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Vangelo di domenica 18 Luglio PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
venerdý, 16 luglio 2010 18:28
ImageDal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 10,38-42 - Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa.
Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola;
Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».
Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose,
ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». (Segue il commento di mons. Vincenzo Bertolone, vescovo di Cassano)

XVI Domenica del tempo ordinario

18 Luglio 2010

 

Ascoltare per servire

Introduzione

 

                In questo caldo mese di luglio, mentre molti ricercano il divertimento chiassoso, vivendo il momento (breve o lungo che sia) della pausa estiva con la stessa frenesia ed ansia dei giorni feriali, la Parola del Vangelo, ancora una volta in questa XVI domenica del tempo ordinario, ci raggiunge con tutta la carica del suo andare controcorrente.

                Dalla pagina del vangelo di Luca, infatti, filtrato attraverso un racconto più vicino ad una parabola esemplificativa che ad un episodio della vita di Gesù, emergono due figure di donne, Marta e Maria. Insieme le due sorelle, attraverso la loro interazione con Gesù, e il fare dell’una e il silenzio dell’altra, ci invitano a rivalutare ciò che è veramente necessario alla nostra vita.

E scopriamo che se anche d’estate non ci concediamo momenti di silenzio, desiderando invece di riempire il tempo con il solito convulso fragore del “fare” e della “chiacchiera”, perdiamo l’occasione preziosa di accogliere Chi da sempre desidera starci vicino ed essere ascoltato per donarci armonia, serenità e pace.

                Per accogliere e riconoscere quest’Ospite speciale bisogna fare silenzio e stare in ascolto del suo passo, del suo respiro, della sua voce, della sua parola. Silenzio e ascolto, questi sono gli elementi caratterizzanti il vivere quotidiano di chi decide di intraprendere il viaggio alla ricerca della verità e della felicità, di chi, in definitiva, si mette alla ricerca di Dio.

                Scriveva David M. Turoldo: “Il nostro è un tempo defraudato di molte cose. Ad esempio, è un tempo senza silenzio, e quindi senza scampo”. Senza scampo perché senza silenzio, soprattutto quello interiore, che non permette di ascoltare la voce di Dio, e senza la sua Parola non ci si orienta nella vita, e si è veramente senza scampo.

Ecco allora la cosa necessaria: in silenzio ascoltare la parola di Dio per riscoprire noi stessi e il senso ultimo del nostro esserci e agire.

 

Marta e Maria

 

                Una antica tradizione esegetica rivendicava per la lettura di questa pagina lucana una sorta di contrapposizione tra le due protagoniste femminili del brano, Marta e Maria, la prima simbolo della vita attiva e la seconda della vita contemplativa, quest’ultima considerata di maggiore dignità. In realtà, è una chiave di lettura superata, influenzata per altro da una tradizione filosofica di origine greca estranea alla prospettiva ebraica propria di Gesù, che presta attenzione, sempre, all’integrità della persona umana. Per cui non è possibile contrapporre il “fare” di Marta all’ “ascoltare silenzioso” di Maria.

                Non è possibile, in altri termini, mettere in evidenza un contrasto fra vita attiva e vita contemplativa, rimarcando magari l’eccellenza della seconda sulla prima “occupazione”. Infatti, ad una lettura attenta il contrasto non c’è. Dopo tutto anche Gesù, pur avendo avuto i suoi picchi di silenzio, di preghiera e contemplazione, ora sul monte ora nel deserto, ha vissuto la maggior parte della sua esistenza pubblica in mezzo al vociare della folla, ai lamenti dei malati, al lavoro dei contadini e dei pescatori, nei mercati e lungo le strade chiassose della Palestina.

Allora, per comprendere esattamente questo racconto lucano, un’altra è la chiave di lettura da trovare. E di fatto non è da ricercarsi tanto nella “professione” o nell’ambito in cui si esplica l’azione delle due sorelle, quanto piuttosto nell’atteggiamento di fondo con cui esse si pongono in relazione alla loro attività. Entrambe, infatti, accolgono l’Amico che viene a trovarle, ma lo fanno in modo diverso.

                Infatti, Marta si lascia prendere dalla necessità dell’ “urgenza” di adempiere a tutti doveri dell’ospitalità, facendo tante cose; Maria sceglie, invece, l’ “importante”, seduta davanti ai piedi dell’Amico ospite ne ascolta la Parola, sapendo che un amico vero vuole essere prima di tutto ascoltato. Marta, poi, di fronte a Cristo imbocca decisamente la strada del “dare”; là dove Maria sceglie di “ricevere”; quindi Marta si colloca sul piano dell’ “agire”, invece Maria sul quello dell’ “essere”. E ancora, Marta si precipita a “fare”, ma Maria dà il primato all’ascolto.

In definitiva, Marta si limita, nonostante tutte le lodevoli intenzioni, ad accogliere Gesù in casa; Maria, invece, Lo accoglie dentro il suo cuore, si fa recipiente per Lui, Suo tabernacolo. Gli offre ospitalità in quello spazio interiore, segreto, che è stato predisposto da Gesù stesso, e che Egli ha riservato a sé stesso, al suo amore. Marta offre cose, tante cose; ma Maria offre se stessa.

                Ad essere “rimproverato” da Gesù, in definitiva, non è il “fare” di Marta, il servizio che lei vuole prestare al Signore, ma piuttosto il suo atteggiamento, il modo in cui ella intende prestare questo servizio. Innanzitutto, vi è il desiderio ansioso di servire il Signore, quando invece il Signore si avvicina per servire. Lo dice Lui stesso: sono venuto non per essere servito, ma per servire. In un certo senso Marta non lascia al Signore lo spazio per poter agire nella sua vita, non Gli dà la possibilità di donarsi. Non così per Maria. Ella, infatti, accoglie con l’intento di “ricevere”dal Maestro, si lascia cioè servire.

                Nell’accogliere, inoltre, Marta si lascia prendere da mille preoccupazioni, da mille cose da fare e pensare, cacciandosi in un labirinto soffocante dal quale è difficile uscire ed a causa del quale non è possibile godere di quella libertà necessaria per mettersi alla ricerca del necessario; e, poi, c’è il rumore continuo, che non le permette mai di godere di un attimo di silenzio, indispensabile se intende ascoltare veramente la parola e la voce dell’Amico che la viene a trovare. In un certo senso, quel “fare” impedisce a Marta di riconoscere in quel colloquio, l’incontro decisivo della sua vita; ne ostacola l’autentica accoglienza, che è accoglienza della sola Parola che può veramente salvare, pacificare, rinfrancare, rasserenare l’animo liberandolo da tutte quelle inquietudini e ansie che rendono invivibile la vita e ne fanno smarrire il senso ultimo.

E per finire, il “fare” di Marta senza il nutrimento di quella Parola è un “fare” vuoto, instabile, vacilla al primo colpo di vento: è come casa costruita sulla sabbia, se non ha le sue fondamenta nella roccia, la prima mareggiata la travolge. Non sorprende allora perché Maria abbia scelto la parte migliore, l’unum necessarium che orienta la vita e la rende stabile, anche nelle “bufere”. Il segreto di Maria, è di aver iniziato ad accogliere partendo dal cuore, ossia prima di assolvere ai doveri dell’ospitalità, si è lasciata avvicinare dall’Ospite, si è fermata presso di Lui e ha iniziato ad ascoltare la sua parola. Si è lasciata istruire, servire, guardare, amare.          

                Gesù, in definitiva, non condanna il servizio, ma l’affanno, non il desiderio, ma la dispersione dei desideri. Non dice quale sia la cosa necessaria, ma intuiamo che il sedersi ai suoi piedi ci fa pellegrini dell’essenziale, ricercatori del necessario e dell’eterno.

Insomma gli atteggiamenti di Marta e Maria non sono da mettersi in competizione, ma rappresentano le due facce di una sola medaglia, i due aspetti di un unico amore: Marta non può fare a meno di Maria, perché il servizio ha una sorgente, la contemplazione, la sola che fa grande il cuore. Dall’altro canto, Maria non può fare a meno di Marta, perché non c’è amore di Dio che non debba tradursi in gesti concreti.

L’amica e l’ancella sono due modi di amare, entrambi necessari, i due volti di un unico comandamento: amare Dio e amare il prossimo; di una sola beatitudine: “Beati quelli che ascoltano la parola; beati quelli che la mettono in pratica”.

 

Azione contemplativa

 

                Alla luce di quanto detto sinora appare chiaro che in questa pagina di vangelo non si vuole celebrare la superiorità della “contemplazione” sull’ “azione”, quanto piuttosto si intende affermare una necessità di base, che deve essere presente in ogni stato di vita e in ogni situazione. Questa necessità è l’ascolto attento della Parola, la Sua silenziosa accoglienza nel cuore.

                Marta è come avvolta dal bandolo delle cose e da esse, sembra esserne sopraffatta; ma Maria esalta il primato e la necessità vitale di tenere sempre aperto, anche fra tante cose, l’orizzonte dell’infinito e dello spirito. Perciò la lezione è chiara: in qualsiasi situazione, in qualsiasi professione o impegno, bisogna sempre tener aperto questo canale di ascolto interiore, questo filo diretto con Dio che ci immette nel suo mistero e perciò nel mistero della nostra vita.

                Bisogna impedire che le cose ci assorbano e attanaglino, ci distraggano da ciò che veramente conta, da ciò che è davvero essenziale alla nostra vita. E ciò che è necessario, è conservare un cuore puro, aperto a Dio, generoso nei confronti degli altri, sereno e in “ascolto”. Di questo si ha veramente bisogno perché fra tante cose, affanni e preoccupazioni, il canale dello spirito verso Dio e verso la propria coscienza non si chiuda mai.

Ma in una società come la nostra, così chiassosa, persa tra i labirinti delle vanità, dominata dal fare e dal produrre, a che serve tenere aperto il canale verso Dio e verso la propria coscienza? In altri termini a che serve riscoprire una dimensione contemplativa se il resto del mondo ci impone una visione superficiale e meramente funzionale? Serve a recuperare, quanto abbiamo perso di vista rinunciando al valore e alla bellezza di tale dimensione, ad esempio la gratuità, lo stupore, l’amicizia, la lode, la gratitudine. Serve, soprattutto, a ripensare all’uomo, l’uomo vero che non è soltanto lavoro, ma persona che pensa, si interroga, si lascia innamorare del bello, e coltiva un grande sogno di libertà: donare la vita.

                E così arriviamo alla dimensione contemplativa del cristiano, che non è solo un modo pacato e meditativo per accostarsi alla vita, è anche visione in profondità del senso ultimo di tutta la storia, sia personale che collettiva, che trova nella croce e nella resurrezione di Cristo la sua fonte luminosa e il suo irrinunciabile principio conoscitivo.

Allora, concludendo: l’Ospite d’accogliere è Cristo inseparabile dalla sua Parola di salvezza, da ascoltare e vivere. Accogliendo Cristo e ascoltando la sua parola, poi, è possibile recuperare anche il valore del fare, visto che Gesù stesso ha parlato della necessità non solo di ascoltare la sua parola, ma anche di metterla in pratica.

 

Conclusione

 

                In noi c’è, dunque, un po’ di Marta e di Maria: le due sorelle in un certo senso si tengono per mano, giacché la vita attiva del cristiano è riflesso e manifestazione della sua vita contemplativa. Chi è luce non può che portare luce.         Infatti, chi ha seguito l’unum necessarium, fondando cioè tutta la propria vita sulla Parola di Dio, ha identificato tutto se stesso con l’ascolto di questa Parola, anzi si è fuso con Essa, perciò non può non aprirsi agli altri visto che la Parola accolta è inscindibile dal servizio all’uomo e alla vita.     

                Concludiamo con una testimonianza davvero inaspettata per la fonte da cui deriva, che tuttavia ritengo esprima bene il valore della contemplazione intesa come sorgente che feconda e nutre il terreno spesso arido della vita: “Per ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di energia bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l’acqua nel bacino. Essa permette agli uomini di accumulare di nuovo l’energia di cui l’azione li ha privati”. Così scriveva nel 1964 Alberto Moravia nella raccolta di saggi L’uomo come fine.

    

Serena domenica.

 

+Vincenzo Bertolone

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