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Riflessioni quaresimali PDF Stampa E-mail
Scritto da Don F.Faillace   
mercoledý, 25 febbraio 2009 23:24
Don Francesco Faillace
Don Francesco Faillace
Carissimi fratelli e sorelle
Siamo in festa per il  carnevale, ma cosa vuol dire carnevale? Secondo alcuni vuol dire "carnem levare" cioè togliere la carne dalla tavola. Se facessimo consistere il nostro essere cristiani solo in questo sarebbe assai riduttivo!  Se bastasse eliminare alcuni cibi, beh!, sarebbe un puro formalismo.Ma qual è la carne "da levare"? Quella di manzo o di altro tipo già ce la toglie la crisi economica; la carne da togliere dalla mensa della vita è un’altra: ascoltiamo San Paolo: "Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere….chi le compie non erediterà il regno di Dio" (lettera ai Galati 5,19-21).

E’ questa la carne dalla quale siamo chiamati, soprattutto in Quaresima, a fare digiuno e astinenza!E quali
sono allora i cibi da mettere sulla nostra "mensa della vita" ? E’ sempre San Paolo che, proseguendo, ci dice: "Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé".
Comincia una nuova Quaresima e s’impone, innanzitutto, il bisogno di dare un senso a questo tempo dell’Anno liturgico. Tempo forte, tempo troppe volte accomunato alla tristezza della rinuncia, della penitenza e del sacrificio, esso rischia di generare fin dalle prime battute più una sensazione di rigetto che di adesione convinta ed
entusiasta. E, allora, bisogna dirlo subito, la Quaresima può essere vissuta in modo ben diverso da quello solitamente evocato: come un dono, come una grazia, come un’occasione per ritrovare il senso, l’armonia, la bellezza della propria esistenza, come una “primavera”. l’Anno liturgico propone ai cristiani questo tempo di 40 giorni perché ognuno risponda ad un appello interiore e ritrovi un’esistenza abitata nel profondo dalla presenza di Dio, ispirata da un senso, da una direzione, guarita dalle ferite ricevute e provocate, riconciliata con quanti vivono accanto a noi.
«Lasciatevi riconciliare con Dio! ... Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza». «Convertitevi e credete al Vangelo!»  (Mc 1,15). Con questi due imperativi la Comunità cristiana è convocata per accogliere l’azione misericordiosa di Dio e ritornare a Lui. Il rito di imposizione delle ceneri può essere considerato una specie di iscrizione al catecumenato quaresimale, un gesto di ingresso nello stato di penitenti. Nei testi della Liturgia la penitenza si esplicita nella pratica del digiuno. Sobrietà, austerità, astinenza dai cibi sembrano anacronistici in questa società che fa del benessere e della sazietà il proprio vanto. Ma è proprio questa
sazietà che rischia di renderci insensibili agli appelli di Dio e alle necessità dei fratelli. Astenersi dai cibi è dichiarare qual è l’unica cosa necessaria, è compiere un gesto profetico nei confronti di una civiltà che in modo subdolo e martellante insinua sempre nuovi bisogni e crea nuove insoddisfazioni. Il digiuno,  riguarda tutto l’uomo ed esprime la conversione del cuore. Digiunando, la Chiesa esprime ...
Tratto da una meditazione di don Tonino BELLO Vescovo: Dalla testa ai piedi  Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala. Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all'acqua, più che alle parole. Non c'è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un "linguaggio a lunga conservazione".  È difficile, per esempio, sottrarsi all'urto di quella cenere.
Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un'autentica martellata quel richiamo all'unica cosa che conta: Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d'ulivo benedetti nell'ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all'impegno per la pace, all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello "shampoo alla cenere", comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato. Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell'acqua nel
catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo "udita con gli occhi", pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del...
Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.  Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.
La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l'ardore, mettiamoci alla ricerca dell'acqua da versare... sui piedi degli altri.
Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
Lo Spirito che protegge e conforta Gesù, lo spinge nel deserto, nel cuore del conflitto. E questo perché «nel deserto un uomo sa quanto vale: vale quanto valgono i suoi dèi» (Saint-Exupèry), quanto valgono cioè i suoi ideali. Il deserto è scuola di monoteismo, lì è nata l'inguaribile malattia israelitica dell'assoluto. Nel deserto
Gesù sceglie quale volto di Dio annunciare,se valga di più quello facile di un Dio padrone, o quello impossibile di servo, o quello folle di crocifisso;  sceglie quale volto d'uomo proclamare, rivale o fratello? e nasce la buona notizia.
Marco non riporta il contenuto delle tentazioni, ma ci ricorda l'essenziale: che le tentazioni non si evitano, ma si attraversano, perché «sopprimete le tentazioni e più nessuno si salverà» (sant'Antonio Abate). Senza tentazioni non c'è salvezza, perché non esiste scelta, scompare la libertà, è l'uomo stesso che finisce. Anche la mia
vita spirituale inizia sempre con un pellegrinaggio verso il mistero interiore che mi minaccia e che mi genera, con il confronto quotidiano con le zone oscure del mio intimo, con il mio caos interiore, con gli spazi di disarmonia, di dissonanza, di durezza, di rifiuto che si contendono il cuore. Ma anche con le radici divine dell'uomo: «cercami in te», dice Dio al mistico Silesius. Per sapere quanto vale per me il mio Dio.
Gesù predicava la buona notizia. E diceva: è finita l'attesa; un mondo nuovo è possibile, il nuovo progetto di Dio è qui, convertitevi.  Noi percepiamo questo verbo come un imperativo, mentre reca un invito, porta una
preghiera. Cambiate strada: non è la richiesta di obbedienza, ma l'offerta di un'opportunità.  Cambia strada, io ti indico la via per le sorgenti, di qua attraversi una terra nuova e splendida; di qua il cielo è più vicino e l'azzurro non è così azzurro da nessun'altra parte, di qua è la casa della pace, e il volto di Dio è luminoso, e
l'uomo un amico.  Convèrtiti, non suona allora come un'ingiunzione, ma come la migliore delle risorse.
Hai davanti a te la vita, ti prego, non perderla. Credete nel vangelo. Fidatevi di una buona notizia. E sento la pressante dolcezza di questa preghiera: riparti da una buona notizia, Dio è qui e guarisce la vita, Dio è con te, con amore. Credi; vale a dire: fidati dell'amore, abbi fiducia nell'amore in tutte le sue forme, come forma
della terra, come forma del vivere, come forma di Dio. Non fidarti di altre cose, non della forza, non dell'intelligenza, non del denaro. Riparti dall'amore. E allora per capire chi sono, farò mie le parole bellissime di Giovanni che dice: noi, gli uomini di Cristo, altro non siamo che coloro che hanno creduto all'amore (1 Gv 4,16).
Ecco è arrivato il tempo della Quaresima:è un tempo di grazia, Signore,e tu mi chiedi di non lasciarlo passare invano. Tutto potrebbe ridursi a qualche pratica tradizionale, a qualche rito in più,a qualche segno da aggiungere al bagaglio della vita di ogni giorno. Ma è ben altro quello che tu mi domandi. Ed è ben altro quello
che mi offri. Tu vuoi trasformare il mio cuore, fargli conoscere una nuova primavera, ridestare le molte energie assopite ed offuscate dal peccato. Solo se torno a te, solo se prendo veramente a cuore il mio rapporto con te, solo se accetto di aprire il mio animo alla tua Parola di misericordia e di vita tu puoi compiere il miracolo.
Digiunerò, allora, Signore, per avvertire la fame di te, io che sono sazio di tante cose, ma manco dell’essenziale. Tenderò la mia mano al povero per soccorrere e consolare, per rialzare e dimostrare solidarietà, io che troppe volte gli sono passato accanto, facendo finta di non vedere. Lascerà che il silenzio abiti il mio
cuore per essere colmato della tua presenza perché tante volte tu hai bussato alla mia porta ed io non ho inteso la tua voce.
Non bisogna temere! Il Papa ci invitava a «varcare le soglie della speranza». Dio ci custodirà lungo il cammino, perché Dio è con noi, cammina con noi.La quaresima è un tempo che ci ricorda l’importanza del cammino. Il nostro non è un vagare cieco, c’è una meta preparata per noi. Lo sappiamo, la quaresima è essenzialmente orientata alla Pasqua. E Pasqua significa proprio “passaggio”: il passaggio del popolo attraverso il Mar Rosso, il passaggio nel deserto, il passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla  morte alla vita, dalla Croce alla Risurrezione. Gesù ci apre il cammino, a noi sta seguirlo, come suoi discepoli. A nostra volta, noi siamo chiamati a dare la mano a chi ci è accanto, a chi è più piccolo o più debole. Il cammino è fatto di soste, o addirittura di cadute… la quaresima ci dice che possiamo rialzarci, che possiamo riprendere il passo… è questa la più alta penitenza che possiamo fare, essere così umili da riconoscerci peccatori e per questo stringere più forte quella mano tesa che
il Signore ci porge. In questo sta la giustizia di Dio, fare di noi un popolo di salvati, un popolo che purificato dal suo Amore può entrare nel suo Regno, che è la sua stessa Vita… Vita di Cielo, Cristo, nostra Pasqua!
Auguro a me e a voi tutti di vivere la Quaresima con questo atteggiamento, per arrivare alla Pasqua purificati e…..risorti.

Don Francesco Faillace

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