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Vangelo di domenica 3 Ottobre PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
venerdý, 01 ottobre 2010 23:01
ImageDal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 17,5-10 - Gli apostoli dissero al Signore: «Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola?
Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?
Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

XXVII Domenica del Tempo Ordinario

3 Ottobre 2010

Uomini di fede

Introduzione

            Dopo l’insegnamento così impegnativo e difficile sul modo giusto di condurre una vita cristiana, in questa XXVII domenica del tempo ordinario è opportuno fermarsi e riflettere su ciò che permette a questa vita cristiana di essere vissuta fino in fondo, con fede che è il tema centrale delle letture di oggi. “Il giusto vivrà per la sua fede” è l’espressione chiave della I lettura (Ab 2,4); “Custodisci il bene prezioso che ti è stato affidato” la fede (2Tm 1,14), è quasi la raccomandazione testamentaria, che San Paolo fa al discepolo Timoteo dalla prigionia; e, per finire, la pagina del Vangelo di Luca è anche incentrata sulla fede: “Accresci in noi la fede!” chiedono i discepoli a Gesù. E Gesù risponde: “Se aveste fede quanto un granello di senape…” (Lc 17,6ss).

            Fede e fiducia, dunque, sono le parole chiave di questa domenica. Molte le conoscono, pochi le praticano con vera convinzione, perché fidarsi, credere, è arte difficile giacché quando ci si affida totalmente a qualcuno non si oppone alcuna resistenza, non si alza nessun muro di protezione, ma si lascia fiducioso il cuore aperto ad accogliere tutto ciò che ci viene dall’altro. Ma se la storia ci insegna che è un azzardo confidare nell’uomo; un’altra storia, quella divina, invece, ci insegna che è conveniente  fidarsi di Dio. In realtà è sempre la stessa storia dell’uomo, semplicemente, la si guarda da un punto di vista diverso, quello della fede.

E gli occhi della fede puntano diritti allo sguardo di Dio.

 

Oltre l’orizzonte

 

            Dal tempo del profeta Abacuc e della sua indignazione di fronte all’apparente assenza di Dio sono passati circa duemilasettecento anni, eppure ancora oggi, quando i nostri occhi si poggiano sullo scenario inquietante e drammatico dell’attualità del mondo, alzandosi al cielo esprimono la stessa indignazione: “Fino a quando le nostre preghiere non saranno ascoltate ?”.

            Quando fra le pagine di un quotidiano qualsiasi inutilmente cerchiamo tracce della presenza di Dio? Noi, uomini di fede di fronte allo spettacolo disgustoso dell’ingiustizia, della corruzione, della violenza, della follia omicida, della disumanità e dei disastri ecologici e naturali, imbocchiamo la strada del dubbio, sospettando che forse la fede sia inutile perché alle richieste di aiuto non c’è risposta? Il cielo appare lontanissimo.

            È possibile che la storia si ripeta all’infinito, scandite dal ritmo di chi crede e si indigna, del perpetrarsi indisturbato del male e dell’apparente assenza silenziosa di Dio? Allora è proprio vero ciò che dice la sapienza antica: “Quel che è stato sarà e quel che è fatto si rifà; non c’è niente di nuovo sotto il sole” (Qoèlet 1,9).

            Non per contraddire la Parola di Dio, ma la novità assoluta nella storia dell’uomo e del mondo c’è stata. L’evento unico e irrepetibile è accaduto, per cui nulla può essere più come prima. È umanamente legittimo esprimere la propria indignazione, ma come credenti non è possibile albergare in essa, giacché noi siamo i depositari di una speranza nuova che si nutre e sostiene nella fede in Gesù Cristo.

Cristo è di fatto quella scadenza, quel termine promessi da Dio ad Abacuc; è la parola fine agli scenari di odio, oppressione, menzogna, egoismi e ingiustizia che opprimono il mondo ad ogni latitudine. Dopo l’indignazione e la protesta, l’appuntamento è con Lui, nostra speranza, e risposta alle nostre preghiere. Cristo è la promessa mantenuta dal Padre. è sufficiente che il credente si attesti sulla roccia sicura della fedeltà a questa Promessa per sgombrare il cuore da ogni dubbio e incertezza.

            Infatti, è la fede in Cristo che ci dona occhi capaci di guardare oltre l’orizzonte malato di questo mondo. L’uomo che ripone in Cristo la propria fiducia, l’uomo di fede vede la realtà in tutta la sua triste amarezza, ma con la forza della sua stessa fede guarda oltre. Ci sono, infatti, le orme di Dio sulla sabbia del tempo, sul selciato della storia che guidano e accompagnano i passi dell’uomo.

            Chi ha fede, dunque, ha tutto un altro modo di vedere e capire le cose. È un’altra visione del possibile che sconfina nel terreno delle infinite possibilità di Dio.

 

La fede di un granellino di senape

               

            La possibilità sorprendente di Dio è un seme microscopico di senape che ha la forza di strappare un gelso, ben abbarbicato alla terra, per trapiantarlo in mare; mentre la possibilità dell’uomo è di rendersi totalmente disponibile, senza calcoli né contratti o limiti, a Dio. Questo è il messaggio sulla fede che ci consegna la pagina del Vangelo di Luca di questa domenica: da un lato il volto della fede che rivela la sua potenza divina; dall’altro quello che la designa sul suo versante umano, cioè nel suo attuarsi nell’uomo.

            La fede, gravida della possibilità di Dio, è dunque forza inarrestabile, capace di strappare ciò che è consolidato, di sovvertire le sorti, di ribaltare i destini, di trasformare la storia, di trapiantare in cielo ciò che è ben radicato nella terra.

Mentre, la fede, gravida della possibilità dell’uomo, è apertura del cuore e dell’intelligenza all’onnipotenza di Dio. Essa è disponibilità ad accogliere Dio nella propria vita come unico punto d’appoggio, la linea di partenza e il traguardo d’arrivo.

            Il frutto maturo di questa fede è di continuare a credere in Dio, fidarsi di Lui, anche quando le cose funzionano diversamente da come vorremmo; anche quando leggiamo e guardiamo la sconcertante cronaca degli innumerevoli delitti.

E ancora, il frutto maturo di questa fede è credere tanto alla volontà di Dio da restare saldamente radicati nei luoghi, in cui ci ha chiamato a vivere e servire. Ed è proprio in quei luoghi amati e sofferti dobbiamo continuare a dissodare il presente e seminare di speranza il futuro, pur senza risultati spettacolari, ma con il solo prodigio quotidiano di un amore che non si arrende.

            Un amore, per altro, che è donato senza pretese, senza esigenze, senza rivendicazioni, giacché di nulla ha bisogno per sé se non dell’amore di Dio e della felicità che procura l’aver donato tutto.

Per tutto questo, basta il dono di una fede grande quanto un granellino di senape. Questo granellino poi non va cercato fuori da noi, ma dentro noi stessi, là dove Dio l’ha piantato. E lo troveremo mentre lavoriamo per le cose che amiamo, nelle nostre fragili umanità, fra la gioia e la fatica di credere, nel nostro cuore che di tanto in tanto si accende per Dio.

           

Conclusione

 

            L’Apostolo Paolo rivolgendosi a Timoteo scrive: “Custodisci …il bene prezioso che ti è stato affidato” (2Tim 1,14).

Il bene prezioso da custodire è la fede, dono divino e ricerca umana. Infatti è Dio che si dona senza misura all’uomo affinché l’uomo trovatolo possa rispondere donandosi a sua volta.

E poiché il dono dell’uomo è riflesso del dono di Dio, esso non può essere diverso dall’amore con cui è stato elargito. Per questo la vera fede è fatta di poco: è un libero assenso, un sì detto a Dio. Infatti,  Dio si fa cercare da tutti, ma personale è la scelta di trovarlo e accoglierlo. 

E quando si accoglie Dio, accettando che la fede diventi parte essenziale nella propria vita, occorre custodirla con amore e viverla con umiltà, perché la fede “non è una bandiera da portarsi in gloria…ma una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento in una notte d’inverno…”(Natalia Ginzzburg).

            La fede è una luce di candela da reggere in mezzo alla pioggia e al buio; è preziosa per non piombare nelle tenebre; è lievito che trasforma, acqua che feconda e purifica. È espressione di dolcezza infinita, di amore che nel dono e nel servizio trova la strada per umanizzare e liberare la nostra umanità ferita.

+Vincenzo Bertolone

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