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Le mie elementari (racconto) PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Miani   
martedý, 19 febbraio 2013 06:49

ImageMia nonna, come ho accennato nella precedente ricostruzione di alcuni anni miei, era anziana e doveva lavorare per tirare la carretta della famiglia che le si era allargata, dopo la morte di mia madre. Intanto era stata nominata legalmente tutrice mia e di Salvatore mio fratello, quindi fu giuridicamente sistemata la nostra dipendenza da lei. Ma  non sempre poteva controllare me e mio fratello, dovendo lavorare. Io, più grande, spesso le le davo motivo di trovarsi in difficoltà nello gestirmi. Dopo il primo anno dalla morte della mamma, com’era logico, avevo ormai sei anni, fui iscritto alle scuole elementari. Il fabbricato scolastico che ancora esiste si trova in via Siena, è un grosso palazzo, che in certo qual modo era al centro del paese. Mia nonna i primi giorni mi accompagnò a scuola e sembrava che tutto filava liscio. Di fatto io, non ero un alunno esemplare. Dopo un paio di mesi mi trovai indietro rispetto ai miei compagni.

Avevo come insegnante il maestro Lanzillotta che, per quanto cercasse di di mantenermi in linea con il resto della classe, non ci riusciva: raccomandazioni, sgridate, castighi, i famosi ceci sotto le ginocchia, la faccia al muro, qualche schiaffo e delle rigate sulle mani non mi facevano migliorare, per cui, alla fine dell’anno scolastico, fui bocciato. Questa bocciatura non dico che pioveva a ciel sereno, ma era una conseguenza quasi logica del mio fare, considerando che non studiavo, non apprendevo. Non riuscivo inoltre a stare  chiuso in casa, per ripetere quanto fatto in classe, spesso stavo per strada, per cui i fogli dei quaderni anziché avere belle aste, punti, lettere ed altro avevano scarabocchi, macchie d’inchiostro, fogli strappati. Il libro, il sillabario, aveva orecchie in ogni pagina e mi  serviva solo per il piacere di sfogliarlo e guardare le figure che mi attiravano molto e m’incuriosivano.

Ritornai a scuola ad ottobre per ripetere l’anno scolastico, assoggettato nuovamente ad iniziare la prima classe. Questa volta capitai in quella condotta dal professore Leone. Le cose andarono avanti con molta buona volontà dell’insegnante, spronato anche dalle insistenze della nonna, che veniva più spesso a controllare ed a chiedere notizie. Queste sue venute a scuola mi procuravano dei problemi, perché le lagnanze del maestro, si ripercuotevano su di me, giacché, dopo, quando ritornavo a casa, mia nonna nel caso non era tenera nei miei confronti, è partendo dal detto: “mazze e panella fanno i figli belli”, mi rimbrottava pesantemente, ed inoltre quando combinavo cose più gravi volava anche qualche sano ceffone. Comunque tutto, io migliorai l’apprendimento, ma, dietro ad ogni miglioria, vi erano ripetuti richiami, ripetute richieste del maestro, che a ogni mia assenza ingiustificata o altre mie intemperanze, mi diceva placido -“domani farai venire tua nonna. Prima di venire a scuola procurati un ramo d’ulivo, una frusta, puliscila bene da foglie e rametti”- e riprendeva – “Mi raccomando non ti dimenticare”-.

Il ritorno a Casa, dopo queste richieste, mi era insopportabile, pensando, cosa la nonna voleva sapere sulla richiesta, e che cosa mi aspettavo come reazione. Trovai a superare spesso questo pensiero, non dicendo tutto a mia nonna. La mattina, quando ritornavo a scuola, giustificavo la mancanza della nonna, trovando ogni tipo di scusa, però la “frusticella” non potevo trascurarla ed una volta che l’avevo consegnata il maestro, mi faceva tendere la mano e su questa cadevano cinque, sei o più colpi che facevano un male da morire. Devo dire che, nonostante tutto, del maestro Leone ho avuto sempre un buon ricordo, come se fosse stato una persona di famiglia, anche se quando mi picchiava, lo maledivo in cuor mio dicendogli ogni sorta di parole e di mal augurio. Finito l’anno scolastico, fui promosso alla seconda elementare, non per mio solo merito, ma per l’impegno del maestro che era stato veramente enorme e particolare.

L’anno successivo fui iscritto alla seconda elementare, questo fu un anno un tantino strano. Io fui promosso, senza tanto impegno, senza studiare in modo assiduo e privo di buoni risultati. Per me, fu un anno di scoperte nuove, i miei “filoni” a scuola, mi portavano per le campagne, spesso alla zona dei “cappuccini”, dove c’erano campi liberi, e dove io avevo liberamente la possibilità di prendere qualche lucertola con il cappio che facevo con l’erba alta e fresca, io ponevo il cappio quasi a ridosso del povero rettile, e, quando questo entrava con il capo nell’asola, tiravo velocemente e, la lucertola era mia, per i miei giochi. La stessa, dopo aver giocato per un po’, la lasciavo libera, andando a gironzolare da qualche altra parte per ammirare le piante di ulivi, dei mandorli, fichi, peri, i filari di viti, iniziando a conoscerli nelle loro differenze. Ammiravo le case di campagna, con i comignoli, le tegole d’argilla rossa; imparai a riconoscere i fiori dei campi, le farfalle, e in primavera scoprire qualche nido, rubare da questi, piccoli passeri e altri uccellini; seguivo le tante formiche quasi in fila sul terreno che scorazzavano, sempre in movimento. Sembravano aver scoperto il moto perpetuo, io, spesso, mi divertivo a scompigliare le loro file cercando di capire come riprendevano il cammino ordinato. Alcune volte saltavo la scuola e, con compagni, anche loro un poco allergici agli studi, andavamo nei pressi della stazione ferroviaria della Calabro-Lucana (Calabra-Lumaca per noi ragazzi), perché, nel tratto fra Spezzano-Cassano, prima di arrivare alla stazione, era lentissima, andando su cremagliera, cioè trainandosi sul binario centrale dentato per mezzo di una grossa ruota dentata. Questa ferrovia ha smesso di essere attiva anni or sono, e l’armamentario è stato rimosso. Vicino alla stazione, vi era un Canalone d’acqua, che esiste ancora. Arrivati sul posto ci toglievamo le scarpe, i calzini, i pantaloncini restando in mutande e spesso anche nudi, scendevamo nell’acqua strillando per la gioia ed il piacere che questa ci dava scorrendo fresca e veloce tra le nostre gambe. L’acqua reflua delle terme non era molto fredda, ma piuttosto calda, però, all’ingresso nell’acqua, si aveva la sensazione di acqua fresca. Passavamo ore meravigliose a prendere girini, rane, granchi che cercavano di nascondersi nel limo delle loro tane che noi puntualmente demolivamo introducendovi le nostre dita, attenti però a non farcele prendere dalle chele di questi, qualche volte il dito lo dovevamo ritirare per il dolore e per il sangue che ne veniva fuori quando il granchio era grande, le chele dure e veloci. Si facevano tante altre scoperte che a noi ragazzi davano allegria e gioia. Logicamente, queste mie libertà che mi prendevo, venivano a luce. Io lo sapevo, mi aspettavo il castigo susseguente, ma, l’essere libero, era un qualcosa che m’inebriava, quasi una droga, un bicchiere di vino forte che mi faceva girare il capo, al quale non sapevo rinunciare.

Se ricordo bene, durante quest’ultimo anno scolastico, nei primi mesi della primavera, si era nel 1946, ritornò il fratello di mio padre, Antonio, dalla prigionia, era stato soldato in guerra in Albania e Grecia. Con la sua venuta, avevo su di me un controllo maggiore, ciò mi porto a diradare le mie scappatelle lontano da casa, però non riuscivo a farne a meno e ciò fece si che la loro considerazione sul mio conto, divenne critica, più severa sia da parte della nonna che dello zio. Infatti, all’inizio del nuovo anno scolastico, terza elementare, incominciarono altri problemi che restrinsero lo spazio per le mie scorribande per il paese e per le campagne. Le uscite per la campagna si diradarono e per mesi spesso erano solo quelle che facevo con mia nonna così come ho raccontato precedentemente.

Incominciai il nuovo anno scolastico, in sordina. Per le intemperie scolastiche, e per le scorribande che facevo per il paese, ero stato messo a bottega affinché stessi frenato con un controllore e piano, piano per imparare un mestiere, considerando che la scuola non poteva essere il mio futuro, come diceva mio zio -“Tu resterai un somaro, non farai niente di buono. Dovrai andare a zappare la terra come me. Sarai per sempre uno zappatore. Come lo sono io, come lo era tuo padre”.- Giacché non davo profitto e, non mostravo nessuna buona propensione a seguire l’insegnamento scolastico con amore e passione, finii a bottega, come tanti altri ragazzi della mia età. Quel riferimento a mio padre mi dava fastidio e dolore considerandolo lontano, sperso chi sa dove e mai vicino per potergli parlare, farmi prendere in braccio, giocarci come facevano i miei compagni con i loro padri quando ritornava dal lavoro, questo pensiero durava un attimo, spariva dopo i primi minuti. Fui mandato a bottega dal fabbro, sotto la pietra del castello, di fronte al teatro: Vi stetti due giorni a girare la manovella del ventilatore che serviva la fucina, ove riscaldavano i ferri in genere, scalpelli, qualche chiodo particolare e quelli che servivano per gli zoccoli dei Cavalli ed asini che dovevano essere ferrati per non consumare l’unghia della zampa che toccava terra. Il terzo giorno non mi presentai. Dopo alcuni giorni andai a fare da ragazzo presso un barbiere, che aveva la bottega a via Duomo all’altezza della farmacia. Anche da questo non riuscii a mettere radici, poiché, il primo giorno, restai sino al mezzogiorno a scopare i capelli tagliati ai clienti, il secondo mi presentai dopo il pranzo, il terzo me ne andai dalla mattina a gironzolare per il paese, anche in questi casi i rimbrotti furono pesanti ed altrettanto lo furono anche le mani di mio zio, che ora sostituiva la nonna in questo compito.

La frequenza della terza elementare, come ho detto, era iniziata in sordina, l’impegno non c’era, il profitto mancava, la volontà di fare qualcosa di buono non sapevo cosa fosse. Studiavo solo se mi richiamavano con forte voce e forti mani. Mio Zio allora disse a mia nonna “Bisogna fare qualcosa qui va a finire che il tempo passa e questo “ciuccio” non prende né arte, né parte, Mandiamolo nei pomeriggi nuovamente a bottega”. Detto fatto fui mandato da un Calzolaio, che teneva bottega a casa vicino la chiesa di san Domenico, lo chiamavano “mastro trecculo”, non sono mai riuscito a sapere il motivo di questo sopranome così curioso. Il maestro era alquanto serio, un po’ stempiato in fronte, qualche capello bianco, era bassino, aveva i baffetti, camminava un po’ curvo, forse perché era sempre seduto su una seggiola impagliata davanti lo scanno di lavoro, dove inchiodava, cuciva, martellava i cuoi delle suole e le pelli, con un martello a testa tonda un po’ bombata, e l’altra estremità piatta e affinata , nell’insieme vederlo lavorare m’incuriosiva e mi faceva anche piacere essere a bottega di un maestro cosi bravo, la cui capacità era da tutti riconosciuta e proclamata.

Michele Miani
Da “miei ricordi”
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