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Bilancio della MISERICORDIA in Calabria PDF Stampa E-mail
Scritto da E.Chiarella   
martedý, 13 dicembre 2016 08:11
Image“Non andare a letto la sera senza aver compiuto un’azione buona”  -  L’arcivescovo Vincenzo Bertolone trae un bilancio di come Catanzaro e la Calabria abbiano vissuto il Giubileo della Misericordia - Il Giubileo della Misericordia appena concluso è stato il primo ad essere celebrato non solo a Roma. Le Porte Sante sono state aperte e attraversate in tutte le diocesi del mondo. Si è trattato di in Giubileo che ha visto la partecipazione più vasta nella storia della Chiesa cattolica. Anche in Calabria, l’Anno Santo è stato vissuto con grande partecipazione.

Per capire meglio come si è svolto nelle diverse diocesi calabresi, ZENIT ha intervistato l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza Episcopale calabra, monsignor Vincenzo Bertolone.

 Si è appena concluso il Giubileo della Misericordia. Che cosa è la Misericordia? E come valuterebbe l’Anno Santo appena concluso?

Prima di iniziare a rispondere alle domande  ritengo doveroso ringraziare  e lodare lo Spirito Santo che ha  ispirato Papa Francesco ad  offrire  nel cambiamento d’epoca ad un mondo aggrovigliato e complesso, ove regna un liberalismo globalizzato che crea tanto benessere, ma tantissimi poveri ed una guerra a pezzi,  l’ anno giubilare  della misericordia, cuore del messaggio evangelico, il cuore di Dio perché attraverso la testimonianza dell’amore gli uomini credano ed amino Dio, proprio come mi ha insegnato il  Beato Giacomo Cusmano: per caritatem ad fidem. Misericordia è Dio in persona  incarnata in Gesù: è lui la vera porta della misericordia rimasta aperta per tutto l’anno giubilare  e, come ha ricordato Papa Francesco, sarà aperta anche dopo la fine del giubileo.
Imitando Cristo  Gesù ogni credente si faccia misericordia con  gli altri, traducendola in testimonianza d’amore fedele e coerente. Nella lettera apostolica di chiusura dell’anno giubilare papa Francesco ha scritto: “La misericordia è questa azione concreta dell’amore che, perdonando, trasforma e cambia la vita” (n. 2). E continua: “Vivere la misericordia è la via maestra per farla diventare un vero annuncio di consolazione e di conversione nella vita pastorale”. In termini sia quantitativi, per numeri di persone coinvolte nelle celebrazioni tipicamente giubilari, cioè confessione, eucaristia, gesti di prossimità, pellegrinaggi e passaggi della porta santa, sia qualitativi, ovvero quanto a conversioni, ritorno alla vita cristiana, segni e gesti di solidarietà, si è offerto tanto a fedeli e non. Si spera che i frutti, che solo il Signore conosce, siano abbondanti e duraturi.

Quante persone sono passate nelle Porte Sante di Catanzaro e, in generale, della Calabria?

Le porte sante (tra queste la già frequentatissima casa natale del “santo nostro”, Francesco di Paola), sono state  varcate  da tantissimi fedeli  e si ha la percezione di una partecipazione di massa (tra i credenti,  praticanti e non solo) che è comune a tutti noi, vescovi delle Chiese calabresi. Solo per restare nella mia diocesi dico che non ho mai visto la cattedrale di Catanzaro così gremita come all’apertura ed alla chiusura della porta santa. Il percorso di quest’anno è stato una preziosa occasione offertaci da Papa Francesco  per guardare al passato con gratitudine, al presente con speranza e per sognare il futuro per annunciare con gioia, con forza, con volontà e sguardo profetico la novità evangelica, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, che ci sarà sempre accanto nella ricerca di Dio e nella testimonianza autentica che caratterizza l’esistenza operosa di ogni credente.

Quante opere di Misericordia materiale e spirituale sono state praticate?


Solo il Signore legge nei cuori e Lui solo sa. Piuttosto che contare le tante e tante opere-segno, che soprattutto la Caritas diocesana e le Caritas parrocchiali hanno realizzato, preferisco riprendere qualche brano di ciò che ho scritto ai magistrati e di ciò che ho detto nell’omelia di chiusura del Giubileo. A magistrati e avvocati ho scritto: “Lasciamoci sorprendere dalla misericordia di Dio! Ogni essere umano, se trasformato dalla misericordia e reso umile, diventa a sua volta misericordioso, compassionevole nei confronti del prossimo e partecipe della costruzione d’una vera civiltà dell’amore, nuova tappa della gioia del Vangelo, di bellezza della liturgia, di superamento delle disuguaglianze e delle inequità sociali ed economiche.
Nell’ambito specifico della dottrina sociale della Chiesa, l’annuncio evangelico si traduce, appunto, in opere di misericordia spirituale e materiale, tra le quali brillano quelle del visitare i carcerati e dell’ammonire i peccatori”. Ho cercato di dire a me stesso e poi ai presbiteri ed ai fedeli che molto nostro cristianesimo odierno è solo parente lontano di Dio: per essere cristiani non basta non fare il male, occorre fare il bene, sempre a tutti, comunque e dovunque. Gesù ci dice come si costruisce una convivenza giusta, solidale, fraterna, aperta a tutti. Se ci chiedesse di non odiare i nostri nemici, e ci riuscissimo, compiremmo una bella opera.
Il fatto è che non ci chiede solo di non odiarli, ma di amarli  come il buon samaritano che soccorre il giudeo e come santo Stefano che perdona i suoi uccisori. Tra non odiare e amare c’è una bella differenza. Se Gesù ci chiedesse di non nutrire risentimento o astio per chi ci maledice, e ci riuscissimo, anche questa sarebbe per noi una  bella opera. Ma non ci chiede  solo di non provare risentimento verso chi ci maledice, ma di benedirlo. Tra non provare risentimento verso una persona e benedirla, c’è una bella differenza. È la differenza cristiana che Gesù ci propone.
Ma chi ce la fa a vivere in questo mondo la differenza cristiana? Chi ce la fa a essere cristiano? “Di cristiani in questo mondo ce n’è stato uno solo – ha detto Nietzsche – e quello lo hanno crocifisso”. È appunto la differenza cristiana. Il vero amore è espressione dello Spirito divino, anima della nostra anima e dell’essenza cristiana. È l’amore che Gesù, attraverso la sua vita, rivela come l’essenza della vita di Dio-Padre nostro misericordioso (Lc 6,36).
Quest’amore così difficile da praticare è la regola d’oro che ci dice di credere nella realizzazione dell’impossibile. È con quest’amore che si annunzia Cristo-Dio e non con la nostra essenza umana che consideriamo “misura di tutte le cose”. L’amore cristiano è sempre concreto e non intellettualizzato, ha detto Papa Francesco l’11 novembre scorso, festa di san Martino,  altrimenti si annunzia “Un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa ed una Chiesa senza popolo”.

Quali e quante, invece, le opere di carità realizzate in questo anno?

Mi piace ricordare: a) Squillace ove la diocesi tramite “Città solidale-caritas diocesana” gestisce due centri il Golfo e Vivarium del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar); b) Girifalco centro Sprar “L’Approdo”, per adulti stranieri (uomini e donne); c) Gasperina, Centro Sprar “Nostra Signora di Guadalupe”; d) Ceis Catanzaro: casa per tossicodipendenti ed alcolisti. Casa rifugio per donne in difficoltà che funge anche da centro antiviolenza. Ma mi piace citare il Progetto che mi sta più a cuore: “Oasi di Misericordia”, che si prende cura dei senza fissa dimora, come il centro di via Carlo V, gestiti dalla Fondazione Città Solidale, emanazione della Caritas diocesana, con il supporto economico dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace e della Conferenza Episcopale Italiana, attraverso i fondi dell’8 x mille.
In esso, tante piccole candele accese, che unite creano un grande fuoco di amore che quotidianamente cresce fino a diventare un faro di luce e di speranza. Perché solo unendo i nostri cuori si possono dare risposte concrete a chi ha bisogno, soprattutto, di essere ascoltato e di essere confortato. I numeri sono molto alti; oltre 30 mila pasti in tutta la diocesi, anche se le azioni di solidarietà e carità vengono fatte dai credenti senza che la mano destra sappia  che cosa fa la sinistra.
Ma la più alta opera di carità l’ha fatta l’episcopato calabrese, attuando la nota pastorale e il successivo Direttorio pastorale sulla ‘ndrangheta. I Vescovi  calabresi, in continuità con gli interventi del Magistero episcopale calabrese, che negli ultimi cento anni specialmente nell’ultimo quarantennio, ed oggi con maggiore consapevolezza, forza e urgenza sentono  il dovere di rivolgersi  non solo ai fedeli delle Chiese di Calabria, ma a tutti i cittadini di questa terra, amata e martoriata, per offrire loro una lettura, alla luce dell’eterno Vangelo, dell’attuale momento storico, specialmente in rapporto al deprecabile fenomeno ‘ndranghetista.
L’episcopato, mentre stigmatizza il peccato degli affiliati per mafia, continua a ricordare a ogni peccatore che Dio aspetta a braccia aperte chi  decide di cambiare  vita, risarcendo al meglio il danno arrecato. Senza un cambiamento reale ed alla luce del sole e senza avere rinnegato il passato malvagio, non si può parlare di pentimento e di vera conversione. La Chiesa, come Cristo, resta sempre pronta a offrire il balsamo della Riconciliazione e dell’Unzione degli infermi a quanti, sinceramente pentiti, si convertono ed è disposta ad accoglierli ed aiutarli nel cammino di conversione.

Se dovesse tracciare un bilancio spirituale del Giubileo in Calabria, cosa direbbe?

Ogni bilancio è un esame di coscienza pubblico, che offro perciò all’attenzione dei miei fedeli e di tutti i calabresi, soprattutto se cristiani cattolici: se il perdonoè il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita, quanto perdono abbiamo chiesto e quanto ne abbiamo dato? In una cultura ormai regolata dalla tecnica, in cui si moltiplicano le forme di tristezza e solitudine, quanta fiducia abbiamo risuscitato nelle persone, soprattutto in tanti giovani, a volte disperati? Se la misericordia comporta una nuova evangelizzazione e la “conversione pastorale”, che cosa hanno mostrato alla gente le  parrocchie e i  presbiteri? A che punto siamo con la celebrazione dei due sacramenti chiamati “di guarigione”, cioè la Riconciliazione e l’Unzione dei malati? I confessionali sono dei “luoghi di tortura”, oppure ambienti accoglienti, discreti e interpersonali, in cui si celebra il ritorno al Padre del peccatore pentito? Dalle risposte che ognuno di noi potrà e saprà darsi  dipende la reale incidenza del Giubileo. Insomma, confidiamo sempre e soltanto in Cristo Gesù, fiduciosi che, malgrado ogni pessimistica considerazione, c’è sempre – per dirla con Ignazio Silone – un seme buono che sta per germogliare sotto la neve: nessuno è tanto povero da non poter donare qualcosa e nessuno è tanto ricco da non aver bisogno di qualcuno.

Pensando alla Calabria vengono in mente i problemi del lavoro, gli immigrati che sbarcano sulle coste e le difficoltà generate dalla presenza del crimine organizzato. In che modo il Giubileo della  Misericordia ha contribuito a sanare queste ferite?

Nonostante i “missionari della misericordia”, nonostante i confessori e direttori i spirituali, i tanti passaggi delle tante Porte Sante per lucrare le indulgenze, si continua a vivere in modo disordinato, agitato e senza costrutto. Il Beato Giacomo Lentini, grande predicatore, sollecitava ad andare e gridare: sui temi sociali, sul lavoro che manca tutte condizioni che favoriscono tanta disperazione ed affari criminali. Sull’accoglienza dei rifugiati politici e dei profughi, le Chiese di Calabria hanno annunciato il Vangelo del bene comune e della solidarietà sociale, per portare e mantenere la pace e la concordia. Abbiamo ben compreso quanto sia in linea con questo messaggio il continuo appello di Papa Francesco ad andare verso chi non viene, a raggiungere le periferie esistenziali. In particolare, noi ministri ordinati, consapevoli di non essere detentori di un potere, ma disponibili al servizio, non possiamo che farci prossimo a chiunque sia in ritardo col passo o abbattuto arranchi sentendosi emarginato dal  mercato del lavoro, non trovi consolazione in nessuno. Non è forse la Chiesa un ospedale da campo che rimargina con l’olio di Cristo le ferite e  ritempra col suo santo crisma ogni fedele corroborato dalla Cresima? Anche questa è misericordia! Mi piace concludere questa intervista con un altro pensiero che i missionari servi dei Poveri, attingendolo dal Beato Fondatore mi hanno insegnato: “Non ti coricare la sera senza che la coscienza non ti ricordi  di avere compiuto almeno un’azione buona”. È con i piccoli gesti d’amore che si riscalda il cuore, s’illumina la mente, si indica la direzione, si asciuga qualche lacrima.

 Intervista realizzata da Eugenio Chiarella per Zenit, Agenzia d'informazione di Catanzaro

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