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Gennaro Cassano Serra: un vero idealista PDF Stampa E-mail
Scritto da A.M.Cavallaro   
giovedý, 12 settembre 2013 07:30
ImageDurante l’ultima visita fatta da me e dagli amici Peppino Aloise, Leonardo Zaccaro e Christian Rullo al palazzo Serra di Napoli, aspettando che l’incaricato venisse ad aprire, ho avuto modo di osservare più attentamente l’ampio e magnifico scalone d’ingresso  adorno di ricchi addobbi marmorei e di nicchie che certamente contenevano statue che oggi, purtroppo, non ci sono più. Sul portone al piano nobile spicca una frase incorniciata  tra due rami d’alloro di marmo bianco, che indica chiaramente la famiglia a cui apparteneva la splendida magione: “SERRA CASSANENTIUM DUCES”. In una delle nicchie laterali vuote fa bella mostra di sé una grande targa su cui sono riportati alcuni nomi  di martiri della repubblica napoletana del 1799, giustiziati in Piazza Mercato e  sepolti presso la Basilica Santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore, che è una delle più grandi basiliche di Napoli, risalente al XIII sec. uno dei più importanti esempi del barocco napoletano. Alla fine del ‘700 era adiacente alla piazza del Mercato dove furono  appunto posti a morte coloro che avevano osato pensare ad uno sconvolgimento politico che avrebbe di fatto spodestato i Borbone per proclamare la Repubblica.

ImageTra i giovani che sono presenti in quel triste elenco e che sull’onda innovatrice della rivoluzione francese pensavano di poter facilmente sovvertire il potere assolutistico della casa regnante, spicca il nome di don Gennaro Cassano Serra, nipote della  “nostra” Laura Serra. Il portone principale del palazzo  Serra che si affacciava sulla via Egiziaca a Pizzofalcone, da quel tristissimo giorno rimase chiuso, utilizzando  l’ingresso meno sfarzoso  che da sulla via Monte di Dio.
Gennaro, che era figlio di Luigi a sua volta figlio di Laura Serra, aveva studiato in Francia insieme al fratello Giuseppe e lì aveva assorbito  le nuove idee illuministe propugnate da Jean Jacques Rousseau e da François Marie Arouet (Voltaire), fu uno degli ultimi e strenui difensori della Repubblica Partenopea  nel presidio di Capodimonte dove fu preso con le armi in pugno e successivamente decollato il 20 agosto del 1799 all’età di 27 anni. 

Insieme a lui trovarono la morte molti altri tra cui un giovanetto di soli 17 anni, Raffaele Iossa, per impiccagione e alcune donne fra le quali Eleonora Pimentel Fonseca portoghese d’origine, personaggio di grande cultura (già da bambina conosceva il greco ed il latino)  con la Imagequale il giovane Gennaro aveva avuto frequentazioni di tipo politico e culturale.
Gennaro Cassano Serra merita certamente di essere additato ad esempio alle nuove generazioni in questo nostro mondo attuale pieno di contraddizioni e privo di  ideali. Un giovane che ha avuto il coraggio di ribellarsi, con la penna prima e con la spada poi,  e di immolare la propria giovane vita in nome di un’ideale di libertà contro l’assolutismo becero dei Borboni e l’ignoranza di un popolo che non riuscì a comprendere il messaggio nuovo di democrazia che gli veniva offerto.

Riporto dal web una nota sugli ultimi istanti di vita del giovane eroe:

 “Ho sempre lottato per il loro bene e ora li vedo festeggiare la mia morte”.
Fu l’ultima frase di Gennaro Serra di Cassano, nobile giacobino, sussurrata a un padre confortatore poco prima che il boia, Tommaso Paradiso calasse la lama, eseguendo la sentenza di morte proclamata dal tribunale del Re Borbone.
A chi era destinata tanta lucida amarezza? Ai lazzari? Certamente anche a loro, ai poveri della città, ritornati ad applaudire Ferdinando, il re pate nuovamente sul trono, pronti a trasformare in camorra la loro sofferenza.
Ma quel venti agosto 1799, accanto ai lazzari, tutti i popoli di Napoli avevano colmato la piazza del Mercato per assistere alla prima esecuzione di massa dopo la fine della Repubblica Napoletana, caduta il tredici giugno con l’ingresso delle prime bande sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo. Quel giorno di orrore c’erano due teste da mozzare e sei colli da strozzare con il cappio, nell’estrema ingiustizia di una fine più rapida riservata ai nobili.
Puntando gli occhi sulla folla, dall’alto del patibolo, Gennaro Serra di Cassano vide esponenti dei casati più celebri della capitale, appena reduci dalle anticamere dorate del potere, di nuovo affollate. Vide monaci e sacerdoti, rassegnati ormai all’imperscrutabilità del disegno divino. E mercanti, borghesi di ogni risma, che nel lago di sangue trovavano alimento a più fameliche rapine. Tutti insieme festeggiavano la morte del sogno dei giusti, il precipizio nel passato.
Letta così, la frase di Gennaro ha il senso tragico della consapevolezza di un epilogo collettivo, della decapitazione di una capitale, di tutto il Sud. “Quanto di grande e di buono era in Napoli fu distrutto dalla scure e dal capestro” scrisse Francesco Lomonaco. (dal web)

La marmaglia sanfedista partita proprio dalla Calabria e  guidata dal Cardinale Ruffo, che fece impiccare anche quì da noi presso il palazzo della Buffaloria  cinque  rivoluzionari giacobini, riuscì a soffocare nel sangue quel primo movimento rivoluzionario.
Il portone del Palazzo Serra Cassano di Pizzo Falcone venne riaperto con una grande e importante cerimonia nel 1999 esattamente duecento anni dopo la morte di Gennaro, oggi il palazzo è sede dell’Istituto Italiano di Studi Filosofici e tutti i cassanesi dovrebbero andare a visitarlo quasi in riverente pellegrinaggio in onore di una famiglia che ha portato lustro al nostro paese.
Ma il palazzo è stato anche teatro dell’ultimo grande Ballo di Gala organizzato a Napoli, e forse in Italia, dove re, regine e marajà, nobili aristocratici e artisti di fama internazionale diedero vita ad una notte da favola nei fastosi saloni della  grande residenza ducale, ma di questa serata indimenticabile scriverò prossimamente pubblicando anche le foto dell’epoca con la famosa cantante lirica Maria Callas  insieme ad alcuni  esponenti di ben quattro famiglie reali, in tutto mille ospiti che la notte del 3 settembre del 1960 rinnovarono  i fasti della nobile famiglia Serra.

Antonio M. Cavallaro

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