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Pasqua per tutti? (racconto) PDF Stampa E-mail
Scritto da A.M.Cavallaro   
giovedý, 05 aprile 2007 11:07

Cagnetto
Cagnetto
Me ne sto acquattato nel fondo dell’albero cavo che mi tiene al riparo dal caldo e dal freddo, intorno tutto buio é notte, il silenzio rotto solo dal rumoreggiare lontano del mare, ho mangiato a sufficienza e mi sto appisolando in quel mondo ovattato della boscaglia. Sento improvviso il pulsare sordo di un motore, penso a quelle grandi scatole metalliche su quattro ruote che passano veloci  lasciando una scia disgustosa e che io ogni tanto mi diverto a inseguire, poi ritorno a dormire, ma il rumore non cessa; il brontolio sulla vicina stradina è continuo e diventa seccante. Ho capito che la scatola è ferma. Confesso: ho paura. Rizzo le orecchie, tutti i miei sensi all’erta, sento strisciare qualcosa fra l’erba, mi faccio coraggio esco dalla mia tana  e fra gli arbusti vedo due umani che trascinano un sacco. Mi fermo, trattenendo il respiro, so che gli umani non amano essere disturbati nelle loro faccende e diventano a volta cattivi. Sto a guardare trattenendo il respiro, poi i due, raggiunto una specie di anfratto, un valloncello nascosto dai cespugli, vi buttano giù il sacco che deve essere pesante e corrono via veloci.

Sento sbattere gli sportelli e poi la scatola che va lasciando la solita puzza dietro di se.
Faccio per ritornare nel mio cantuccio, ma poi la curiosità è più forte di me, mi avvicino con molta circospezione al valloncello col naso che avverte effluvi noti. Ora sento anche un leggero guaire, mi rizzo sulle zampe e corro verso il sacco, le spine dei rovi mi torturano, una mi sferza il muso, sento il sangue che cola, guaisco dal dolore, ma insisto caparbio cercando di evitare il folto degli arbusti irto di punte assassine, mi fermo ogni tanto per riprendere fiato e coraggio e per sentire se per caso gli umani non tornino. Poi riprendo a strisciare , ora il lamento che viene dal sacco è più vicino, finalmente riesco a toccarlo col muso. Cerco di aprirlo, ora vedo un movimento, coi denti trancio, taglio, sbrandello furente quel lurido involucro e tre esserini tremanti mi si strusciano contro, sento i cuoricini che battono veloci dopo tanto spavento, li lecco sul muso ed essi fanno altrettanto, cerco di muovermi per aiutarli ma io sono troppo grosso ho difficoltà a muovermi in quell’intrico e poi credo di avere una spina sotto una zampa che fa male da morire. Comunque, uno alla volta, prendendoli delicatamente fra i denti, riesco a portarli in salvo. Li sistemo nella mia tana nell’albero cavo e continuo a coccolarli, il dolore non mi da tregua ma mi addormento lo stesso stremato ed essi con me.
All’alba mi sveglio, i tre dormono ancora beati, raggomitolati, attorcigliati gli uni cogli altri. Esco all’aperto devo assolutamente trovare “Occhineri” il piccolo umano che qualche volta gioca con me e, di nascosto dai grandi, mi da del cibo ogni tanto.
La fattoria non è lontana, mi apposto vicino e aspetto, ogni tanto abbaio per farmi sentire e dopo un po’ Occhineri  fa occhiolino dalla porta, io mi faccio vedere e lui rientra, ma dopo un po’ è di nuovo da me, si avvicina, mi accarezza, io mugolo di piacere e sollevo la zampa dolorante, lui dice qualcosa che non capisco, gli umani parlano in modo strano e pretendono di essere capiti, poi delicatamente mi leva la spina, io guaisco dal dolore ma sono contento, lecco con furia la zampa intanto Occhineri si è allontanato, ma ritorna subito con una pezzuola bagnata, mi pulisce il muso sporco di sangue  poi da un fagottino tira fuori delle tenere ossa di pollo che io trangugio dopo averle stritolate tra i denti, mentre lui continua a carezzarmi. Ora si alza per andare via, ma io glielo impedisco salto tra lui e la casa, faccio corse brevi verso il bosco e poi torno da lui, una, due, tre volte, infine capisce e mi segue, vorrei correre veloce, ma so che se non mi vede potrebbe tornare indietro, allora vado avanti poi torno in un avantieindietro continuo, finchè non giungiamo all’albero cavo. Uno dei miei protetti è già fuori, Occhineri lo guarda stupito, mi guarda meravigliato, abbaio per dirgli che io sono un maschio, non sono miei figli, forse lui mi capisce, intanto prende in braccio quel batuffolo bianco e lo accarezza. Poi mi fa cenno di aspettare, questo ormai lo comprendo, e corre veloce verso casa. Dopo un po’ ritorna con una scodella piena di latte, i tre ora sono tutti fuori e leccano ingordi. Sono finalmente tranquillo, so che Occhineri non ci abbandonerà, sto un po’ a guardare poi mi allontano come faccio di solito e trotterello verso il paese.
Oggi le campane suonano, deve essere festa, questo lo so perché quando sento quel suono gli umani si vestono meglio, vanno tutti in una grande casa sormontata da una torre con le campane e in quei giorni riesco sempre ad avere qualcosa da mangiare. Mi fermo in un cantuccio e comincio a guardare gli umani che vanno verso la grande casa di prima e d’improvviso riconosco i due del sacco, vestiti per bene con i loro piccoli in braccio e le loro femmine al fianco, sembrano buoni e tranquilli. Perché allora volevano far morire così brutalmente quei tre piccoli splendidi cuccioli? Ringhio feroce e vorrei morderli sul serio, ma uno dei piccoli fa cenno verso di me, vorrebbe accarezzarmi, allora mi blocco, questa volta li perdono, il piccolo intanto mi ha raggiunto allunga la manina innocente verso di me ma il padre lo blocca: “lascialo non lo toccare può essere infetto, e poi oggi è PASQUA, non puoi sporcare il vestitino,” e cerca di colpirmi con un calcio, ma io lo evito e corro lontano. Certo che gli umani non li capisco, quando sono piccoli sono buoni e ti fanno le coccole, quando poi diventano grandi cambiano radicalmente, sapete una cosa? E’ meglio esser cani. E rimuginando sull’accaduto me ne torno dai miei tre piccoli stupendi cuccioletti.

A.M.Cavallaro

 

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