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Vangelo di Domenica 17 Novembre PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
venerdý, 15 novembre 2013 15:41
ImageDal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 21,5-19. - Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse:  «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».  Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».  Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli.  Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».  Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno,  e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.  Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza.  Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;  io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere.  Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi;  sarete odiati da tutti per causa del mio nome.  Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime.

XXXIII Domenica del tempo Ordinario

17 novembre 2013

Oltre la coltre di fango 

Introduzione

Le Liturgie di queste ultime domeniche da fine dei tempi sembrano riflettere i tristi contenuti dei nostri giorni. Catastrofi naturali che portano distruzione, dolore e morte; la crisi dei valori e la crisi della famiglia; il disprezzo della vita umana, la svalutazione dell’essere e il supervalore dell’apparire. Il mondo sembra rovini da tutte le parti, a cominciare dal cielo stesso; tutte le sicurezze di un tempo si sfaldano al sommovimento che sconquassa il mondo intero; e, infine, al decadimento fisico corrisponde una profonda crisi dentro l’ordine sociale. Ogni cosa del mondo e dell’uomo rivela una sola faccia della medaglia, quella più crudele di fronte alla quale le alternative sono due o seguire la scia dei profeti di sventura, con i loro anatemi apocalittici, o essere dalla parte dei “cultori del nome di Dio”, perseveranti credenti nella possibilità dell’eterno. In questa XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Liturgia ci offre la possibilità di riflettere su queste realtà nell’ottica dei “cultori del nome di Dio”. Infatti, le Letture nonostante propongano in un primo momento scenari catastrofici, contrappongono la celebrazione di un altro scenario. Il profeta Malachia, “al giorno rovente come un forno”, contrappone il sorgere del “sole di giustizia”. Il Salmo Responsoriale descrive un fremito di allegrezza che fa palpitare non solo il cuore degli uomini, ma perfino i fiumi e le montagne. E Gesù parla di salvezza totale, anche di ciò che è più effimero sulla terra: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà”. Si tratta perciò non di cedere allo sconforto dinnanzi ai segni della crisi quanto piuttosto di attivare la speranza in vista della salvezza.

Il fiore della speranza

Negli ultimi tempi tutti noi dobbiamo fare i conti, direttamente o indirettamente, con brutali realtà, di fronte alle quali è naturale esclamare: è proprio arrivata la fine dei tempi. Il senso del limite umano oltrepassato e la ribellione della natura mettono a dura prova il credere che ci sia per l’uomo, ancora, una speranza di miglioramento e salvezza. Eppure, Gesù ancora una volta non ci lascia soli, non cessa di rivelarci che noi non siamo votati alla morte, ma alla vita. Egli non ha alcun interesse a farci sapere quale sarà la fine di questo mondo quanto si premura, attraverso la Parola, di rivelarci il “fine” della storia, ovvero quella meta di giustizia e di salvezza, di vittoria sul male e di liberazione che è “come il porto verso cui dobbiamo veleggiare mentre la nostra nave è agitata dai marosi, mentre le ore della notte sembrano non finire mai e i prepotenti vogliono scaraventarci in mare” (R. Guardini). In mezzo all’oscurità della fine, dunque, fiorisce la speranza del “fine”, ovvero s’incarna Cristo, sorge il nostro “sole di giustizia”, e diviene il punto focale che orienta e anima il cammino di ciascuno e di tutti in una prospettiva futura. Coltivare questo fine, allora, significa attivare la speranza del nuovo inizio: invece di ascoltare il rumore dei muri che crollano, iniziare ad ascoltare il rumore del grano che cresce, e lavorare affinché cresca rigoglioso. Non devono stupirci i segni della distruzione, ma i segni disseminati ovunque della vita e della speranza. In altri termini coltivare la prospettiva del “fine”, piuttosto che accarezzare l’idea della “fine”, significa vivere guardando oltre le macerie del mondo e dell’uomo e fissare lo sguardo sulle diverse e migliori possibilità che ricostruiscono e rinnovano; significa, inoltre, vivere superando l’ansia e la disperazione del “tutto è finito”, la paura stessa che nulla cambierà, per adoperarsi con fiducia affinché tutto ricominci daccapo con la serenità e la certezza che il nuovo è eterno e perfetto. La prospettiva del “fine” ha poi di bello un futuro prospettato nell’oggi. Non si deve cioè attendere la fine dei tempi per trovare il domani migliore, ma Gesù, incarnandosi nella storia, l’ha già reso possibile qui e ora. Il Regno di Dio, in definitiva, non è un miraggio lontano da “Campi Elisi”, dunque, da attendersi in un domani non ben precisato e da realizzarsi all’improvviso come impatto distruttivo di meteora dal cielo. Il Regno di Dio con l’incarnazione di Cristo è già presente in mezzo a noi, anzi è il Regno della nostra coscienza, del nostro cuore, del nostro essere. E in virtù di questa certa Presenza noi deriviamo la forza per far rifiorire la vita e la speranza laddove la crudeltà dei pensieri di morte hanno tentato di soffocarle.

Un’attesa operosa

Il fiore della nostra speranza è Cristo; è Lui quel sole di giustizia, annunciato dal profeta Malachia, già sorto per illuminare il cammino dei giusti; è Lui il “fine” dal quale ricominciare e al quale tendere. Ed è a questo punto che si delinea la figura del vero credente, cioè di colui che fissato lo sguardo sul “fine”, ossia sul volto stesso di Cristo non si abbandona a certe ansie paralizzanti, ma si sforza di cucirsi addosso l’abito della perseveranza, in altri termini di colui che giorno dopo giorno, mattone dopo mattone con fatica e solerzia costruisce l’edificio del mondo nuovo. Non si richiedono per questo lavoro tante e grandi conoscenze, si chiede solo di coltivare quella sana spiritualità del quotidiano che rende perseveranti nella fede, ovvero capaci di, anche tra le più cocenti delusioni e sconfitte e i più insensati dolori, respirare la speranza in Chi ama anche l’insignificante: ogni singolo capello sul tuo capo. Il volto di questo credente è quello dell’uomo tenace ed umile, che con il duro lavoro quotidiano, senza cedere né al disincanto né allo scoraggiamento né alle seduzione dei falsi profeti, per amore di Dio e in nome della speranza nel suo Regno, si prende cura della terra e cura le ferite degli altri. Dunque è un uomo che crede e ama la vita, non la disprezza né la fugge, ma la incontra con gioia e ne gusta tutto ciò che di buono essa gli offre. Infine, il volto del credente è il volto di un innamorato, che attende in maniera operosa, con trepidante desiderio, il ritorno dell’Amato. Ovvero non aspetta che gli altri preparino al posto suo lo spazio per accogliere l’Ospite atteso, ma si impegna e si adopera in prima persona per rendere la propria casa accogliente e spaziosa. Tutto questo è perseverare nella fede, ovvero trascorrere i giorni dell’ “attesa” sostenuti dalla certezza che l’amore del Padre per l’uomo, e l’amore dell’uomo per il Padre, avrà sempre ragione su ogni paura. Su questa certezza si fonda la straordinarietà del quotidiano, cioè vivere dentro la grande storia e la propria piccola storia con lo sguardo attento e teso a ricercare in ogni situazione, realtà e volto la Presenza di Dio, fonte della nostra speranza e della nostra salvezza.

Conclusione

Mai come in questo momento non c’è bisogno di una fede che oltrepassi l’orizzonte e fugga in avanti, c’è bisogno invece di una fede che sappia vivere il presente in pienezza, colmandolo di impegno, amore e speranza. C’è bisogno di una fede che sappia riconoscere l’eterno tra le righe del tempo. E questo è talmente vero che i filosofi non hanno trovato di meglio che definire simbolicamente l’eternità come un attimo di presente perfetto. “L’eternità è quando non manca più il p esente”, scriveva un grande pensatore latino del V-VI secolo come Severino Boezio. Ecco allora la scelta di vita seria del “cultore del nome Dio”, del perseverante nella fede, dell’uomo dell’attesa: continuare a camminare nell’oggi, facendo bene ciò che si fa, come suggerivano gli antichi sapienti romani col proverbio Age quod agis, fai quello che stai facendo con rigore e amore.

Serena domenica.

+ Vincenzo Bertolone

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