| Presentazione libro sulla Magna Grecia |
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| Scritto da Staff.redazione | |
| sabato, 10 gennaio 2015 11:47 | |
Giovedì prossimo, 15 gennaio, presso la sala convegni del Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide con inizio alle ore 17,30, sarà presentata l’ultima fatica letteraria del prof. Leopoldo Conforti dal titolo “Città, personaggi, storia della Magna Grecia”. A relazionare sull’opera sarà il prof. Gianfranco Lambosciano e interverranno il dott. Alessandro D’Alessio direttore del Museo di Sibari e Antonio M.Cavallaro presidente dell’assoc. “Lo Statere Sibarita” e organizzatore dell’evento. Da Ibico a Zaleuco, da Locri a Sibari, da Reggio a Kaulon, il libro, che è la raccolta di una serie di articoli pubblicati nel tempo sul “Quotidiano” di Calabria, contiene una serie interessante di notizie, aneddoti e curiosità che aiuta a ricostruire la storia della Magna Grecia. Una sorta di guida a quel mondo scomparso le cui memorie continuano a echeggiare forti intorno a noi. Nel seguito pubblichiamo per intero la nota introduttiva del prof. Salvatore Settis (direttore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa) dal titolo “La grande storia della “Megala Hellas”. (clicca sulla foto per ingrandire)
La grande storia della “Megala Hellas" Che cosa può dire, alle donne e agli uomini che vivono oggi in Calabria, una serie di articoli sull' antica civiltà della Magna Grecia come quella a opera di Leopoldo Conforti? Nessuno vorrà credere che il ricordo di quelle antiche glorie possa destare retorici patriottismi o vanterie: merci oggi assai poco spendibili. Da studioso delle culture antiche e da calabrese, vorrei piuttosto sperare che l'esperienza di letture come questa vada ben oltre ogni pur comprensibile motivo di patrio orgoglio per quella civiltà che, a dirla con Tomasi di Lampedusa, è ancor oggi evocata dai “nomi voluttuosi e atletici di Sibari e di Crotone” .
Non è, e non dev'essere, la nostalgia del passato che ci guida, bensì un progetto del futuro. Perciò le antiche civiltà che hanno lasciato sul suolo della Calabria tracce tanto vistose, ma tanto bisognose di studio per esser intese, ci si offrono non come vano rispecchiamento del presente, bensì come sfida. Proclamano, se solo ne guardiamo da vicino, le testimonianze che via via emergono dagli scavi, la loro radicale diversità, la loro straordinaria distanza da noi, dal nostro sistema di valori, dal nostro mondo; proprio per questo ci invitano a riflettere su noi stessi. Sulle vicende che dalle poleis greche sulle coste dello Ionio e del Tirreno condussero alla questione meridionale; che videro la stessa regione del mondo una volta all' avanguardia nella cultura e nei commerci, un'altra volta, invece, ai margini. Nessuna formula magica può spiegare questo sviluppo, nessuna (pretesa) equivalenza di sangue e di intenti pretendere di rovesciarne la direzione. Il confronto con quel remoto passato, nello stridente contrasto che ci propone, può tuttavia costringerci a pensare. Pensare ai Greci per pensare a noi stessi. La storia civile, culturale e religiosa della Magna Grecia ha il suo significato primo (lo ha scritto un grande maestro come Giovanni Pugliese Carratelli) in quanto parte essenziale, costitutiva, della storia dei Greci e del Mediterraneo; tanto che la storia greca tutta (anche quella di Atene) non può intendersi senza quella di questa "Grande Grecià” d'Occidente. Ma perché Megale Hellas, Magna Graecia, una Grecia "grande" rispetto a quella balcanica? "Grande" essa fu agli occhi degli Antichi non certo per le dimensioni geografiche, ma per la forza e l'intensità delle esperienze politiche e culturali che vi si svolsero, e in particolare per la vivacità di una tradizione, quella pitagorica, che sembra aver inventato questa formula. Italia, invece, fu nel V se-colo, e forse prima, il nome dell' estrema penisola calabrese, poi esteso gradualmente fino alla Puglia e alla Campania, finché abbracciò l'intera penisola fino alla barriera delle Alpi. Con l'imporsi del dominio romano, il nome d'Italia mostrò un' enorme vitalità e forza d'annessione in senso prima puramente geografico e poi geopolitico, mentre quello di Magna Graecia, limitandosi all' ambito culturale e in particolare alle città greche sulla costa, venne prendendo un senso prevalentemente retrospettivo. Al contrario, tutta in crescita fu la storia del nome Italia: eppure il fatto che esso sia nato e si sia imposto a partire non solo dalla stessa area geografica, ma anche dal medesimo orizzonte culturale è, anche oggi, assai meno noto. Mi piace. ricordare in questo contesto la mostra "Magna Graecia. Archeologia di un sapere", che si tenne nel 2005 in Catanzaro a cura di Cecilia Parra, mia e per iniziativa del compianto Salvatore Venuta, rettore dell'Università "Magna Grecia" di Catanzaro. In quella mostra provammo a delineare la "riscoperta" della Magna Grecia a partire dal Cinquecento, quando quasi ogni memoria di quell'antico paesaggio di civiltà si era persa fra gli eruditi d'Europa, e anche i resti più imponenti (come i templi di Paestum o di Agrigento) erano caduti nell'oblio: perciò il libro di Ugo Golzio sulla Sicilia e la Magna Grecia (Bruges, 1576) dovette fondarsi sulle monete, sulle fonti antiche, su poche epigrafi. Loblio, prezioso monito, è il rovescio della memoria, è sempre pronto a inghiottire le tracce della storia; ma anche a restituirle, se solo lo vogliamo. Riscoperte fondamentali, come quella dei templi di Paestum e delle tavole di Eraclea, e infine gli scavi di Ercolano e di Pompei, aprirono nel Settecento una nuovissima stagione, innescando un processo conoscitivo che da allora non si è mai arrestato, e che portò tra l'altro non solo alle grandi collezioni reali di Napoli, ma anche a molte raccolte minori, nelle case di nobili, eruditi e borghesi o nei municipi delle città; alle esplorazioni del terreno non solo da parte di dotti locali, sempre più avvertiti agli orizzonti della storia patria, ma anche di antiquari, eruditi, gentiluomini d'ogni parte d'Europa, ora dediti all'obbligato Grand-Tour, ora in viaggio verso poche destinazioni scelte a tavolino, ispirandosi alla lettura dei classici. La conquista dell'indipendenza in Grecia fu parallela al risorgimento italiano (va qui ricordato il bel libro di Antonis Liakos, L'unificazione italiana e la "grande idea", Firenze 1985: la megali idea, quella di una Grecia una e indipendente, corrisponde all'italiano Risorgimento). La nuova Grecia, aprendo le frontiere e intensificando la ricerca archeologica, fornì ulteriore stimolo a scavi e scoperte sia in Grecia che in Magna Grecia, ma al tempo stesso, proprio perché legava l'intensa riscoperta della grecità entro il territorio della Grecia indipendente al nuovo spirito nazionale greco, tendeva a disporre le altre grecità, quella d'Italia come quella del Mar Nero, su un piano più distante. Fu questa la prospettiva sviluppata, in modo più o meno esplicito e consapevole, dagli eruditi greci, ma anche da Tedeschi o Francesi che fondarono in Atene le loro scuole archeologiche e presero a scavare Olimpia o Delfi. Nell'Italia subito dopo l'unificazione, e in modo ancor più marcato dopo Roma capitale (1870)' la definizione di un'identità nazionale si appoggiò anche alla storia antica e all' archeologia monumentale e di scavo, ma per intuibili ragioni preferì il passato autoctono (specialmente romano, ma anche etrusco e italico) a quello magno-greco. La grecità dell'Italia meridionale, al contrario, non era un buon ingrediente per la nuova coscienza nazionale dell'Italia unita (che aveva in Roma il suo centro di gravità), e si prestava male anche alla definizione di coscienze locali, contraddittorie rispetto all'idea unificante di un'Italia tutta governata da Roma. Poteva, al massimo, contribuire a definire un'identità subnazionale, e pertanto, in quel contesto storico, debole e centrifuga. Molto è cambiato da allora, e il quadro socio-politico dell'Italia di oggi è caratterizzato da spinte non solo centrifughe, ma esplicitamente secessionistiche, sbandierate soprattutto dalla Lega Nord. È dunque il momento di riflettere sull'identità culturale italiana oggi e domani, e di farlo a partire dalle sue componenti storiche. Come è sempre più evidente sullo scenario mondiale (per esempio negli Stati Uniti d'America, o nella lenta costruzione dell'Unione europea), le identità nazionali forti non nascono dal nulla né si fondano sui principi arcaici e barbarici del "sangue" e del "suolo": sono processi culturali costruiti per addizione di culture regionali in grado di conversare tra loro e di fecondarsi mutuamente. Se l'identità nazionale italiana si è rivelata nei secoli particolarmente ricca e feconda, è solo in quanto essa è il prodotto di una millenaria ibridazione di genti e di culture da tutto il Mediterraneo. L’Italia da cui nacque l'impero romano era popolata non solo da Latini e Italici, ma da Greci, Fenici, Celti. L’Italia in cui Dante scrisse la Commedia nasceva da un medioevo ricchissimo di apporti germanici, bizantini, arabi. L’Italia in cui Machiavelli scrisse il Principe, Tasso la Gerusalemme, Vivaldi e Verdi le loro opere vedeva sul proprio suolo importanti presenze francesi, spagnole, austriache, come vedeva gli Italiani attivi in tutta Europa nelle arti, nelle armi, nei commerci e nelle scienze. Insomma, la storia dell'identità italiana dimostra, più in generale, che la definizione delle identità culturali non può e non deve essere isolazionista, ma deve incentrarsi, al contrario, sulla complementarietà, sugli scambi fra culture; insomma, è fondata non sull'esclusione, ma su un principio di reciproca inclusione, su un costante "dare" e "avere". L’identità culturale dell'Italia, in tal modo intesa, può e deve apportare il suo contributo alla costruzione dell'identità europea nella piena consapevolezza della pluralità e molteplicità delle proprie componenti storiche, nelle arti come nella letteratura, nelle religioni come nelle istituzioni e nel diritto. Questa definizione dell'identità culturale, storicamente inoppugnabile, ha inevitabilmente una dimensione politica, tanto più evidente quando il tema sia applicato all'Europa in un momento formativo e fondativo come il presente. In Europa, e non solo in Italia, i vari gruppi etnici, linguistici e culturali, presenti da millenni, si sono combinati fra loro con dinamiche di lunghissimo periodo. Le singole identità culturali europee si sono formate mediante processi di osmosi e di interscambio; ciascuna di esse non va definita "per distinzione" dalle altre, ma piuttosto mediante l'analisi degli elementi che la compongono, molti dei quali sono presenti in altre culture. E’in questo contesto che il passato greco dell'Italia meridionale può prendere nuovo senso e nuovo spicco, come un dato culturale importantissimo che possa contribuire alla costruzione di un'identità europea. Nel contesto globale in cui viviamo, è sempre più importante ricordarsi dei precedenti storici, comprendere che la propria cultura include elementi significativi che provengono da altre culture, e che ha contributo a definire l'identità di altre culture, di altri Paesi. Se comunicato nelle forme più efficaci e opportune, questo dato semplice e incontrovertibile trasmette un messaggio del quale il nostro tempo ha assoluto bisogno: un messaggio di apertura e di fraternità (per esempio, rispetto alla forza-lavoro degli immigrati e alla loro diversità culturale) che viene dal tessuto stesso della nostra storia. Una miglior conoscenza del nostro passato magno-greco, alla quale anche questo libro potrà contribuire, può dunque essere una componente significativa di quel consapevole diritto di cittadinanza che deve includere, al primo posto, la capacità di pensare il futuro con piena coscienza dei problemi del presente e dell'insegnamento della storia. Salvatore Settis
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