| La città che vorrei,Convegno dei VERDI |
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| Scritto da C.RANGO | |
| martedì, 20 novembre 2012 19:53 | |
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(Il prof. Rango, dopo i saluti di prammatica, ha iniziato il suo dire soffermandosi, in modo molto interessante, sulle suggestioni storico-filosofiche suggerite dal tema stesso del Convegno. N.d.r)
- Prima suggestione: il tema in sé: La città che vorrei È molto antico. Basta pensare * all’ideale della polis * a quello della civitas * agli ideali delle città rinascimentali che hanno portato all’edificazione di Pienza (XV) secolo, la città di Papa Pio II, esempio dell’urbanistica del tempo, città ideale e utopica per eccellenza che inseguiva il sogno della civitas * alla stupenda immagine della città ideale, una sintesi tra scienza, filosifia e urbanistica e arte (sul finire del XV secolo) * All’Utopia di Tommaso Moro (1516) * alla Città del Sole di Campanella (1602), definita estrema sintesi del riformismo sociale rinascimentale; * al sogno illuminista che ha generato il sogno di François Marie Charles Fourier (1772 –1837) e dei socialisti utopisti come Jean-Baptiste André Godin, (1817 - 1888), Robert Owen (1771 – 1837), che affondano le radici proprio nell’utopia di Tommaso Moro e via via la storia potrebbe continuare fino ai giorni nostri
- Seconda suggestione: il verbo: vorrei Richiama fortemente la propria soggettività, in questo contesto quella di chi in questo momento vi sta annoiando. È una soggettività forte che chiama in causa i propri valori, il modo di concepire la vita, l’orizzonte della propria esistenza. Quel verbo mi ha indotto a esplicitare a me stesso, prima che a voi, quei valori, a farne una disamina critica per cercarne una sintesi che ho trovato nel concetto alterità, il quale, se vogliamo affonda le sue radici nell’etica religiosa e nel pensiero filosofico di Lévinas. Io esito in quanto esiste l’altro. L’altro è diverso da me in quanto al suo essere e manifestarsi ma è uguale a me in quanto persona. In questo orizzonte di significato non conta il colore della pelle, non contano le tendenze sessuali né la cultura e l’etnia di appartenenza. Ne discende che pensare alla città quale spazio pubblico in cui si dipana la nostra avventura umana significa pensarla come luogo in cui si concretizzano rapporti dinamici con l’altro. Progettarne il cambiamento o il suo aggiustamento strutturale, anche tecnico e architettonico, significa assumersi una triplice responsabilità: a) quella della consapevolezza della memoria della città (Calvino pagina 10) per non continuare a violentarne la storia così come a lungo è stato in questo nostro territorio (Memoria e identità, rubo l’espressione al titolo di un libro di Giovanni Paolo II); b) quella della mediazione di questa consapevolezza con le diversità culturali e identitarie che mentre da un lato nell’era della globalizzazione e della postmodernità irrompono in maniera marcata attraverso i media avevo appuntato dall’altro lato si manifestano nelle città occidentali, e anche nella nostra, a causa della disperazione che induce una moltitudine di persone ad attraversare il Mediterraneo alla ricerca di una speranza di vita; c) quella dell’ambiente, inteso nella sua ampia accezione di mattone e ciuffo d’erba (Frabboni), in cui si perde sia la nostra esistenza sia quella di tanti altri essere viventi che costituiscono tanti nodi di una rete in una prospettiva biocentrica che possa preservare dalla continue violenze a lungo perpetrate ai danni della natura e, in ultima analisi, di ogni essere vivente. Emblematico è il caso delle ferriti che hanno lacerato il nostro territorio e per le quali vorremmo che il tutto non si risolvesse nel risarcimento in danaro ma si utilizzassero quei fondi, o parte di essi, in opere di promozione di educazione ambientale (NO alle sole scuole) e si avviassero serie indagini epidemiologiche per cercare di comprendere cosa è accaduto e cosa potrà accadere. Sono temi complessi tutti questi. Richiedono attente riflessioni che non possono essere fatte in questo contesto. Sottolineo, però, che questi miei convincimenti delineano l’orizzonte di senso della città che vorrei e che tenterò di sintetizzare in alcune parole chiave.
La prima: Inclusione È una parola dal forte significato semantico. Sul piano teoretico ed etico sostituisce la parola Integrazione. Una città inclusiva ha il suo focus nel riconoscimento politico della Città come spazio di esercizio di democrazia vera e vissuta, una democrazia che non si pone in antitesi a quella rappresentativa, alla quale, al contrario, dà linfa vitale. Includere le differenze apre una diversa prospettiva a ogni ipotesi di progetto città in cui anche l’eventuale modifica del sistema urbano non può prescindere dalla volontà dei suoi abitanti a parteciparvi. Ovviamente non penso forme assembleari generiche ma al governo stesso della partecipazione. Il concetto d’inclusione richiama quello di diversità e di alterità con le loro espansioni terminologiche: dalla cosiddetta disabilità (a proposito: non solo barriere architettoniche ma attrezzatura di ogni spazio anche culturale in funzione di….), all’infanzia, alla vecchiaia, alla cultura “altra” e via di questo passo. Inclusione significa riconoscimento sociale e perciò mi aspetto che il comune in cui vivo sperimenti una forma di cittadinanza alle diverse etnie che lo popolano e che istituisca il registro delle coppie di fatto, quali che siano i sessi o i colori che ne fanno parte. Inclusione significa promuovere la consapevolezza che al di là dell’abitare in un paese, in un villaggio o in case sparse noi abitiamo in un territorio che amministrativamente ha dei confini ben definiti ma che è caratterizzato da tanti confini mentali e da varie periferie che non sono ai margini di quel territorio ma che sono dentro di esso. Mi riferisco a quelle aree emarginate caratterizzate da un marcato degrado sociale in cui a volte regna l’illegalità, lo spaccio della droga e in cui ogni tanto risuonano episodi di violenza. Periferie anche come luoghi di emarginazione dove trovano alloggio quanti vivono ai margini, dalla manodopera sfruttata a tanti, tanti disperati
- La seconda parola chiave: partecipazione Richiama un orizzonte di significato che trova il suo focus nello spazio pubblico dove, come dice Hanna Arendt, si realizza «il mondo comune condiviso», dove c’è la presenza delle persone e delle loro relazioni, lo spazio, quello dell’Arendt, del ri-conoscimento dei legami e delle distanze. È lo spazio della cittadinanza a cui chi governa la città deve guardare per avviare veri e propri attività di formazione. La partecipazione, lo avevo anticipato, va progettata e governata di concerto con la gente. Sono del parere che non può esserci vera partecipazione quando i consigli di quartiere sono nominati e non eletti né ci può essere vera partecipazione quando ci si limita a chiedere se si è d’accordo con scelte già effettuate. C’è invece partecipazione quando, per usare un’espressione di Bobbio, si passa dalla «democratizzazione dello Stato alla democratizzazione della società», quando chi amministra la città riesce a coinvolgere la gente nei processi decisionali (Nei processi, il che significa informazione, assistenza dei tecnici, condivisione di obiettivi, ecc. GIURIA DEI CITTADINI – Bilancio partecipato a Porto Alegre). La crisi della democrazia e l’antipolitica allignano dove non c’è partecipazione. La partecipazione, dice sempre Arendt, si esercita occasionalmente in spazi che temporaneamente sono pubblici (partecipazione dal basso, manifestazioni) BISOGNA ORGANIZZARLA in forme stabili.
- La terza parola chiave: etica È la sintesi ultima delle precedenti. È il potenziamento delle regole democratiche all’insegna della sobrietà e del servizio alla polis. Non è il caso di soffermarsi ora sul dibattuto problema posto da Max Weber tra etica delle convinzioni o dei principi (morale assoluta) ed etica della responsabilità (etica relativa tipica della politica chiamata valutare le conseguenze dell’azione messa in atto). È appena il caso, però, di richiamare sia la non esclusività di una di esse a scapito dell’altra sia la trasparenza dell’atto amministrativo sia il perseguire il bene di tutti sia la valutazione non autoreferenziale dei risultati dell’azione amministrativa (da qui la responsabilità), il rendiconto da presentare alla popolazione (I soldi avuti che ricadute hanno avuto sulla qualità della vita? Necessità d’individuare alcuni indicatori per: a) delineare la situazione di partenza, rifuggendo dal mantra che si ripete ogni qualvolta s’insedia una nuova amministrazione e che si sostanzia nel generico “abbiamo trovato uno sfacelo”; b) monitorare i processi; c) valutare l’efficacia dei processi messi in atto e la loro ricaduta sulla qualità della vita); d) vedere il mondo e gli amministrati con i loro occhi e non con quelli propri, immaginando un mondo migliore per tutti, all’insegna della giustizia sociale.
La conclusione Questo per sommi capi il perimetro che per me può caratterizzare la città ideale e anche quella in cui vivo, nella consapevolezza, però, che prima di abitare in un paese o in un quartiere noi abitiamo in un territorio e in un ambiente. Il nostro è un territorio frammentato sia dal punto di vista geomorfologico sia dal punto di vista floristico e faunistico, sia dal punto di vista delle sfumature culturali delle genti che risiedono nei vari nuclei abitati. Tenere conto di questa specificità significa non cadere in sterili generalizzazioni che possono avere una ricaduta nelle richieste di autonomie locali che periodicamente, e – a mio avviso – a ragione, si affacciano sulla scena politica e amministrativa. La vera rivoluzione nel nostro territorio sta nel riconoscimento del fallimento di una politica che ha visto per lungo tempo il predominio di un’ottica, cassanocentrica che ha bloccato lo sviluppo armonico di Sibari. La sfida sta tutta nella promozione di una cittadinanza condivisa e non nel fatto che si appartiene a un comune. La cittadinanza si sostanzia sia nell’uguaglianza sia nel riconoscimento delle diversità, le quali, però, sono legate tra loro dal filo rosso di un destino comune: il destino di una città policentrica caratterizzata dal cambio del nome e da un serio decentramento amministrativo che non stia a significare separazione.
Utopia? Sicuramente sì in quanto ideale e quadro di riferimento ma anche orizzonte d’azione. Del resto mi è stato chiesto di parlare della città che vorrei di una città possibile, il cui esemplare, per dirla con Platone «sta forse nel cielo, e non è molto importante che esista di fatto in qualche luogo o che debba mai esistere; a quell’esemplare deve mirare chiunque voglia in primo luogo fondarla entro di sé» (Repubblica) e, aggiungo, muoversi all’azione. Del resto, scrive Max Weber (La politica come professione ), «È confermato da ogni esperienza storica che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile».
Carlo Rango
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