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L'eroe cassanese di Cefalonia PDF Stampa E-mail
Scritto da L.R.Alario   
marted́, 18 gennaio 2011 22:37
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Cap.Giuseppe Di Giacomo
Giuseppe Di Giacomo. Il comandante, che non parlava senza sorridere - Giuseppe Di Giacomo, il Capitano d’Artiglieria, Comandante della 361ª Batteria del 188° Gruppo di stanza sulla costa di Cefalonia, ha quarant’anni, quando il 24 settembre 1943, pur essendo pressantemente invitato dai compagni e dal cappellano militare a travestirsi e a darsi alla fuga, si rifiuta categoricamente per difendere l’onore suo e dell’esercito italiano, affrontando eroicamente la morte inflittagli dai Tedeschi.  Egli, Calabrese nato a Cassano, è un affermato ingegnere, e anche ottimo musicista, avendo frequentato, negli anni dei suoi studi universitarî a Napoli, il Conservatorio di San Pietro a Maiella, suona il violino e il violoncello, tenendo concerti per gli amici insieme al cognato, l’ingegnere Stanislao Pontieri, sa, col suo sorriso, infondere ottimismo e incoraggiare gli amici nel momento dello sconforto Alfio Caruso, nel suo libro Italiani dovete morire, scrive: «L’artiglieria della [Divisione] Acqui è sottoposta ad una cura speciale, ma non c’è un cannone che taccia. Si difendono come ossessi. Sparano le batterie del 188° gruppo, il 359° ed il 361°, affidato ad un capitano calabrese, Giuseppe Di Giacomo, un cuor contento che dal primo giorno di lotta si è trasformato in un leone. Di Giacomo è soprannominato “il vecchio” perché i suoi uomini sono detti “i vecchioni”, in quanto tra i più anziani della divisione. Ma il “vecchio” ed i “vecchioni” per sette giorni daranno la paga all’aviazione ed alle truppe tedesche». Don Luigi Ghirlandini, cappellano della Divisione Acqui, nel capitolo L’eccidio di S. Teodoro del suo libro I martiri di Cefalonia, così descrive il nostro eroe nei terribili istanti precedenti la sua fucilazione: «Il capitano Giuseppe Di Giacomo, noto per il suo eterno sorriso, per la grande bonomia, per l’ottimismo che aveva saputo mantenere anche nelle occasioni più difficili, non perde la sua calma, la sua serenità, fino all’ultimo istante».
   Padre Romualdo Formato, nel suo libro, L’eccidio di Cefalonia, così scrive di lui: «Il capitano Di Giacomo comandava la 361ª batteria del 188° gruppo da 155/14 di posizione costiera. Era giunto nella primavera col suo bel gruppo, che, scherzosamente, era chiamato il “gruppo dei vecchioni” per il reclutamento dei suoi uomini, tutti anziani. Ma fu il gruppo che destò maggior stupore e massima ammirazione durante i sette giorni di combattimento. Non ristette un attimo dalla sua ininterrotta e vigorosa attività e vomitò valanghe di fuoco sul tracotante nemico. Il generale Gandin e il colonnello Romagnoli ne erano entusiasti e non tralasciarono occasione per far giungere a quei bravi artiglieri la loro commossa parola di elogio.
   Il capitano Di Giacomo aveva presto legato con me affettuosa amicizia. Avevo visitato anche la sua graziosa cittadina – Cassano Jonico – dove avevo conosciuto il vescovo della diocesi, monsignor Barbieri, al quale, col capitano Di Giacomo, avevamo inviato da Cefalonia il nostro comune omaggio.
   Caro amico!… Aveva una vera passione per i suoi uomini, e questi lo contraccambiavano con affettuosa filiale venerazione. Per Pasqua desiderò una cerimonia tutta particolare per la sua batteria, che preparò con grande solennità, ed egli volle ricevere, per primo, la comunione eucaristica, aprendo la fila compatta dei suoi artiglieri.
   Aveva un sorriso perenne sulle labbra. Si sarebbe detto che non sapeva parlare senza sorridere… E, certo, quel sorriso non si è spento neppure dinanzi a una morte così inaspettata e crudele, la quale, per lui, è stata l’alba purpurea del meritato premio eterno […]
   Ho già narrato le varie istanze con le quali, alla “casetta rossa” chiesi, piangendo, che mi facessero seppellire le salme degli ufficiali fucilati. Le insistenze divennero così concitate e pressanti che a un certo momento parvero degenerare in alterco… e qualcuno dei miei amici mi tirava per la veste e mi invitava alla prudenza, temendo complicazioni. E ho narrato anche come fui ingannato e chiuso prigioniero, senza che mai più nulla mi fosse successivamente detto sulla sorte di quelle povere salme.
   Solo a un anno di distanza, al ritorno in Italia del gruppo rimasto a Cefalonia, ho potuto conoscere, inorridendo, la fine ultima dei miei cari compagni di martirio uccisi alla “casetta rossa”.
   Le salme furono fatte caricare su vari zatteroni e trasportate in alto mare, dove – legate tra loro a due a due, a tre, a quattro – furono precipitate nel fondo con enormi pesi. Per questa macabra bisogna – compiuta col favore delle tenebre – si servirono di una ventina di nostri marinai, i quali, dopo due notti consecutive di estenuante lavoro, furono anch’essi trucidati, perché – dinanzi al mondo civile – non rimanesse testimonio alcuno di così orribile misfatto».
   La sua batteria, situata tra Chelmata e Spilla, cominciò a essere bombardata il 15 settembre 1943, ma lui restò sempre tranquillo al suo posto. Per 8 giorni consecutivi i suoi “vecchioni”martellarono coi cannoni gli obiettivi nemici, e ultimi cessarono il fuoco, coprendosi di gloria.
   Vincenzo De Luca, altro combattente di Cassano, scampato all’eccidio, riferisce che il pomeriggio del 23 settembre Di Giacomo rifiutò di travestirsi e darsi alla fuga, scegliendo, sereno, in nome dell’onore della patria, il martirio alla “Casetta Rossa”, rammaricandosi di non essere caduto accanto ai suoi cannoni.
   Al momento della morte, il 24 settembre, il pensiero del Capitano Di Giacomo andò certo alla sua giovane moglie  e alla sua piccola figlia Adele, che non ebbe la possibilità di conoscere. “Con la delicatezza d’animo che lo distingueva – scrive la professoressa Carmelina Arcieri vedova Di Giacomo – tornando dalla Missione Militare di Cefalonia nell’ottobre 1948, padre Formato portò alla bambina un ciclamino sbocciato dalla terra intrisa dal sangue del papà, unico avanzo del corpo martoriato”.
   Nel 150° anno dell’Unità d’Italia, tra dibattiti e polemiche, con scontri inopportuni fra unionisti e separatisti, fra nostalgici e revisionisti, non farebbe male soffermarsi sui martiri di Cefalonia e su figure nobili come quella di Giuseppe Di Giacomo. Anch’essi vanno aggiunti, senza retorica, ma per quello che testimoniarono col loro sacrificio, agli eroi del Risorgimento, il quale non si è concluso il 1861, poiché il movimento per la libertà e per la costruzione d’una forte volontà nazionale non si è mai arrestato, fra lotte intestine, tuttora in atto, e non dimenticate violenze, che hanno insanguinato la nostra storia recente.
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Prof. Leonardo R.Alario

                                    Leonardo R. Alario

(Da CALABRIA ORA, a. VI, n. 14, sabato 15 gennaio 2011, p. 3.)
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