e soltanto di potere e per questo capaci, pur di conservarsi e perpetuarsi, di scendere a patti anche col diavolo mafioso. «Noi vogliamo disegnare una società in cui accanto all’uomo fisico ci sia l’uomo-spirito che abbia per obiettivo la pienezza della sua realizzazione», ripeteva il Presidente fino a fare dei suoi principi e del suo sentire, informati al cattolicesimo popolare della migliore tradizione sturziana, la base di un modo di intendere e praticare la politica che non poteva essere tollerato dai cultori del dominio. E pure per questo morì Piersanti Mattarella: per non aver voluto piegare alle logiche dell’avere quelle dell’essere. Per aver strenuamente difeso fino all’ultimo respiro, pur nella consapevolezza d’essere ormai finito nel mirino di nemici che prima o poi avrebbero armato la mano di un killer, gli insegnamenti evangelici applicati alla politica, al servizio al prossimo, all’affermazione del bene comune. «Noi dobbiamo scegliere tra essere la maggioranza silenziosa del Paese, trascinata da una minoranza faziosa, o essere una parte del Paese che ha il diritto di salvare i valori, i postulati, i principi, i programmi in cui crede ed a cui vuole ispirarsi, perché questa larga presenza di cittadini italiani non può continuare ad essere assente di fronte a ciò che accade», ripeteva mentre andava incontro al suo destino. Tre colpi di pistola lo strapparono alla  famiglia, agli amici, all’Italia onesta. Resta il suo esempio, che è memoria per i cristiani, per chi serve  fedelmente le Istituzioni, per chi insegue l’idea di costruire un mondo migliore.

Vincenzo Bertolone

 

 

TRADITO DALLA POLITICA?

Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana, allievo di Aldo Moro, uomo-chiave del compromesso storico in Sicilia, muore il giorno dell'Epifania del 1980. Quel 6 gennaio, poco prima delle 13, Mattarella esce da casa, in via Libertà, il salotto buono di Palermo; è con moglie e figli e sta andare a messa. La famiglia sale a bordo della Fiat 132. Non c'è scorta: il presidente la rifiuta nei giorni festivi, vuole che anche gli agenti stiano con le loro famiglie. Si è appena seduto alla guida della vettura, quando si avvicina il killer che spara uno, due, tre colpi. Poi fugge, mentre Irma Chiazzese, moglie del presidente, gli prende la testa tra le mani, piange, lo scuote. Mattarella spira mezzo'ora dopo in ospedale; accanto a lui il fratello Sergio, accorso per strada appena sentite le detonazioni.

Già negli ultimi mesi del 1979 Mattarella si era reso pienamente e drammaticamente conto che la propria sorte, la propria vita, erano strettamente intrecciate all'evoluzione dei rapporti di forza tra politica e mafia e al peso che all'interno del suo partito avevano quegli uomini che - secondo lui - "non facevano onore al partito stesso" e che "bisognava eliminare per fare pulizia".

Era volato a Roma, aveva chiesto un colloquio con l'allora ministro degli interni Rognoni; ma da quella conversazione egli era tornato più turbato che rasserenato, come se il suo interlocutore non avesse capito o non avesse la possibilità di intervenire. Il giorno dopo, aveva incontrato il suo capo di gabinetto, la dottoressa Trizzino, e le aveva confidato: "Le sto dicendo una cosa che non dirò né a mia moglie né a mio fratello. Questa mattina sono stato con il ministro Rognoni ed ho avuto con lui un colloquio riservato su problemi siciliani. Se dovesse succedere qualche cosa di molto grave per la mia persona, si ricordi questo incontro con il ministro Rognoni, perché a questo incontro è da collegare quanto di grave mi potrà accadere".

Ma quali rivelazioni esplosive Mattarella aveva fatto a Rognoni?

Perché Mattarella riteneva lucidamente, come i fatti poi dimostrarono, che quel colloquio poteva costargli la vita?

Questo, né la testimonianza vaga e lacunosa di Rognoni, né l'inchiesta giudiziaria lo hanno mai chiarito fino in fondo.

Una cosa è certa. Indicato all'interno della DC come possibile, futuro segretario politico nazionale del partito, Mattarella aveva più volte manifestato la propria insofferenza per le infiltrazioni mafiose all'interno della DC siciliana. Con la sua morte si concludeva quella "primavera" politica e amministrativa che con lui aveva vissuto una breve e tormentata stagione, ricacciando un'intera classe dirigente siciliana nel baratro del passato, ammutolita e incredula dinanzi ad una sfida mafiosa che mai aveva raggiunto quel livello.

 

(fonte: dal web)

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