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Il sangue di un'altro martire PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
giovedý, 10 giugno 2010 17:10
mons. Padovese
mons. Padovese
Il sangue dei testimoni di Cristo è lievito di nuova vita -
Era tornato a casa, vicino al mare, per riposare. Ma in un quieto giardino a Iskenderun, nel sud della Turchia, è morto. Accoltellato da uno dei suoi più fedeli aiutanti, trattato da sempre come un figlio. Pochi fendenti, ben assestati, hanno chiuso la parentesi terrena di monsignor Luigi Padovese. A uccidere il vicario apostolico di Anatolia e presidente della Conferenza episcopale turca, spinto da motivi che sarebbero da ricercare in una crisi depressiva, è stato il suo autista, Murat Altun, 26 anni appena, che da cinque lo accompagnava in tutti i suoi spostamenti, Italia compresa.

Qui, proprio a Cassano, monsignor Padovese era stato poco meno di due anni fa, per prender parte ad un convegno sui temi del dialogo, lui che da guida della Chiesa turca aveva pianto l’amico fraterno don Andrea Santoro, vittima innocente dell’odio religioso nel 2006. «Da quando Gesù è morto in croce – aveva detto ricordando il sacrificio del suo confratello – il sangue versato non richiama più alla vendetta ma al perdono. È un sangue che lava, purifica, dà vita». E per dare forza alle proprie parole, aveva richiamato quelle di Cristo in croce: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno». Una prova di fede e speranza, confermata nel suo breve viaggio cassanese: a chi, in quelle ore, inconsapevolmente preconizzando gli eventi futuri, gli domandava quanto pesasse la consapevolezza di definirsi ed essere cristiani in luoghi dove ciò avrebbe potuto comportare anche il martirio, rispondeva: «Non mi sento un martire, ma un umile prete chiamato ad operare in quella che è la terra santa della Chiesa. Questa fu la terra del grande Paolo, che nell’incontro accecante con Cristo scopre l’amore che gli dona una visione nuova della realtà, portandolo a cambiar rotta e ad iniziare a predicare ciò che aveva visto ed udito». Ed il Verbo divino monsignor Padovese andava annunciando conscio delle difficoltà e dei pericoli, ma senza mai rinunciare a sognare «una Chiesa turca rinvigorita e padrona della propria fede».

Uomo di pace che da tenace negoziatore era riuscito a guadagnare la stima di chi idealmente lo avversava in un Paese in cui alla laicità tinta di nazionalismo si era da qualche tempo sovrapposta una concezione dello stato più orientata alla teocrazia, monsignor Padovese è stato privato della vita divenendo egli stesso, come amava dire di quanti avevano pagato con la vita la fedeltà a Dio, «un sacerdote forse conosciuto da pochi ma che, con la morte, diviene esempio per molti». Riflessioni che acquistano un peso nuovo e diverso nei giorni in cui la Chiesa soffre per le ferite aperte dallo scandalo della pedofilia, scoprendo d’avere tra i propri figli, al fianco di pochi cattivi preti, molti eroi silenziosi, pronti alla morte pur di non rinnegare Cristo ed i suoi insegnamenti il cui sangue, come già scriveva Tertulliano, «offerto da testimoni della fede, è fecondo di nuova vita». Tra costoro, v’è adesso anche chi non c’è più: Luigi Padovese, vescovo morto per portare la Parola di Cristo laddove gli uomini non volevano che essa giungesse.

+ Vincenzo Bertolone

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