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Vangelo di domenica 27 giugno PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
mercoledý, 23 giugno 2010 04:00
ImageDal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 9,51-62. - Mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui.  Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme.  Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?».  Ma Gesù si voltò e li rimproverò.  E si avviarono verso un altro villaggio.  Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada».  Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo».  A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre».  Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio».  Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa».  Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio»

XIII Domenica del tempo ordinario

27 giugno 2010

 

Chiamati alla libertà

 

Introduzione

 

                Mentre tutti accolgono con entusiasmo l’inizio dell’estate e già ci si lascia accarezzare dalla leggera brezza di libertà e spensieratezza, seducenti anticipazioni di vacanze programmate magari da tempo, in questa tredicesima domenica del tempo ordinario la Parola ci propone un altro tipo di libertà, indicandoci soprattutto un itinerario da non confondere con un viaggio turistico. Con questo non intendo voler smorzare gli entusiasmi; solo di ricordarci che la fede in Cristo non è stagionale: la fedeltà alla sua Persona deve esprimersi anche sotto l’ombrellone o in un bosco.

                Perciò le letture di questa domenica continuano e approfondiscono la riflessione sulla fede iniziata con la risposta di Pietro a Gesù  (domenica scorsa): credere significa seguire Gesù significa cioè preferire le sue scelte, sebbene queste ci portino verso Gerusalemme.

Queste scelte ci parlano di mitezza, di povertà, di priorità, di responsabilità, e implicano un atteggiamento che coinvolge il sentimento, la ragione, ma soprattutto la volontà. La volontà di essere liberi al punto di seguire il Maestro senza la paura di quello che sarà, o che si perderà, o a cui si rinuncerà, perché fiduciosi che quanto accadrà  spalancherà  la porta di  un futuro nuovo, inaspettato e meraviglioso.

                Dunque la libertà è il segreto della sequela, è la realizzazione compiuta della vocazione di ciascuno. Una libertà che nell’ottica cristiana, ma direi semplicemente e naturalmente umana, non sta tanto nel fare quello che si vuole, quanto piuttosto nel motivare ciò che si fa, palesando coerenza evangelica anche se ciò comporta un  risultato  amaro e arduo da sopportare.

                E se la vera libertà consiste proprio in questo, allora non bisogna cercare altri modelli da seguire, né pensare a come fare per rispondere a questa chiamata di libertà: quell’andare di Gesù “decisamente” verso Gerusalemme è risposta ad ogni nostro dubbio.

 

Un modello di vera libertà

 

                Iniziamo, quindi, questa riflessione proprio dall’avverbio greco “decisamente”. Esso dà forma visibile ad una volontà decisa, che mostra la determinazione di arrivare sino in fondo malgrado tutto. Però prima va presa la decisione, senza tergiversare all’infinito, assumendo virilmente l’impegno di portarla a termine. Se la determinazione ci turba non è perché il modello da imitare è al di sopra della nostre possibilità, ma perché guardiamo realisticamente in noi stessi, consci che troppo spesso ci siamo lasciati paralizzare dall’incertezza, dal timore di comprometterci, di rischiare, di perdere. Quando si arriva a prendere una decisione, lo facciamo non tanto perché ne siamo convinti, ma piuttosto perché pungolati dalla curiosità. Così va a finire che ci tuffiamo, ma con il salvagente; e senza abbandonare la battigia. Talvolta ci lasciamo cullare nel sogno dell’avventura, ma teniamo stretto in mano il filo d’Arianna. Ci entusiasmiamo, ci emozioniamo perché proprio noi siamo stati chiamati a percorrere questa strada, ma poi all’approssimarsi della partenza, la responsabilità del cammino ci preoccupa seriamente.

                Ci preoccupa anche il fatto che ad ogni scelta corrisponde una rinuncia, ogni passo lungo la strada verso Gerusalemme implica una difficile realtà da affrontare: la possibilità di fallire, di essere rifiutati e incompresi, di dover abbandonare sicurezze e comodità, di dover andare anche dove non si vuole. Tutto questo dimostra che la natura umana da sola non può farcela, perciò occorre ripensare ogni cosa al lume della fede. Bisogna cioè riconsiderare l’adeguatezza dei parametri con cui misuriamo il nostro concetto di successo, di bene, di interesse, e consideriamo il nostro modo di percepire la libertà.

                La fede ci aiuterà ad aprire gli occhi sulla verità dell’itinerario propostoci da Cristo. Esso, infatti, è un cammino di liberazione autentica. Certo non offre garanzie né beni, non sicurezze né successi, però ci libera da passioni che consumano l’anima, da preoccupazioni inquietanti da ansie che ci bloccano. L’itinerario proposto da Gesù, in definitiva, ci libera dai tanti pesi che precludono la strada verso una prospettiva diversa di futuro; ci libera dai lacci che ci legano alla terra. L’itinerario di Gesù è fatto di impegno vero, ma anche di speranza, di amore, di vera libertà.

 

Le esigenze dell’itinerario

 

                Quante belle parole, qualcuno potrebbe dire, eppure sembrerebbero contrastare con i fatti del Vangelo: a chi vuole seguire Gesù nel suo itinerario si chiede mitezza, si esige precarietà nelle cose e negli affetti, e si richiede responsabilità assoluta, incondizionata. Se questa è libertà, preferisco le mie confortevoli catene; se questa è speranza e amore, mi tengo strette la mia pochezza umana.

Ma ciò che non comprendiamo non significa che non sia vero e molte cose che all’inizio ci appaiono ostiche poi riusciamo a comprenderle e a farle nostre, fino a scoprire l’amore che esse nascondono. È in tal modo che afferriamo il senso di vera libertà.           La mitezza che Gesù ci chiede corrisponde alla libertà della proposta. Il suo itinerario è una proposta, non un’imposizione. E non è neppure previsto, di fronte all’eventualità del rifiuto, un atto di forza, per piegare la volontà. Ciò che serve per attrarre, ed è veramente corrispondente all’agire di Dio, è la dolcezza e la pazienza. Non a caso scriveva papa Giovanni nel Giornale dell’anima: “La bontà vigilante, paziente e longanime arriva ben più in là e più rapidamente che non il rigore e il frustino”.

                Quello che pensiamo essere richiesta di povertà è invece disponibilità a vivere il rapporto con le cose in modo diverso; in altri termini, a non lasciarsi incatenare dal desiderio di possesso, di sicurezza, di comodità per aprirsi all’imprevisto, all’incertezza, ad una precarietà generatrice di vera libertà. Una libertà che non ci fa più organizzare la vita secondo criteri di esigenze personali e ci spinge a ricercare il senso vero della vita che è dono di Dio e perciò è da viversi come dono.

                La stessa disposizione alla povertà vale anche per gli affetti. Gesù non ci chiede di rinnegare gli affetti, ma di riconsiderarli alla luce del dono di Dio. Nel Salmo odierno leggiamo, “Sii tu, Signore, il mio unico bene”: se crediamo alla verità di queste parole, allora Dio diventerà lo scopo della vita e la famiglia, come le amicizie e gli affetti in genere, sono altri doni ricevuti per rispondere compiutamente al dono di Dio. Anche questa conversione è segno di libertà: la libertà di chi ha il coraggio di guardare avanti, sicuro che prospettive inaudite  saranno offerte dal Signore, dell’inatteso.

                E, infine, la decisione irrevocabile di vivere la fede, ovvero la fedeltà a Cristo, alla sua sequela, deve essere una assunzione di responsabilità, un’adesione senza rimpianti, risentimenti, incertezze. L’impegno è totale, definitivo, la scelta irrevocabile. Una simile volontà, però, si genera e si nutre di una assoluta libertà interiore. È la libertà interiore, infatti, che non ci rende degli occasionali della fede, ma dei fedeli amanti della sequela.

Ma alla fine di tutto non lasciamoci prendere dalla preoccupazione di non potercela fare, e non dichiariamoci sconfitti quando avvertiremo un senso di inadeguatezza per cui pensiamo sia meglio fare marcia indietro. Rendiamoci conto che non siamo soli a solcare il sentiero della vita, soprattutto convinciamoci che Cristo ci dà sempre la grazia di riprenderci, se lo vogliamo.

Conclusioni

                Vorrei concludere la breve riflessione di questa domenica con una frase tratta dal film “Le ali della Libertà”: “La paura ti rende prigioniero, la speranza può ridarti la libertà”.

Mi pare una sintesi efficace di quanto la Parola oggi ci ha suggerito: se abbiamo paura di perdere, rinunciare, rischiare, la vita che ci costruiamo sarà poco serena, anzi dominata da ansie e preoccupazioni di salvaguardare i nostri beni, i nostri interessi, le nostre sicurezze. Agendo così, ci precluderemo la possibilità di guardare oltre, di sperare in Qualcuno che ci vuole veramente liberi e pienamente felici. È questo il mio augurio.  

Serena domenica!

+ Vincenzo Bertolone

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