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Crolla l'art.18 PDF Stampa E-mail
Scritto da a.canonico   
martedý, 01 maggio 2012 10:55
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Antonio Canonico
In questi ultimi giorni molti dirigenti dei partiti di centrodestra hanno manifestato con chiarezza la loro posizione politica favorevole all’azzeramento dell’art. 18 , e, cosa ancor più grave, anche esponenti del PD e intellettualoidi di centrosinistra hanno dichiarato, sempre con riferimento all’articolo 18 della legge 300, “SI  TRATTA SOLO DI UN TABU’ ”. In effetti con la modifica dell’articolo 18 crollano i principi di democrazia su cui si erano imperniati i rapporti istituzionali tra datore di lavoro e lavoratore; cosicché possiamo affermare che sono state definitivamente smantellate tutte le conquiste e le garanzie  della carta dello statuto dei lavoratori che i lavoratori  stessi hanno raggiunto con lacrime e sangue in decenni di lotte democratiche. Con la scusa della crisi economica mondiale, Monti, col suo governo "dei tecnici", sostenuto da PD- PDL e TERZO POLO, espressioni delle classi dominanti italiane e internazionali (Confindustria, Ue, Fmi, Bce .), ha sferrato colpi letali ai livelli di vita delle classi più povere schiacciandole ulteriormente verso il basso: aumento delle tasse, taglio dei servizi pubblici, privatizzazioni, riduzione delle pensioni pubbliche, liberalizzazioni.

Vengono ridotte, e di molto, le già risicate tutele dei lavoratori di aziende in crisi (cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga, mobilità ecc.); per una piccola parte dei disoccupati è prevista solo una simbolica mancia, mentre i precari, che, secondo quanto affermato dalla Fornero,  dovevano essere i maggiori beneficiari della riforma del mercato del lavoro, non hanno nessuna garanzia di stabilizzazione nel rapporto di lavoro.
Nella nuova formulazione, l’articolo 18 non garantirà più nulla. Nel migliore dei casi, al lavoratore ingiustamente licenziato per motivi economici, spetterà il reintegro solo laddove il giudice dovesse ritenere "manifestamente insussistenti" i motivi; in caso contrario avrà una mancia come indennizzo (12-24 mesi di stipendio).
Da oggi nei luoghi di lavoro  si vivrà in un vero e proprio clima di apprensione, di ricatto: con la minaccia di poter licenziare il lavoratore non disposto a chinare il capo, a non ubbidire al padrone  che così avrà una formidabile arma di ricatto in mano, una vera e propria Spada di Damocle sulla  testa degli operai riottosi ad accettare i diktat aziendali.

La reazione delle forze politiche parlamentari è stata variegata e differente ma con sottili distinguo: se PDL e TERZO POLO si sono sfacciatamente detti entusiasti della riforma e del fare  decisionista del premier Monti che ha rifiutato qualsiasi trattativa negoziale, mettendo i sindacati e in particolare la Cgil davanti al fatto compiuto, il Pd ha dovuto dire signorsì, per salvare la faccia alla Cgil trovando l'accordo-truffa sancito  con Monti.
In questo contesto ci aspettavamo qualcosa di diverso dal Pd ma è chiaro che il Pd, pur essendo un partito liberale , che ha come scopo principale quello di rappresentare le esigenze del “grande ceto imperialista nazionale” ( non dimentichiamo che tra i suoi sostenitori figura il gotha delle grandi banche, imprese, assicurazioni ecc.), rimane, al contempo,  un partito che ha una parte consistente del proprio elettorato tra i lavoratori dipendenti e sindacalizzati (Cgil), cioè quei soggetti che a oggi hanno pagato un prezzo durissimo alle politiche di austerità varate dal governo e appoggiate dallo stesso Pd.
Ecco spiegati quindi i distinguo e le precisazioni a cui assistiamo in queste ore. Dalla sede nazionale dei democratici comunque non si alza nessuna voce che metta in discussione il sostegno a Monti e ai suoi ministri.

Intanto il malessere e il malcontento tra i cittadini monta vistosamente e all’orizzonte pare che non ci sia più una forza politica o sindacale in grado di raccogliere il malcontento e tradurlo in azioni democratiche di contrasto per arginare la politica di impoverimento perpetrata dal governo nè basteranno le due ore di sciopero annunciate da Landini o le sette annunciate dalla CGL che, oltre a essere assolutamente insufficienti,  appaiono più come uno strumento di pressione parlamentare che non un primo passo per la sola risposta che ad oggi sarebbe necessaria: uno sciopero generale ad oltranza del mondo del lavoro unito.  Camusso e Landini, pur con i dovuti distinguo, puntano allo stesso scontato risultato: estendere la possibilità di reintegro anche per i licenziamenti economici. Mentre  CISL e UIL, si sapeva, hanno già operato una scelta di campo, stanno con i padroni.

Antonio Canonico

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