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i 500 anni della Cappella Sistina PDF Stampa E-mail
Scritto da E. Palazzo   
lunedý, 29 ottobre 2012 21:31

ImageLa faticosa gloria dell’arte   “Se durante la mia giovinezza mi fossi reso conto che l’immortale splendore della bellezza di cui  ero innamorato avrebbe acceso, rifluendo verso il cuore, un fuoco di infinito tormento, come avrei spento volentieri la luce nei miei occhi”. ( Michelangelo Buonarroti)

Ci sono date che sono destinate a rimanere nella storia universale dell’arte. Una di queste è il 1508. Quell’anno Giulio II della Rovere, chiama al suo cospetto due artisti. Uno è un ragazzo di appena venticinque anni, Raffaello Sanzio da Urbino, e a lui chiede di dipingergli ad affresco le pareti del suo appartamento privato, le stanze più famose del mondo, quelle che da allora in poi tutti conosceranno come di “Raffaello”. L’altro è Michelangelo Buonarroti, di trentatré anni, già celebre per i suoi capolavori di scultura lasciati tra Roma e Firenze. A quest’ultimo affida la decorazione della volta nella “cappella magna” che quasi trent’anni prima (1481 – 83) il papa all’epoca regnante, Sisto IV, aveva fatto affrescare lungo le pareti dai più famosi artisti della generazione precedente il Ghirlandaio, il Botticelli, il Perugino.

Il 31 ottobre 1512 , la conclusione dei lavori. Nel pomeriggio del 31 ottobre di cinquecento anni fa, ai Vespri della vigilia di Ognissanti, il Papa con 17 Cardinali inaugura la grande impresa. Di fatto, dopo la volta della Cappella Sistina, nulla sarà come prima. Incomincia da quel 31 ottobre 1512 la stagione che i manuali chiamano il Manierismo. Al punto che Giorgio Vasari, in un passaggio famoso delle Vite, potrà scrivere: “questa opera è stata ed è veramente la lucerna dell’arte nostra, che ha fatto tanto giovamento e lume all’arte della pittura, che ha bastato a illuminare il mondo”. Il Vasari esalta il concetto di un’opera destinata a svelare e a guidare il destino delle arti nel tempo a venire. In un certo senso le cose sono andate proprio così, a tal punto grande è stata l’influenza che quegli affreschi hanno esercitato sugli artisti d’Italia e d’Europa.   ( Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani – Domenicale de Il Sole 24 Ore ).    

Voglio rendere omaggio al genio di Michelangelo e a questo grande capolavoro che compie 500 anni proprio il 31 ottobre 2012 di cui si stanno occupando studiosi, professori di storia dell’arte, televisioni come RAI STORIA, TV2000. Chi conosce i Musei Vaticani sa che la Cappella Sistina è l’attrazione fatale. Sa anche che spiegare la Cappella Sistina è un problema. Come entrare in quella immane sciarada teologica, che parla di profeti e di Sibille, di Antico e di Nuovo Testamento, di Storia della Salvezza e di Giudizio finale? Come nominare e collegare fra di loro episodi scritturali, che uno magari conosce per disarticolati frammenti, sopravissuti al Catechismo dell’infanzia, oppure non conosce affatto? Protagonista è Michelangelo, il rapporto tra l’ arte e la Chiesa. Il filo conduttore del dialogo è la rivendicazione dello spazio della drammaticità dentro l’arte attraverso la libertà delle forme. Michelangelo era un grande intellettuale cattolico, viveva da protagonista il dibattito religioso del suo secolo. Non dobbiamo dimenticare che la Sistina è un libro, un libro di teologia, di catechesi, di fede, dove nulla è lasciato all’imprevedibilità del genio. La grandezza di Michelangelo sta nell’aver dipinto la parola incrementandola di forza e splendore riuscendo a proporre una cosa assolutamente rivoluzionaria nella chiesa in quanto popolo.

 Si conosce con quale compiacimento mise alla prova la sua potente maestria, e come il disappunto e l’ira per gli ostacoli frapposti al suo lavoro con il materiale preferito lo spronarono a dimostrare ai suoi nemici, veri o immaginari che fossero, che, costretto a dipingere, egli era pronto a far vedere di che cosa fosse capace.  E il 1534 e Michelangelo, sollecitato da Clemente VII, accetta di dipingere il Giudizio. L’artista ha già superato i sessanta anni ed è nel pieno vigore della sua maturità fisica ed artistica. Tormento, dubbi incertezza sono le costanti della sua vita e spesso si traducono in un vigore che finisce per macerarlo in ogni attimo dell’esistenza. Queste caratteristiche, già presenti negli affreschi giovanili della Volta, esploderanno nella raffigurazione del Giudizio. Michelangelo ci ha lasciato più di mille metri di pittura oggi sospesi sui cinque milioni di visitatori che ogni anno attraversano la Sistina. Per concludere, non resta che chiederci, a che cosa serve la storia dell’arte. La risposta è semplice: come tutte le scienze (in particolare le scienze storiche) serve per capire il mondo. Perché se rinunciamo a capire, faremo come i ciechi della parabola illustrata di Brueghel in un bellissimo dipinto conservato a Napoli,  Capodimonte: quando un cieco guida l’altro, tutti cadono nella fossa.  Ma questa è un’altra storia.   

ImageEnzo Palazzo 

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