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Eulana Onglaro: Eutanasia legale!? PDF Stampa E-mail
Scritto da V. Bertolone   
domenica, 16 novembre 2008 16:50
ImageC'è chi confonde il coma con lo stato cosiddetto vegetativo e chi crede che lo stato di coma sia equivalente alla morte. Se il coma equivalesse alla morte non potrebbero esserci risvegli, che invece accadono. Quei risvegli si dovrebbero invece chiamare “resurrezioni”.  Quanto sta accadendo, dopo la sentenza di un tribunale, in Italia è orrendo e viola di fatto il diritto alla vita. Prima di sentenziare e approvare la morte di un essere vivente, così come è stato recentemente fatto durante la trasmissione televisiva trasmessa su RAI3 e condotta da Alda D'Eusanio  e prima di fare una lettura superficiale degli eventi leggiamo, documentiamoci e riflettiamo con calma. Le cose non sono così semplici come sembrerebbe all’apparenza. Provate ad aprire un testo di neurologia!
 I giornali non dicono sempre e tutta la verità, ma se avrete la pazienza di leggere da più fonti, anche su internet, e con un po’ di astuzia, volendo capire come stanno le cose veramente, avrete un'idea più chiara di quello che sta succedendo.
Se prendiamo ad esempio quello che accaduto tempo fa ad un'altra vittima della faciloneria con cui si vuole decretare la fine della vita di un essere umano, avremo un'idea sicuramente più completa e anche più razionale.

Parlo del caso di Terri Schiavo, che è stata privata dell’alimentazione e dell’acqua per iniziativa del marito (tutore) nonostante i familiari si opponessero alla decisione  ed è morta dopo una agonia di 11 giorni. Verso la fine le sue labbra erano sanguinanti e lei soffriva visibilmente. Terri era in stato definito “vegetativo” (per chi non avesse ben chiara la differenza, non significa “vegetale” amici, andate a studiare i testi di fisiologia umana), ovvero non riusciva più ad esprimersi a parole o a gesti oltre ad altri limiti fisici, ma sentiva, provava emozioni, eccome! Ma anche se non avesse provato emozioni….. allora sarebbe stata degna di essere privata degli alimenti?  Mi meraviglia quanto poco timore abbia destato questa notizia (parlo della decisione presa su Eluana Englaro) e con quanta facilità si dice “bravi, bene così”. Credo che ciò sia dovuto in gran parte a come la vicenda è stata presentata dalla TV e dai giornali delle maggiori testate  facendola passare agevolmente come un atto di pietà.
Confesso anche (con vergogna) che sulle prime anche io non ero ínorridito. Ma questa storia mi è rimasta indigesta, non riuscivo a liberarmene e appena ho potuto sono andato a cercare notizie maggiori. E lì ho capito perché questa storia mi tormentava…. c’era qualcosa sotto da capire, non era così semplice…
Forse non immaginiamo cosa significhi essere indifesi, alla mercé di chi decide per noi!
Fermiamoci un attimo, forse qualche dubbio ci verrà….
Smettiamola per favore di usare il termine “staccare la spina”. È orrendo, e offensivo. Eluana non è una lampada da tavolo, è viva come noi,  viene nutrita periodicamente e viene accompagnata di tanto in tanto anche fuori dalla sua stanza!! (nota dell'amministratore)

Vi proponiamo ora l'editoriale del nostro vescovo sulla Gazzetta del Sud di oggi domenica 16 novembre, che con garbo e profonda delicatezza propone il suo parere sulla difficile questione dell'Eutanasia.

 

Eluana Englaro, inno alla vita  

Vorrei entrare in punta di piedi, con discrezione ed infinito ed affettuoso rispetto, nella vicenda umana di Eluana Englaro, la giovane in stato vegetativo da sedici anni a seguito di un incidente stradale. Lo scorso 9 luglio, la Corte d’Appello di Milano si era espressa sul caso con una decisione sorprendente, disponendo che la fanciulla, fin qui amorevolmente assistita dalle suore e dai medici della clinica “Beato Luigi Talamoni”, potesse essere lasciata senza alimentazione e, di conseguenza, inevitabilmente costretta a spegnersi lentamente.

Ora quella sentenza è stata di fatto resa esecutiva dalla Corte di Cassazione.

Sento ed esprimo pietà per Eluana ed amicizia per il padre Beppino, di cui comprendo il dolore per le dure prove affrontate in più d’un quindicennio di strazio, ma non si può tacere di fronte allo stravolgimento, operato con sentenza, di diritti fondamentali. I pronunciamenti giudiziari richiamati pongono infatti in discussione quanto da sempre, ovunque, erga omnes, era ed è considerato un bene indisponibile: la vita. Essi, inoltre, alternano l’immagine storica, epistemologica e deontologica della medicina, trasformata in pratica sociale neutrale, incapace di autogovernarsi e perciò da controllare biopoliticamente, così riformulando il principio ippocratico di garanzia in dovere di porsi al servizio di una pretesa volontà sovrana del paziente.

La sentenza della Suprema Corte, in pratica, ha codificato giurisprudenzialmente una forma di eutanasia, che non esiste né nella legge ordinaria, né nella Carta costituzionale, né nel diritto naturale.  Eminenti giuristi e politologi concordano nel dire che in questa drammatica circostanza, la Giustizia  s’è sostituita a un vuoto legislativo con atti giuridici che hanno come retroterra un pensiero secondo cui l'uomo basta a se stesso ed ha in sé il suo inizio e la sua fine: se esiste una verità, essa è concepita solo come storica, intramondana e razionale, e dunque mutevole come le umane situazioni.È proprio questa la crisi culturale che la storia di Eluana Englaro mostra nella sua crudezza: la caduta della validità oggettiva di ogni valore conoscitivo e morale, frutto del prevalere dell'assolutezza della ragione.

È un messaggio inquietante, che erode la dignità umana ed intacca il diritto alla vita. Di fronte a ciò, la Chiesa, pur nel rispetto dell’autonomia dello Stato e delle diverse  concezioni culturali e religiose, avverte il dovere di spendersi a difesa della sacralità, della dignità  ed intangibilità della vita. Nell’ottica di tale prospettiva, prende forma un giudizio etico che nasce dalla fede, ma non è estraneo alla ragione: non possiamo spegnere la vita di nessuna creatura senza uccidere, insieme a lei, la speranza che in essa vive.

Ed è questo un monito che risuona prima ancora che dal pulpito delle chiese, nelle parole d’un grande laico troppo in fretta dimenticato, Norberto Bobbio, che in un’intervista del 1981 in tema di aborto affermava: «Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il non uccidere. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere». Quasi un appello, che anche oggi esorta tutti, credenti e laici, a battersi per tutelare, sempre e comunque, la dignità delle persone fragili: può apparire paradossale, ma un corpo nudo, spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità, fa brillare maggiormente l'anima, continuando ad evidenziare emozioni e sentimenti. È bene riflettere, allora: niente vale quanto una vita umana perché ha in sé la bellezza riflessa dall’Eterno.

+ Vincenzo Bertolone

 

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