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Vangelo di domenica 20 giugno PDF Stampa E-mail
Scritto da administrator   
venerdý, 18 giugno 2010 22:37
ImageDal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 9,18-24 - Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?». Essi risposero: «Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno.
«Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.

XII Domenica del tempo ordinario

20/06/2010

 

Cristo vive in me

 

Introduzione

 

                Domenica scorsa abbiamo letto la lettera scritta da Paolo ai Galati: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me”. Come ciò accadesse è lo stesso Apostolo a spiegarcelo in questa che è la dodicesima domenica del T. O.: “Battezzati in Cristo, voi siete rivestiti di Cristo”.

                Le due frasi portano a pensare ad una identità completamente del tutto rinnovata, che non ha più nulla del passato, ma si “ricolloca” all’interno di una dimensione nuova. In questa diversa prospettiva però non basta solo presentarsi con un appellativo identificativo, “io sono cristiano”; più importante, di fatto, è volere, pensare, sentire, agire quotidianamente da cristiano, ovvero in conformità con Cristo, riconosciuto Signore della nostra vita: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. Da qui il senso di quel “non vivo più io, ma Cristo vive in me” e di quell’essere, in virtù del nostro Battesimo, “rivestiti di Cristo”. E tuttavia questa equazione non è autoreferenziale: “dirci” battezzati in Cristo non necessariamente comporta “vivere” ogni giorno da battezzati, da cristiani. Ecco perché ogni qual volta professiamo la nostra fede nel Cristo, Figlio di Dio, è necessario pesare con cura ogni parola, giacché essa deve tradursi in prassi, in esperienza concreta.

Non si può, in sostanza, riconoscere in Gesù il nostro Signore, il nostro Messia, il nostro Cristo senza che tutto ciò abbia implicazioni profonde nella nostra vita; non si può dire di appartenere a Cristo se poi si distoglie lo sguardo dalla croce, che ne ha definitivamente suggellato l’identità messianica. Non si può, infine, dirsi discepoli se non si ha il coraggio, la forza, l’amore per seguire fino in fondo le orme del Maestro.

 

Alla ricerca di un’identità

 

                Questa pagina del vangelo di Luca, contiene a mio avviso, due paradossi. Primo: Gesù chiede ai suoi discepoli che cosa pensi la gente di Lui, della sua opera, del suo dire. Subito dopo li chiama in causa direttamente con la stessa domanda: “E voi chi dite che io sia?”. Lo fa perché ha bisogno di conferme, di assicurazioni sulla propria identità? Io non credo, a maggior ragione perché la conferma sulla sua identità Egli la riceve direttamente dal Padre nei momenti di intima comunione con Lui. Allora perché, a questo punto del cammino, il bisogno di chiedere cosa pensi la gente di Lui e che cosa ne pensino, soprattutto, i suoi?

Il motivo è uno, ed abbatte le barriere del tempo, giungendo fino a noi: nel seguire Gesù prima o poi dobbiamo aspettare di essere interpellati direttamente a rispondere delle scelte fatte.

Venendo al secondo paradosso, la risposta di Pietro è perfetta, oserei dire per noi cristiani consapevoli, da manuale: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”, che tradotto ai giorni nostri suonerebbe con un più semplice “Io sono cristiano”. Eppure Gesù, di fronte alla risposta di Pietro, impone il silenzio. Perché? Avrebbe dovuto fargli piacere essere riconosciuto proprio da uno dei suoi; come dovrebbe fare piacere a noi sapere che molti si dichiarano apertamente cristiani. Invece, si impone il silenzio. Come possiamo spiegare l’atteggiamento di Gesù?

Con due motivazioni una riguarda la sua persona, l’altra direttamente Pietro (e indirettamente noi). La prima è legata al tempo: era prematuro riconoscere l’identità messianica di Gesù, dichiarare “Tu sei il Cristo”, il Messia promesso e atteso, il vero liberatore e portatore della salvezza, l’ultima risposta di Dio, il suo volto, la sua presenza. Perché ciò si realizzasse compiutamente mancava la croce. È la croce la chiave di volta di tutto il mistero messianico. Infatti, solo dopo la morte e la resurrezione, la parola Cristo è stata vera, il suo contenuto ha assunto in pienezza, caricandosi di tutto il valore e del peso liberante e misericordioso di quel “legno verde”.

                E veniamo al secondo motivo. Dichiarare che Gesù è il Cristo, dire apertamente di essere cristiani non può non avere implicazioni nella nostra vita.

Prendiamo il caso di Pietro: si rendeva veramente conto delle proprie parole? Quale partecipazione, quale passione, quale coinvolgimento emotivo, spirituale, pratico ha sotteso quella sua confessione? Prendiamo noi: quando ci dichiariamo cristiani, quando tiriamo in ballo il nome di Dio e professiamo la nostra fedeltà a Cristo, quali conseguenze ha nella nostra vita tutto questo? Con quale volontà, ragione, sentimento, azione si esprime?

Non vorrei deludere nessuno pensando che Pietro, forse, non avesse compreso a pieno la portata della sua affermazione, lo sconvolgimento che avrebbe arrecato alla sua vita. Allo stesso modo, non vorrei offendere nessuno considerando che spesso i frutti di noi battezzati in Cristo non si vedono.

Il rischio è alto. Se professiamo la nostra fede in Cristo, come se fosse una semplice appartenenza ad una corrente di pensiero più che una convinta adesione ad una Persona, saremmo strumenti senza suono e lanterne senza luce in una società che, oltre tutto ha bisogno di armonie e di tanta luce. In altri termini, saremmo testimoni di noi stessi e non certo di Cristo, perciò incapaci di fare la differenza della salvezza.

 

Rivestiti di Cristo

 

                Trasmettere Cristo è altro che sapere corrette nozioni dottrinarie e precise definizioni teologiche. Trasmettere Cristo è saper spiegare con i fatti ciò che si è vissuto di Cristo. Belle idee, belle parole su Cristo non servono se non sono seguite dall’azione. Cristo non è Persona da capire, ma di cui innamorarsi; Cristo non è da conoscere, ma Persona da cui farsi afferrare. E farsi prendere, afferrare, stringere, possedere da Cristo è possibile solo se si impara a mettere i “piedi” sulle sue orme, rinnovando le scelte secondo le sue; se spendiamo la vita in ciò che a Lui veramente interessa e sta a cuore.

                Una sola strada ci porta a realizzare ciò compiutamente: quella della croce. Se vogliamo veramente essere rivestiti di Cristo non possiamo distogliere lo sguardo dalla croce, dobbiamo andare fino in fondo alla vita di Cristo, anche se questo significa abbracciarla mentre pende dalla croce. Ma ciò non deve essere motivo di tristezza. La croce, infatti, non è segno di morte, ma di amore e vita: amore che si fa perdono e vita che diventa eterna. Essa non è, poi, disperazione e fine, ma speranza e inizio, non è rassegnazione e sconfitta, ma accettazione attiva e vittoria. Per questo “chi perderà la sua vita, la salverà”.

                Questa scelta però non si può delegare ad altri: siamo noi a stessi a dover decidere se vivere da credenti in Cristo o fare come se Lui non ci fosse. La vita stessa è risposta personale a Dio, ovvero è volontà di fare del figlio di Dio, il Cristo, il fulcro attorno al quale far ruotare tutto: il nostro modo di pensare, di sentire, di amare, di essere e agire.

Infine, non basta dire “io credo in Cristo” per essere cristiani. Ciò che ci identifica come tali è saper “rinnegare” concretamente ogni giorno il proprio io, di cui andiamo così orgogliosi e a cui siamo smisuratamente legati, per assumere l’identità di Cristo, “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”; concretamente saper “perdere” ogni giorno la vita, ovvero scegliere di rinunciare alla volontà di interpretarla in chiave di vantaggio e interesse individuale, per abbracciare la disponibilità a “farne dono”. Attenzione! ogni giorno, non nella straordinarietà di una offerta suprema e ultima, ma nell’ordinarietà del quotidiano.

                Vogliamo fare veramente la differenza? Allora diventiamo autentici battezzati “feriali”, eroici nella fedeltà quotidiana, sofferta, gioiosa, silenziosa e umile alla persona di Cristo.

 

 

Conclusioni

 

                Cantava un poeta francese, Alphonse de Lamartíne: «Quando l’amarezza delle lacrime sembra il solo gesto del nostro pane quotidiano, è allora che la tua salvezza, Signore, si eleva nel Silenzio del mio cuore. È allora, mio Dio, che la tua mano solleva il peso ghiacciato del mio cuore verso il sole della tua resurrezione».

                Nell’umiliazione e nella sofferenza della croce Cristo ha rivelato all’uomo un altro tipo di umanità: è una umanità che ha il coraggio di affrontare le piccole croci della quotidianità con la fiducia di chi si sa sostenuto dall’amore di Dio e dalla certezza della sua liberazione.

Serena Domenica

+Vincenzo Bertolone  

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