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Sibari

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Bertolone
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La Chiesa che vorrei - 2009/11/16 07:54 La Chiesa che vorrei, e che tutti vogliamo: non è solo un auspicio o un obiettivo pastorale, ma è anche il tema del convegno diocesano, il terzo, che si svolgerà venerdì e sabato a Trebisacce, dedicato al confronto tra sacerdoti, religiosi e laici, nella prospettiva della Chiesa nel mondo che cambia.
Il punto di partenza d’una simile riflessione non può che essere la coscienza religiosa dei calabresi, i quali conservano ancora, tra le pieghe della loro storia, sia il senso della verità, sia la coscienza del bene, sebbene essa si presenti talvolta contaminata da credenze ancestrali non ortodosse, ma comunque vissute con semplicità e senza malizia, nonostante il disarmonico processo di modernizzazione del Paese, che è corrosivo dei sentimenti religiosi, piegati a un’inedita ricerca di salvezza e ad una particolare esperienza del sacro, più accessibile all’uomo, più prossima ai suoi bisogni di refrigerio psichico e spirituale.
Di fronte a ciò, la Chiesa, specie quella diocesana, è tenuta a condurre i credenti alla verità tutta intera ed alla Parola sempre viva di Cristo, mediante una prassi pastorale che parli di Dio e dell’amore che Egli ha manifestato, e che pensi a quell’amore più grande. Su tali basi deve poggiare la Chiesa del futuro, alla cui costruzione tutti sono chiamati a collaborare. Una Chiesa ricolma di dolcezza e tenerezza, umile nella sua semplicità; una Chiesa unita e gioiosa, in cui non esistano particolarità ed in cui alla logica del dominium mundi subentri quella del servitium mundi.
Questi aneliti, però, correrebbero il rischio di restare lettera morta se il progetto di una Chiesa diversa, migliore, propositiva ed accogliente non decollasse dalla parrocchia, casa di Dio tra le case degli uomini. L’amore verso i bisognosi deve essere il suo fondamento poiché, come ricordava il filosofo Blaise Pascal, «Cristo è in agonia, nell’orto degli ulivi, fino alla fine del mondo. Non bisogna lasciarlo solo in tutto questo tempo».
Dunque, se la Chiesa del racconto evangelico non può fare niente per il Gesù agonizzante di ieri, può però fare molto per il Cristo che oggi agonizza nei tanti Getsemani disseminati nel cuore delle nostre città. Se ci adopereremo in questa direzione, assisteremo, pastoralmente, al sorgere d’una nuova coscienza della fede e di concreti percorsi di liberazione, utili pure alla rimozione dei baconiani idola fori, tra cui il conservatorismo, la fuga spiritualistica dalla realtà e la propensione all’isolamento, che tuttora albergano in buona parte anche nelle coscienze ecclesiali e che vanno fugati, attingendo alla Tradizione gli strumenti concettuali con i quali affrontare le sfide delle tante tempeste della contemporaneità.
In questo cammino, è decisiva la testimonianza. Le nostre comunità devono sentirsi chiamate a creare forme di relazioni interpersonali nelle quali l’incontro, l’ascolto e il dialogo non siano fatti straordinari, ma segni d’ordinario vivere una comunione che valorizza le diverse identità nell’esperienza della sequela Christi e sarà la speranza vera per il nostro amato popolo, meritevole di riscatto e redenzione.
 Vincenzo Bertolone
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