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Questione meridionale e l'impegno della Chiesa PDF Stampa E-mail
Scritto da A.Cavallaro   
giovedý, 27 maggio 2010 01:16
Conso
il dott. Vincenzo Conso
Lo scorso 18 maggio si è tenuto nel teatro di Cassano il convegno incentrato sul documento redatto dalla C.E.I. dal titolo
“Per un Paese solidale. Chiesa Italiana e Mezzogiorno”, col quale viene affrontata la questione meridionale nell’impegno della Chiesa. Un argomento quanto mai attuale, che la conferenza dei vescovi italiani ha preso in considerazione con energia e argomenti propositivi. A relazionare erano stati invitati il prof. Aldo Viola, ex-preside del locale liceo, l’ex-senatore DC Dario Antoniozzi, e il dott. Vincenzo Conso, segretario generale dell’ICRA. A moderare in modo accorto e preciso gli interventi è stato chiamato il giornalista della Gazzetta del Sud Domenico Marino. Prima delle relazioni e dell’introduzione del vescovo di Cassano mons. Bertolone, il pubblico ha dovuto sorbirsi per circa un’ora e passa una serie di salamelecchi autocelebrativi che i capigruppo consiliari dei vari partiti presenti in consiglio comunale hanno tributato al sindaco neo-eletto consigliere regionale avv. Gianluca Gallo, probabilmente si è voluto approfittare dell’occasione per fare un po’ di passerella, ma, certamente non era quella la serata ideale, essendo i convenuti giunti a teatro per ben altro e importante argomento

Le relazioni  presentate dal i tre insigni personaggi invitati per l’occasione, sono state abbastanza  interessanti, ma, a parer nostro, quella letta e illustrata per ultima del dott. Conso, ci è sembrata la più centrata, peccato che per mancanza di tempo, viste le lungaggini iniziali, non si è potuto procedere al previsto dibattito che sicuramente avrebbe arricchito la serata con le argomentazioni che sarebbero venute dalla platea. Abbiamo chiesto e ottenuto dal dott. Conso il testo della sua relazione che ci permettiamo di sottoporre all’attenzione dei nostri webnauti. Buona lettura.

 

“CHIESA DEL SUD: SANTITÀ COME PROBLEMA IN UNA PROSPETTIVA DI CAMBIAMENTO”

 Un documento interessante, il 3° sul Mezzogiorno, dopo quello del ’48 e dell’89, anche se il primo non era di tutto l’Episcopato italiano: fu firmato, infatti, solo dai Vescovi dell’Italia meridionale peninsulare, quindi senza i Vescovi siciliani. Quello dell’89 sarà una grossa novità, perché sarà di tutti i Vescovi italiani, dopo aver mancato l’appuntamento dei venticinque anni, nel 1973. L’allora Arcivescovo di Potenza, S. E. Mons. Aurelio Sorrentino, fu infatti incaricato dal Consiglio Permanente della CEI di preparare una bozza di Documento. Ma il tentativo fallì e più tardi il Segretario generale della CEI, Mons. Enrico Bartoletti, con una lettera comunicò a Mons. Sorrentino che l’iniziativa non poteva andare avanti per le troppe difficoltà a cercare il consenso di tutti i Vescovi italiani.

Anche il Documento di quest’anno è una grande novità, perché ripropone, nella Chiesa italiana, la centralità della questione meridionale.

Un documento interessante, allora, che può nascondere un duplice trabocchetto: quello che fa trapelare che esso non contiene nulla di nuovo; un secondo, invece, fa trapelare che si tratta, appunto, solo di un testo, l’ennesimo della Chiesa italiana.

relatori
da sin.:D.Marino,A.Viola,R.Garofalo,D.Antoniozzi,V.Conso,mons.Bertolone
 

Siamo, invece, davanti a ben altro. Anche nel linguaggio: chiaro, incisivo, che manifesta un approccio culturale al Sud, fiduciosamente dirompente, che interpella e scuote la coscienza dei singoli, ma anche le responsabilità dello Stato e delle istituzioni, della politica e dell’economia (come hanno sottolineato gli interventi che mi hanno preceduto), fino ad interrogare il mondo ecclesiale, a tutti i livelli.

Un Documento, dunque, con uno stile profetico, uno stile che attraversa tutto il Documento stesso, frutto di una riflessione condivisa, di una lettura attenta, “sapiente” della realtà. Una lettura, cioè, dei “segni dei tempi”.

A tal proposito bisogna sottolineare come il Concilio Vaticano II e, prima ancora, Papa Giovanni XXIII, ci hanno dato un’importante lezione a proposito dei segni dei tempi.

Questo non significa che dobbiamo tutti diventare sociologi, perchè noi stessi siamo “esperti di umanità”, come diceva Paolo VI.

Bisogna allora saper leggere il nostro tempo alla luce del Vangelo, che è lampada ai nostri passi. Gesù, nel Vangelo, solo una volta, usa questa espressione unica: “Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?” (Mt 16,3), sono parole rivolte ai farisei e sadducei.

Dobbiamo quindi investire sull’intelligenza dei tempi che, tante volte, definiamo cattivi; ma, diceva Papa Giovanni, i tempi sono gli uomini. Capire i tempi è capire gli uomini.

Il nostro Vescovo, al n. 69, della Lettera pastorale “La Chiesa che vorrei”, scrive: “E’ necessaria, allora, una lettura attenta e sapiente del presente che si scrolli di dosso il peso di certe nostalgie e che consenta di essere Chiesa del Risorto oggi, in questo territorio così bello e travagliato. Perché essere comunità dei credenti oggi è diverso rispetto a venti o trent’anni fa: ci troviamo a vivere nuove sfide, difficoltà, potenzialità, esigenze, scenari e dobbiamo essere capaci di riconoscere e di affrontare evangelicamente.

La Chiesa che sogno di costruire deve sentirsi chiamata, nel suo ordine, ad un impegno creativo ed educativo anche nel campo specifico del concetto di giustizia, perché l’incontro con Cristo sia germe di rinnovamento della società e delle strutture”.

 

Antoniozzi
il sen Antoniozzi col dott. Francesco D'Elia
Ed il Documento in discussione ci offre una lettura dei segni dei tempi, dicendoci che ci sono vari Sud, con una caratteristica omogenea: la crescita delle disuguaglianze, come ricordava Mons. Bertolone nella sua introduzione. Accanto ad una popolazione che ha standard di vita molto alti, ci sono fasce sempre più ampie di popolazione che vivono in stato di difficoltà e di vulnerabilità, con livelli di vita non accettabili.

Una società, quella dei Sud, che spesso ha acquisito in certi campi, gli standard del Nord. Pensiamo, per esempio, alla natalità: la regione con la natalità più bassa è la Calabria, non più la Liguria.

C’è stato un cambiamento culturale profondissimo. La modernizzazione è entrata come modello culturale. La stessa famiglia non ha più il ruolo, la centralità che aveva una volta. Ebbene, il documento ci dice che bisogna cambiare “per promuovere un autentico sviluppo”.

Ed i Vescovi, al n. 2 del Documento, ci indicano l’orizzonte della “Caritas in Veritate”: “lo sviluppo dei popoli si realizza non in forza delle sole risorse materiali di cui si può disporre in misura più o meno larga, ma soprattutto grazie alla responsabilità del pensare insieme e gli uni per gli altri. Il nostro guardare al Paese, con particolare attenzione al Mezzogiorno, vuole essere espressione, appunto, di quell’amore intelligente e solidale che sta alla base di uno sviluppo vero e giusto, in quanto tale condiviso da tutti, per tutti e alla portata di tutti”.

In tal senso, l’orizzonte della Caritas in Veritate è quello che il Papa ci indica al n. 79 dell’Enciclica: “lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato”.

Cristiani, dunque, testimoni - che si fanno carico delle loro responsabilità in ogni ambito - santi, che sappiano assumere il compito del cambiamento. La Chiesa con i Santi riconosciuti, ci offre degli esempi di vita, delle lampade che illuminano il nostro cammino: il Documento cita d. Puglisi; ma teniamo anche presenti Toniolo e La Pira, in fase di beatificazione; Santa Gianna Beretta Molla, San Giuseppe Moscati, S. Francesco da Paola, S. Gaetano Catanoso e, ancora, il Servo di Dio don Francesco Mottola. In Diocesi, qualche tempo fa, Mons. Bertolone ha voluto promuovere un Convegno sulle figure di Santi nella nostra Chiesa particolare e dobbiamo tenerli presenti proprio come esempi stimolanti nel nostro cammino: don Carlo De Cardona, nativo di Morano Calabro; e poi don Luigi Orione, che ha molto operato nella nostra Diocesi; Elena Lamanna; don Francesco Sarubbri; Mons. Raffaele Barbieri, di cui Mons. Bertolone ha promosso la causa di beatificazione.

Guzman Carraquiry, Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio dei Laici, il 21 novembre scorso, nella sua relazione svolta nel corso del nostro Convegno Diocesasno, “La Chiesa che vorrei”, disse: “La Chiesa oggi – ripeteva spesso Giovanni Paolo II – necessita non tanto di riformatori, quanto di Santi. Poiché i Santi sono i più autentici riformatori ed evangelizzatori. Non caricature meramente devote, ma testimoni di grande umanità, uomini nuovi nel cammino di crescita verso la prima statura rivelata da Cristo, l’uomo perfetto!”.

 

La santità è una costante nel Magistero della Chiesa. Per contestualizzare meglio il Documento, rimando al Documento del 1948: nella conclusione, i Vescovi scrivono: “lo spirito della carità di Cristo scuota e susciti nelle anime e nelle abitudini un “fermento” di vita nuova che pervada e “lieviti” tutti i rapporti e tutte le strutture sociali, per l’avvento di una nuova, più matura e più alta civiltà cristiana, di cui le nostre regioni, così ricche di tradizioni e di gloria, siano ancora una volta difesa e presidio”.

E anche nel Documento del 1989 i Vescovi sottolineano, al n. 38, la necessità di Santi: “Il Meridione è anche terra di grandi santi … questa grande e continua schiera di testimoni è un segnale di vita e di speranza per tutti”.

Dicevo che l’orizzonte del Documento è la Caritas in Veritate, ma anche la riflessione di questi anni della Chiesa italiana, dopo il Giubileo del Duemila.

In particolare mi riferisco al Convegno di Verona del 2006, e, i Vescovi italiani nella Nota pastorale dopo il quarto Convegno ecclesiale nazionale, al n. 20 ci dicono: “Appartiene alla nostra tradizione il patrimonio di una fede e di una santità di popolo: un cristianesimo vissuto insieme, significativo in tutte le stagioni dell’esistenza, in comunità radicate nel territorio, capace di plasmare la vita quotidiana delle persone, ma anche gli orientamenti sociali e culturali del Paese”.

E i Vescovi della Commissione episcopale per il laicato, nel loro Documento “Lettera ai fedeli laici”, del 2005, scrivono: “Nella radice battesimale si colloca il fondamento della novità di vita dei cristiani laici. Da qui scaturisce la chiamata alla santità che li riguarda, in quanto “abilitati e impegnati a manifestare la santità del loro essere nella santità di tutto il loro operare”, come espressione della loro configurazione a Cristo nella ferialità della vita quotidiana”, perché “il mondo e la Chiesa hanno bisogno di cristiani autentici, che sappiano essere testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo” (id. n. 16).

Una santità allora che ci aiuti a creare sintesi tra interiorità e impegno, fede e storia, Vangelo e mondo.

Per fare questo, c’è bisogno di conversione, cioè di un cambiamento di mentalità per superare l’individualismo e la mentalità mafiosa: “è la conversione personale e comunitaria, grazie ad un cambio di mentalità nel cuore e nella vita di ogni uomo e donna, di ogni famiglia, gruppo e istituzione, che permetta di rimuovere le forme di collusione con l’ingiustizia e respingere l’ingannevole fascino del peccato. Attrazione, questa, che avvolge anche le nostre comunità ecclesiali, inducendo a minimizzare la realtà del male o ad assumere un atteggiamento fatalistico di rinuncia”. (CEC, “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”, n. 8).

Solo così sarà possibile proporre una nuova cultura della vita: “nuova, perché in grado di risolvere i problemi che investono il nostro territorio; nuova, perché fatta propria, con più salda e operosa convinzione, da tutti i credenti; nuova, perché capace di suscitare un serio e coraggioso confronto culturale con tutte le componenti della società…” (idem n. 9).

Le sfide a cui la storia oggi ci rimanda richiedono una lettura intelligente delle diverse situazioni e, soprattutto, soluzioni nuove che rimettano al centro di tutto la persona umana e la tutela di quei valori essenziali che riteniamo non negoziabili: la vita dal concepimento al suo naturale compimento, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna, la libertà di educazione.

Per questo oggi è necessario farsi seminatori ed organizzatori di speranza, alimentandola quotidianamente attraverso una cooperazione solidale per l’edificazione del bene comune, in una logica di sussidiarietà, attenti alle situazioni di emarginazione. In tal senso, come ebbe a dire Giovanni Paolo II a Napoli il 9 novembre 1990, “organizzare la speranza” diventa un modo “di professare la fede cristiana mediante segni concreti di impegno e di solidarietà, mediante la promozione costante della crescita morale e del risanamento dei costumi, mediante il superamento della paura e della rassegnazione”.

Allora, cominciamo con il dire che la questione meridionale ha “una dimensione più profonda, che è di carattere etico, culturale e antropologico... La Chiesa deve alimentare costantemente le risorse umane e spirituali da investire in tale cultura per promuovere il ruolo attivo dei credenti nella società… Ai fedeli laici, in particolare, è affidata una missione propria nei diversi settori dell’agire sociale e nella politica” (per un Paese solidale n. 16). E ancora, citando la Caritas in Veritate, i Vescovi ci ricordano che “La maggiore forza a servizio dello sviluppo è un umanesimo cristiano… I veri attori dello sviluppo non sono i mezzi economici, ma le persone” (idem).

Allora, testimoni impegnati e santi che lavorino in rete, seminando quella speranza che non è un rifugiarsi nel passato (magari pensando alle cose che non abbiamo fatto, o che abbiamo fatto male), né una alienazione del futuro (sognando senza fare niente perché i sogni diventino realtà). E’ invece una speranza che va incarnata e vivificata ogni giorno, nella nostra storia quotidiana alla quale, già ora, mi pare che partecipiamo, da cattolici, come costruttori responsabili.

La Nota dopo Verona ci ricorda, al n. 27, che “Negli ultimi tempi i fedeli laici sono stati protagonisti di un’intensa esperienza ecclesiale, che ha permesso alle diverse realtà aggregative – associazioni, movimenti e comunità di antica o di recente origine – di sperimentare la ricchezza di un percorso che avvicina le esperienze e le sensibilità, facendo scoprire a tutti il valore che l’essere insieme aggiunge alle proprie iniziative, condotte come espressione corale di una testimonianza cristiana che pur nelle molteplici forme, attinge all’unico vangelo ed è animata dalla stessa volontà di manifestarlo nel mondo... Un segno interessante in questa direzione è dato anche dal sorgere di alcuni organismi di coordinamento del laicato intorno a obiettivi specifici o di collegamenti promossi dai cattolici a sostegno di valori umani, come il Forum delle associazioni familiari, l’associazione “Scienza e vita”, “RetinOpera”, il Forum del terzo settore di associazioni di ispirazione cristiana, il Forum delle associazioni socio-sanitarie e il Forum delle associazioni degli studenti universitari”. Allora, mettendoci insieme, lavorando in rete, possiamo proporre quella speranza che significa diffondere una nuova educazione alla socialità e alla solidarietà, al rispetto della legalità.

In tal senso, organizzare la speranza significherà una rivisitazione etica dei nostri comportamenti, promuovendo nuove prospettive di dialogo e di educazione alla cittadinanza, per superare una cultura sociale individualistica, che mostra ormai la sua debolezza, rafforzando la coscienza dei doveri, perché spesso parliamo solo di diritti.

Tutto ciò per concretizzare, anche nel Sud, quel concetto di bene comune che troviamo nel “Compendio di Dottrina sociale della Chiesa”: “Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale”, ma “può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale” (n. 164).

In questo senso, allora, è interpellata la nostra responsabilità personale (c.v. n. 51), nel rivedere i nostri stili di vita, nel cercare la sobrietà che è l’anticamera della solidarietà.

Ma per fare questo, c’è bisogno di un nuovo laicato per un nuovo protagonismo, una responsabile partecipazione, un nuovo dinamismo di solidarietà.

Una nuova politica (v. richiamo a Cagliari di Benedetto XVI e altri suoi richiami, fino al PCL che nei prossimi giorni terrà una apposita sessione di lavoro su questo tema) che agevoli il nascere e il crescere di strutture di bene comune per sostituire la partecipazione alla vita politica al posto del gretto clientelismo e la solidarietà sociale al posto del tornaconto di gruppi o persone.

Il Car. Bagnasco, Presidente della CEI, domenica scorsa, dopo l’incontro in Piazza San Pietro con Papa Benedetto XVI, ci ricordava che i tempi “esigono un nuovo vigore missionario dei cristiani, chiamati a formare un laicato maturo, identificato con la Chiesa e solidale con la complessa trasformazione del mondo”.

Sulla scia di Benedetto XVI, il Presidente della CEI ha sollecitato spazi più ampi per il laicato nella geopolitica della Chiesa, che “ha bisogno di autentici testimoni di Cristo, soprattutto in quegli ambienti umani dove il silenzio della fede è più ampio e profondo”.

 

 Vincenzo Conso

 Segretario generale dell’ICRA

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