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Vangelo di Domenica 29 Marzo PDF Stampa E-mail
Scritto da + V. Bertolone   
venerdė, 27 marzo 2009 16:24

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 12,20-33.

Mons. Bertolone
Mons. Bertolone
Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.

Gesù rispose: «E' giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo.  In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora!
Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».
La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».
Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.  Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.  Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».
Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

(segue il commento di mons.Bertolone)

29 Marzo 2009

V Domenica di Quaresima

 

INTRODUZIONE

                Siamo arrivati all’ultima domenica di Quaresima. La grande settimana è alle porte e con essa la riattualizzazione della “divina catastrofe”.

                Verso questo traguardo di morte e di vita, di sepoltura e di risurrezione ci ha guidato il cammino quaresimale : pellegrinaggio al cuore della fede, al significato profondo di tutti gli eventi della vita di Gesù, il mistero pasquale.

Giovanni sintetizza tale verità in un termine semplice, ma intenso: “ora”.

È proprio in quel momento, decisivo per la storia di tutti gli uomini, che Cristo rivelerà la sua vera identità di  Figlio obbediente che, come seme di grano, muore per portare la vita.

                È l’ “ora” della rivelazione dell’amore di Dio, l’ “ora” della salvezza dell’uomo, l’ “ora” della glorificazione del Figlio Unigenito. Vedere Gesù è riuscire a non distogliere lo sguardo da quella “ora”; è farsi tutto uno con Lui dentro il grembo della terra; è seguire il suo stesso itinerario di sacrificio e obbedienza per acquistare l’assoluto e renderlo visibile nella ferialità.

 

L’ “ORA” DI CRISTO SEMENTE DI VITA ETERNA

                Il contenuto del mistero pasquale è racchiuso nell’ “ora” a cui fa riferimento Gesù stesso nel testo giovanneo.

 É la “sua ora”. L’ “ora” in cui, passando dalla strada ciottolosa dell’umiliazione e della momentanea sconfitta, renderà sacra la vita di ogni uomo destinandola ad un futuro di eternità. L’ “ora” in cui glorifica se stesso compiendo la volontà del Padre.

                Gesù  vorrebbe allontanare la “sua ora”, sarebbe disumano il contrario. Nelle sue parole si legge l’ombra dello sgomento e del turbamento. Questo lo rende ancora più vicino all’uomo, anzi, già nella paura di fronte all’idea della morte compie il miracolo, restituisce significato ad uno smarrimento altrimenti incomprensibile, insostenibile: la sofferenza, il dolore, la morte non sono l’eternità, sono un momento, sono quella “ora” che va affrontata  con speranza o disperazione, ma ciò dipende da quanto ci si è lasciati penetrare dal mistero del Cristo sofferente che di fronte all’”ora”del dolore  e come Cristo, anche noi, in quell’”ora” avvertire la vicinanza amorevole del Padre.

                Questa vicinanza è forza d’amore, lo stesso amore che sulla croce rivelerà il volto di un Dio tanto innamorato della sua creatura da non destinarla alla morte, ma alla vita. La croce è vita. Apparentemente sembrerebbe il segno della sconfitta, ma pensando alla profondità dell’amore che la motiva è segno inequivocabile di vittoria, “ Causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”.

La croce diventa “oraunità di misura di una dimensione nuova che confina nell’Eterno; diventa la nuova legge inscritta nel cuore dell’uomo: l’amore che ha sapore di dedizione, di sacrificio, di donazione gratuita. Allora se si vuole celebrare veramente la Pasqua si deve ripartire dal cuore. Se non cambia il cuore non può esserci Pasqua. Se non siamo capaci di amare con il cuore di Cristo, se non sappiamo perdonare con il Suo cuore, se non lasciamo che il nostro cuore si fondi con il Suo non è Pasqua. Non è Pasqua se non si è capaci di sacrificare il  cuore come Cristo ha fatto per il Padre e per l’uomo.

Sacrificio. Un termine che spaventa, spesso motiva la fuga in direzione opposta. Ma vivere la Pasqua significa essere capaci di sacrificio, ovvero rendere sacra ogni cosa. È un fare sacro (sacrum facere), con la passione, la dedizione, l’amore, la rinuncia, l’Incontro che ci cambia la vita, gli incontri  e le attività della nostra quotidianità. In questi termini rendiamoci conto che già senza accorgerci facciamo sacrifici. E se guardiamo più in profondità ci accorgiamo che più il sacrificio matura nel cuore più ci porta a consumarci, a morire, a perdere una parte di noi. La via percorsa da Cristo è questa: la via del sacrificio. Obbedisce alla volontà del Padre, tesa a rendere sacro l’uomo, fino a consumarsi  e come  il seme una volta sepolto  dare  frutto cioè  restituisce all’uomo il desiderio di Dio, la  nostalgia dell’Infinito. Gesù ne ha estrapolato, liberandolo dalla polvere del peccato, il marchio di fabbrica, la cicatrice di Dio, la sua appartenenza all’Eterno.

 

RENDERE VISIBILE DIO

                La vita cristiana è trasparente, autentica, quando riesce a manifestare tale desiderio, suscitando negli altri la nostalgia di Dio; diversamente è piatta accademia spirituale, squallida catena di monitoraggio di opere più o meno “buone” e pie, “orribile chiacchiera”.

Ridiamoci invece la voglia di Dio, torniamo ad essere “creature di desiderio”, solo così potremmo mostrare Dio, non dimostrarlo. Potremmo raccontare Dio, non insegnarlo. E il nostro sarà racconto da esploratore, entusiasta, competente e pieno di meraviglia; sarà racconto da innamorato, appassionato, ardente e seducente. Così Dio sarà visibile.

Non si spiega il mistero pasquale, lo si vive. Divenendo chicco di grano caduto, lontano dal clamore e dal rumore, nel silenzio della terra umana, della famiglia, del lavoro e delle situazioni più difficili e dolorose, per recare sempre e ovunque parole di vita e di amore. Parole che sappiano rivelare all’uomo le sue reali capacità, il suo essere, più di quanto si possa immaginare, grande contenitore di energie, luce e germi divini in grado di perdonare, amare e sacrificare.

Agire, vivere in questo modo significa rendere visibile la nostra vera umanità, nata dal sangue e dall’acqua del costato di Cristo. Una visibilità che si fa sequela. Infatti rendiamo visibile Cristo nella misura in cui camminiamo dietro di Lui, percorriamo la sua strada, rinnoviamo le sue opere, amplifichiamo le sue parole, collaboriamo al medesimo suo compito: manifestare la gloria dell’Uomo.

 

CONCLUSIONI

Vogliamo vedere Gesù…ritengo sia questa l’esigenza , la richiesta più urgente del mondo di oggi dei lontani nei confronti dei cristiani.La vita dei cristiani dovrebbe essere una epifania, una manifestazione di Dio. Dobbiamo mostrarlo con la nostra vita più che dimostrarlo con discorsi. Dobbiamo lasciare trasparire Cristo in noi. Viverlo con l’entusiasmo, la competenza e lo stupore di un esploratore. Dobbiamo risvegliare negli altri il desiderio, la nostalgia di Dio con la testimonianza di una vita santa.

Vogliamo vedere Gesù.  E c’è sempre un Filippo a cui rivolgersi.

Quando morì il sacerdote francese Amedeo Ayre alcuni dissero: “Incontrando quell’uomo, ti metteva addosso la voglia di Dio”. Ci è mai successo di aver fatto venire la voglia di Dio a qualcuno?

                Vogliamo vedere Gesù? La risposta è racchiusa in quella “ora”, in quel “chicco di grano”, nella croce, lungo la “strada”. Tutto è terra, che con Cristo diventa il cielo di Dio. Una terra che accoglie un seme nuovo, che vede fiorire un albero di salvezza, che si fa strada per quanti intendono raggiungere la salvezza. Ma è soprattutto la terra che sosterrà la croce, la quale ci rivela che cosa significa amare a ogni costo e fino all’estremo. La croce è scuola di amore.

                Un amore cha va sempre avanti, che non arretra davanti ad alcuna difficoltà, incomprensione o minaccia. Cristo vede sorgere l’odio dinnanzi a sé e va oltre. Dalla croce ci dice che la forza più grande è quella di saper amare. Rendere visibile Cristo significa morire con Lui, per vivere e amare con Lui.  

“senza di te, Gesù, nasciamo solo per morire; con te soffriamo e moriamo solo per rinascere” ( M. de Unamuno). Cosi sia.

SERENA DOMENICA

+V.Bertolone

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