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Vangelo di domenica 13 giugno PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
venerdý, 11 giugno 2010 06:31
ImageDal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 7,36-50.8,1-3.-  In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure».  «Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».  Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».  E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.  (segue)

Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi.  Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».  Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; và in pace!». In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni,  Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni.

Commento di mons. Vincenzo Bertolone:

 

XI Domenica del Tempo Ordinario

13 Giugno 2010

 

Il profumo della gratitudine

 

Introduzione

 

                Nelle ultime domeniche siamo stati conquistati dal fascino del mistero di Dio, ne abbiamo contemplato grandezza, infinità,  profondità e bellezza. In questa undicesima domenica del tempo ordinario, sembrerebbe proprio che ad attenderci vi sia un brusco risveglio: dalle vette luminose dell’Eterno ci ritroviamo nell’abisso tenebroso della nostra fragilità e della nostra debolezza. L’errore è dietro l’angolo, il peccato è in agguato e la condanna toglie ogni speranza di riscatto.

                In realtà lo “straordinario” di Dio, che abbiamo imparato a conoscere, serve proprio a trasformare il nostro “ordinario”, arricchendolo di un significato nuovo. In definitiva è questo che vogliono comunicarci le letture di oggi: l’essere deboli, fragili, peccatori non deve farci disperare del perdono e della comprensione di Dio e neppure a negare lo stesso Suo con amore.

                Anzi, proprio noi, carichi di pesi che spesso ci fanno arrancare e costruire  la vita su giudizi severi e condanne senza appello, non dobbiamo affatto disperare della “cura” di Dio: chiediamola, invochiamola! Lasciamoci toccare da Lui, lasciamoci amare e facciamoci perdonare.

Questo il senso delle parole che Gesù rivolge nella pagina del Vangelo di Luca all’ex prostituta. Parole che rivelano anche l’essenza della “cura” di Dio: la misericordia.

                La misericordia per restituirci a noi stessi, la misericordia per rialzarci, la misericordia per rimetterci in cammino, la misericordia, infine, che dona novità di vita perché fa rinascere.

 

Con lo sguardo di Dio

 

                Una misericordia simile però ha bisogno di guardare al cuore dell’uomo con occhi diversi. Ci vogliono, infatti, occhi che sappiano andare oltre i fatti e scrutare la profondità dei cuori, perché non tutto ciò che emerge corrisponde all’intimo dell’uomo.

Perciò, solo occhi pieni d’amore, liberi da preconcetti e aperti alla novità di Dio, sono capaci di perdono e vedono il cambiamento là dove nessuno pensa che ci sia. Naturalmente, in chi riceve una tale attenzione nulla può essere come prima: la misericordia ricevuta si trasforma in amore e desiderio per il bene, la fiducia nel cambiamento diventa nutrimento di speranza e fede nell’Altro e in se stessi. Quando ci sente amati e accolti rinasce la vita.

Uno sguardo sì fatto, sicuramente, avrà sentito su di sé la donna del brano lucano. Sul suo capo chino si sono posati occhi che hanno visto lei, non il suo peccato; occhi che nel male hanno scorto un barlume di bene, segno di speranza e motivo di fiducia nelle possibilità di un futuro diverso. Nei suoi confronti sono state rivolte parole nuove, non più di condanna e disprezzo, ma di amore e perdono: finalmente qualcuno ha guardato alla sincerità del suo cuore e non all’involucro esterno del suo peccato.

Ma solo un uomo nuovo, fuori dagli schemi, può avere uno sguardo simile e osare tali parole. Diversamente, lo abbiamo letto nel Vangelo, chi sbaglia resterebbe legato al proprio peccato, senza possibilità di riscatto. Infatti, proprio noi, destinatari della misericordia di Dio in quanto peccatori, spesso diventiamo giudici implacabili di noi stessi e degli altri. Non sappiamo guardare con lo stesso sguardo di Dio, il nostro orizzonte è più vicino a quello del “padrone di casa”: il fariseo onesto ma senza amore, virtuoso ma senza umanità; moralista convenzionale, sistematico, inflessibile, imprigionato dal contingente, precluso all’inventiva di Dio. Per rettitudine apprezzabile, ma certo incapace di amare e farsi amare, di cambiare e far cambiare, di sperare e infondere speranza.

Non così la morale dell’Ospite. Egli, certo, non ama il peccato, anzi lo denuncia, ma al tempo stesso non nega la creatività di un Dio che ama rinnovare, ma soprattutto vuole restituire dignità umana a chi sembra averla perduta per sempre.

E la donna, perduta per i benpensanti, ora riprende a vivere per la sorprendente pietà di un solo Uomo che guarda alla persona, non al suo peccato, che ne considera la dignità, non ciò che ha o fa, che stima la sua verità più importante dell’ altrui giudizio o pregiudizio. Questo uomo è Gesù, che dimentica ciò che è passato e dona al presente il perdono.

                Perdona perché il bene non può essere meno del male, e il male non può annullare il bene fatto. Perdona perché sulla bilancia della vita l’amore pesa di più. Perciò l’uomo, che ha nel cuore il seme dell’amore, non può essere irrimediabilmente legato al suo passato e al suo peccato, ma va ripensato alla luce delle sue migliori possibilità.

E queste migliori possibilità si possono cogliere solo con gli occhi dell’amore, appunto, con lo sguardo di Dio che non identifica per il peccato, ma per la capacità di amare, per la libertà di scegliere il bene, per la generosità delle azioni, per la fantasia creatrice del rialzarsi dopo una caduta, per la gratuità dei sentimenti, per le lacrime di pentimento.

E ancora una volta non possiamo non sentirci investiti da una grande speranza: il Dio al quale consegniamo ogni giorno la nostra vita, nonostante tutto, continua ad avere fiducia in noi, ad amarci oltre ogni nostro limite o colpa.

 

La tenerezza dell’uomo amato

 

                Per questo l’amorevole carezza dello sguardo di Dio scalfisce anche i cuori più duri. Essa , infatti, non resta in superficie, scende in profondità, riscalda il cuore, guarisce la vita, ridona salute all’anima. E a questa ritrovata serenità e armonia, non si può non rispondere con amore, e quando l’uomo ama è capace di gesti divini.

Divino, di fatto, è il gesto silenzioso della donna del Vangelo nei confronti del Maestro: si china davanti a Lui, unge con olio profumato i suoi piedi, li asciuga con i suoi capelli e li bacia. È il suo silenzioso grazie a chi ha avuto pietà di lei, a chi ha visto una donna piuttosto che una “prostituta”, a chi ha amato la persona piuttosto che condannare il peccato.

Un gesto simile compirà lo stesso Gesù nell’ultima cena consumata con i suoi discepoli: chinatosi davanti a ciascuno di essi, ne laverà ed asciugherà i piedi.

Entrambi atteggiamenti umani totali, fatti con tutto il cuore e l’amore, per questo recano in sé qualcosa di religioso, sacro, rituale. Realizzano una familiarità, una prossimità inattesa, una vicinanza insperata che cambia, trasforma, rinnova: la vicinanza di Dio.

                Ed è appunto questa condizione di comunione ritrovata che favorisce il cambiamento: tutto si ricrea e si rinnova, e quanto si crede ormai perduto con il peccato, è riacquistato, anzi no, trasformato e arricchito di un contenuto diverso.

Allora non si può non versare profumo di gioia e di amore per ringraziare “Chi” ha usato per prima amore e perdono; e non si può non credere a Chi ha visto oltre l’ “etichetta” dell’apparenza.

Il passo successivo sarà, dunque, la fede, ovvero la testimonianza dell’incontro decisivo della vita: l’incontro con Gesù. Questo è un momento decisivo: occhi traboccanti di comprensione e amore si poggiano su di te, e tu non osi sostenere quello sguardo per le tue fragilità, per le tue debolezze e i tuoi peccati, eppure sai che quello sguardo d’amore, su di te, resterà per sempre.

                Allora fissiamo nella memoria la forza di quello sguardo accogliente e misericordioso, che non giudica e condanna, ma ama, spera, guarisce.

 

Conclusione

 

                “Uno strano, ma semplice segreto della saggezza di tutte le epoche ci dice che ogni sia pur minima altruistica dedizione, ogni atto d’amore ci arricchisce…L’hanno saputo e insegnato gli Indiani, e poi i saggi Greci, e poi Gesù e dopo di allora altre migliaia di saggi e di poeti…Potete schierarvi con Gesù o con Platone, con Schiller o con Spinoza: ovunque la suprema saggezza dice che a rendere migliori e felici non è la condanna, l’odio o il giudizio, ma esclusivamente l’amore. Ogni altruismo, ogni rinuncia dettata dall’amore, ogni compassione attiva, ogni donazione di sé sembra uno spreco, una privazione, e invece è un arricchimento e una crescita, ed è anche l’unica via che conduca in avanti e verso l’alto”. (Hermann Hesse).

                Una lunga citazione per dire che a infonder speranza in una persona, a restituirle la dignità, a spingerla a recuperare la bellezza e l’amore perduti, non sono efficaci parole altisonanti e vuote, non rimproveri e sguardi di condanna, non toni alti di voce o punizioni esemplari; servono solo gesti d’amore, muti e senza eco.     

   

Serena domenica

 

+Vincenzo Bertolone

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