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De André, Cantautore filosofo PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Marino   
venerdì, 09 gennaio 2009 00:16
De André
Frabrizio De André
“Quello che non ho è quello che non mi serve”. Questa è una delle tanti frasi famose di uno dei cantautori più bravi della nostra Italia, Fabrizio De Andrè, scomparso prematuramente la notte dell'11 gennaio 1999, alle ore 02:30 all’età di solo 58 anni. I suoi testi sono stati, ma lo sono tutt’ora, un caposaldo della musica del bel Paese.  De Andrè è stato un  uomo che si è fatto da solo, timido nelle sue prime esibizioni, grande nella sua voce e poeta nelle sue parole. Per lui, la canzone che lo rappresentava era “Bocca di Rosa”, che non a caso è quella che più di tutte lo rappresenta fuori dalle mura del suo paese natale.

. Ma non solo questo testo fa ricordare un uomo grande, che andato via prematuramente e che ha lasciato un vuoto incolmabile nella canzone italiana. In uno dei suoi testi affermava di essere in “direzione ostinata e contraria”, e così visse la sua vita. Preso dalla voglia di non seguire il benestare della sua famiglia, padre maestro e fratello avvocato, conobbe l’alcool e la passione per il pensiero anarchico. Ma a questo uomo tutto va perdonato, perchè chi lascia un segno indelebile nella storia non può altro che ricevere applausi da chi non può che conoscerlo nel limite della parola umana. Venne, come già scritto, definito un poeta, ma il mio pensiero va ad un De Andrè filosofo. In lui c’è un po’ di tutto. La passione per l’amore, per la vita, per chi riempie i giorni di allegria, insomma per i fattori che compongono la vita umana. De Andrè rappresentava nei suoi testi il mondo del suo tempo, che come un boomerang letterario ritorna come attuale. L’invidia descritta in “Bocca di rosa”, la voglia di non seguire le regole de “Il bombarolo” e non solo, i conflitti artificiali creati dall’uomo descritti in molte canzoni e che inscindibilmente coincidono con il buio della morte, come quello che sentiamo ancora oggi nella musicalità de “La Guerra di Piero”.  

Per conoscere e scrivere di Fabrizio De Andrè ci vuole una competenza biografica sull’autore molto vasta, proprio perchè il suo dire va oltre la sua stessa musica. Il mio è un paragone tra un grande cantautore e una frase pronunciata da uno degli studiosi del linguaggio più celebri, Ludwig Wittgenstein, il quale sosteneva che ''I limiti del mio mondo sono i limiti della mia lingua''.

La frase che apre questo breve scritto, può essere sovrapposta a quella del filosofo viennese. Non è di certo una filosofia assurda pensare che se i limiti del mio mondo sono i limiti della mia lingua, allora quello che non ho è quello che non mi serve.  Due pensieri che si uniscono proprio perchè se il linguista viennese affermava che quello che non riusciamo a pronunciare, a non dire, delimita il nostro  mondo, inconsapevolmente (e da lassù non me ne voglia), questa frase viene giustificata da De Andrè, il quale sosteneva che questo limite deriva dal fatto che ciò che abbiamo è quello che ci serve, dunque, che quello che sembra non possediamo, in verità è qualcosa di cui non abbiamo bisogno.

Quindi, quello che va ricercato oltre questo “non mi serve”, non è qualcosa che limita il mondo e la ricerca umana, è solo l’idea che bisogna vivere dentro un limite inossidabile nel quale quello che fa da padrona è la necessità di vivere la vita quotidiana senza ricercare qualcosa che  va oltre quei “valori” puri e semplici. Credo che questa sia la filosofia di un cantautore come De Andrè, nell’eccesso della vita non si può trovare nulla, bisogna vivere nella semplicità proprio perchè a tutto c’è un  limite.
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