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Il Vangelo della Pasqua PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
sabato, 11 aprile 2009 22:08

ImageDal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 16,1-8.
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.
Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole.  Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?».
Ma, guardando, videro che il masso era gia stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura.  Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E' risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto.  Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».
Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.      (Segue commento di mons. Bertolone)

 

12 Aprile 2009

Domenica di Pasqua

 

Carissimi  fratelli e sorelle, carissimi confratelli nel sacerdozio,

questa mia riflessione pasquale, pure improntata alla gioia, è inevitabilmente all’insegna d’un amaro realismo. Non sfuggirà a nessuno, del resto, la precarietà dei tempi presenti, tristi e vuoti, cornice d’un mondo governato dal dio-denaro e dalla corruzione che fa tramontare ogni giustizia. E così si cammina come le donne “all’alba del primo giorno della settimana”, procedendo a tentoni, con il buio nel cuore e sperimentando quanto siano difficili la comprensione, la tenerezza, la solidarietà.

Eppure, la Chiesa annuncia che in Galilea il Cristo vive, parla e ci indica la via per la rinascita interiore, il senso reale della vita, quello che ai giorni nostri, sia nei cristiani sia nei più lontani dalla fede, spesso manca o viene meno, dal momento che sempre più di frequente l’uomo si limita a passare i suoi primi anni a illudersi e gli ultimi a registrare le delu­sioni, relegando la storia, slegata da una prospettiva superiore ed esaustiva, ad una vicenda senza capo né coda, tragedia senza plausibilità.

È questo  un dato che si impone a tutti, anche a quanti si rifiutano di pensare e si stordiscono in una dilapidazione interiore. Ed è proprio a partire da questa esperienza che l'uma­nità si divide: chi non oltrepassa il sepolcro vuoto non può che approdare a un traguardo di scetticismo e di relativismo, dove tutto si vanifica e perde di significato; chi, al contrario, travalicando il diffuso sentimento di inutilità, si getta con la fede tra le braccia di Colui che può schiudere la via ad una felicità senza insidie e arriva a fare dell’evento pasquale l’inesauribile sorgente della sua esistenza.

È questa la festa alla quale ci siamo preparati durante questo lungo itinerario quaresimale e che oggi è esplosa al canto dell’Alleluia al Signore Risorto. Nella sua prima Pasqua da Pontefice, Paolo VI esclamava: “Risuoni ancora una volta, nel corso dei secoli e sulla faccia della terra, l’annuncio potente e beato: Cristo è risorto! É il raggio primo della Pasqua, cioè della vita risorta in Cristo e in noi che cristiani vogliamo essere; ed è la gioia”.

Sì, diciamo noi oggi: risuoni ancora una volta l’annuncio della novità pasquale. Cristo risorto ci rende uomini liberi, figli del cielo, capaci di rinnovare il volto del mondo. La Pasqua, suprema avventura della storia, chiama a celebrare la migrazione degli uomini verso una vita interamente trasformata da Cristo, qui e ora. Ma è anche celebrazione della migrazione degli uomini verso il cielo. Con l’annuncio della Risurrezione, insomma, ci riappropriamo della nostra vocazione: noi siamo figli fatti per il cielo, perché figli di Dio in Cristo, perché con Lui l’Eterno è diventato nostra eredità. Egli ha vinto la morte e noi, che vogliamo essere cristiani, abbiamo vinto con Lui.  “Pasqua” significa attingere al tesoro inesauribile di quel Dio che è ricco di misericordia, che è un «Dio per noi». Ecco perché possiamo considerare l’annuncio pasquale come un annuncio di vita nuova. Lasciamo che la speranza diventi la costante della nostra vita di fede. Scriveva Paul Claudel: “La più orribile bestemmia, che sia mai uscita da labbro umano è la seguente: forse la verità è triste”. Noi crediamo e attestiamo il contrario: la verità è gioiosa, perché l’ultima verità è la Risurrezione. Una verità fondamentale, per la quale nel Cristianesimo tutto sta in piedi o tutto crolla, come ha impietosamente rilevato San Paolo: “Se Cristo non è risuscitato, è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede” (1Cor 15,16). Invece Cristo è risorto e la nostra fede è canto di gaudio, impegno ad amare e credere nella vita, a difendere e custodirne il significato, a riempirla di gioia. Perché questa vita porta il marchio della novità pasquale: la sua trasfigurazione, ottenuta per mezzo del trionfo di Cristo sul peccato.

Insieme alla pietra ribaltata dal sepolcro vuoto è stata ribaltata, con la risurrezione di Gesù, un’altra pietra, quella di un’umanità rassegnata al corso di una storia all’apparenza immutabile. Ora, invece, gli occhi della fede percepiscono nella resurrezione di Cristo quel “tutto” vittorioso sul nulla. Gesù viene a farci dono di un grande tesoro, di una gioia senza fine: una vita che già ora ha il colore del cielo e il calore della luce. Perché in noi Cristo è disceso agli inferi, è andato fino al fondo oscuro della nostra materia, per indirizzarci verso la libertà e l’amore. E noi oggi possiamo dire di godere di questa luce divina, che ha innescato quel movimento ascensionale per cui ci siamo aperti alla misericordia ed alla bellezza di Dio.

Per godere fino in fondo questa ebbrezza dobbiamo assumere l’atteggiamento del discepolo amato da Gesù che, correndo al sepolcro vuoto in quel mattino di luce, vide e credette, senza la minima incertezza.

Che cosa spinge a credere solo vedendo? I segni, cioè la pietra rotolata via dal sepolcro, le bende e il sudario piegati, sono insufficienti. La marcia in più è l’amore: il discepolo si è lasciato amare da Dio e, sedotto, ha creduto; si è affidato sin dall’inizio al suo Signore, a quelle parole incomprensibili che in realtà nascondevano una verità trascendente. La Pasqua, infatti, non è un evento da raccontare per dimostrare che Gesù è Figlio di Dio; non è la prova di autenticazione di uno o più annunci di Gesù. Essa, per contro, è conferma di un cuore radicato in Cristo. È qui che Cristo si fa nostro contemporaneo: vivo, presente, vero e visibile qual è, fu e sarà fino al suo ritorno in gloria.

Questa è la Pasqua. È il Gesù risorto, “abisso di luce che impone di chiudere gli occhi per non precipitare”, come scriveva Franz Kafka, la garanzia della vita nuova. Egli non è riconoscibile coi sensi soltanto: è necessaria una via superiore di conoscenza, percorsa anche da atei quali lo scrittore André Gide: «Penso che non si tratti di credere alle parole del Cristo perché il Cristo è figlio di Dio, quanto di comprendere che egli è figlio di Dio perché la sua parola è divina e infinitamente più alta di tutto ciò che l’arte e la saggezza degli uomini possono proporci».

Carissimi amici, cerchiamo di ri-orientare la nostra esistenza entro questo orizzonte inedito. La Pasqua è la storia di un chicco di grano che è diventato un grande albero, che con i suoi rami ormai copre la terra intera. Quest’albero custodisce la linfa luminosa dello Spirito e del vangelo ed essa giunge a noi, come nell’alba della risurrezione giunse a Maria ed ai Discepoli. Le cose vecchie sono passate e  ne accadono di nuove: basta aprirsi ad esse e, come la  Pasqua insegna, alla regola del chicco di grano che, perdendosi nella terra, si ritrova moltiplicato a dismisura.

Questa regola (la vera regola della vita) Egli l’ha data, per sempre, a memoria di ogni generazione, nella sua morte e risurrezione. La regola dell’io prevaricatore, la regola dell’interesse, la regola dell’egoismo cieco ci hanno portato verso il buio; la Pasqua ci dice che il buio della notte è passato, che il giorno nuovo (e che giorno!) è iniziato.

Ma come si fa a dire che la notte è finita? Ricordo di avere letto un testo della tradizione rabbinica in cui è scritto che un giorno un rabbino domandò ai suoi studenti: “Come si fa a dire che la notte è finita e il giorno sta ritornando?” Uno tra essi gli rispose: “Quando si può vedere chiaramente a una certa distanza che l’animale è un leone  e non un leopardo”. “No”, rispose il maestro. Un altro allora disse: “Quando si può dire che un albero produce fichi e non pesche”. Ma fu identica la risposta. Ma poi il rabbi aggiunse: “La notte si può dire finita quando si può guardare il volto di un altro e vedere che quella donna, quell’uomo è tua sorella, è tuo fratello. Perché fino a quando non siete in grado di fare questo, non importa che ora del giorno sia, è ancora notte”.

Non molto diverse risuonano le parole dell’apostolo Giovanni: “Da questo sappiamo di essere passati dalla morte alla vita: perché amiamo i fratelli”. La Pasqua va interpretata e vissuta come la ragione più convin­cente e giusta per dare una nuova chiave di lettura al nostro pellegrinare sulla terra, avendo ad esempio quell’Uomo che, come ricorda Charles Péguy, quando fu messo in croce, mentre “il ladrone di destra e il ladrone di sinistra non sentivano che i chiodi nel cavo della mano, sentiva invece il dolore dato per la salvezza”.

È il messaggio che ci giunge dal Messia, definito da Soren Kierkegaard “segno di scandalo, oggetto di fede e uomo umile, eppure Salvatore e Redentore dell’umanità venuto sulla terra per amore”. Oggi, più che mai, il mondo ha bisogno di una testimonianza siffatta, che i cristiani in particolar modo sono tenuti ad attualizzare per rendere ragione della propria fede e attuare la loro insostituibile missione.

È questo il vero grido che risuona dalla croce: un grido di partecipazione, di solidarietà, di sacrificio per il male, il dolore, la miseria dell’umanità. Un invito al cambiamento, per tornare a guardare agli orizzonti nitidi della speranza e riscoprire Cristo, radice insostituibile che affonda nel terreno della storia e si ramifica nei cieli dell’eterno, che produce debolezza e grandezza in un intreccio unico. Per chi crede e per chi dubita.

Carissimi fratelli e sorelle, ecco perché abbiamo bisogno di sentirci ripetere “Cristo nostra Pasqua e nostra vita è risorto”:  solo così possiamo ritrovare il coraggio di continuare ad annunciare, nonostante i tempi amari che viviamo, che “un altro mondo è possibile; un uomo nuovo conformato a Cristo e non agli schemi di questo mondo è possibile; perché Gesù, Signore risorto, ci fa riscoprire la bellezza della vita e ci riconsegna i palpiti di un Amore inesauribile. Egli è il Signore della storia che può far fiorire la vita sempre.

Perciò auguro a tutti voi una Pasqua del Signore illuminata da questa rasserenante certezza. Spalancate le porte del cuore a Cristo. Fatelo entrare nella vostra vita, ed essa si schiuderà all’eterno.

Buona Pasqua!

+Vincenzo Bertolone


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