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Oh! Mie rimembranze (poesia) PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Miani   
lunedý, 21 novembre 2016 08:43
ImageNel mio peregrinare, quasi randagio zingaro,
Andavo a caso in lidi  un tempo a me sconosciuti.
Dopo ogni lasso di tempo ritornavo stanco, dubbioso, più confuso
Fra le mura, dell’ultima povera casa mia, dimora amata,
Annerite dal tempo, dall’umido che trasudava anche copioso.
E mi dilettava, piaceva ritornare
Su quei muretti che davano
A valle sulla citta dei morti,
A rivedere le innumerevoli  vaghe stelle lucenti e belle. Era caro distendermi, il viso al cielo, gli occhi puntati e fissi
Su quelle luci lontane che ininterrotte andavano
Vagando nello spazio infinito, eterno.
Beato udivo placide le nenie del canto dei mille grilli
Che si levavano dai verdi campi colmi di colori chiari agli occhi miei.
Inalavo i profumi forti dell’estate portati da caldi venti estivi,
Odorosi entravano violenti nelle narici,
Giungendo da quel mare ove bella nasceva Venere dell’amore dea.
Reconditi i tocchi del tempo scorrevano, solitari, gravi e lenti sulle case.
Ivi dormivano  a sonno sano, gli uomini forti, stanchi nelle braccia
Per l’opera diurna, nelle campagne attorno, dura e amara,
Mentre le donne, madri dai tanti figli
Vegliavano su futuri rosei per la prole.
Giovani fanciulle sognavano amori con cui vivere con animo ridente,
Gioioso, dilette ore insieme ad amanti a cuore a cuore,
Le membra tenere sulle pelli odorose, il sangue nelle vene
Pulsante di frenesia, amorevole passione di lievi toccamenti.

Le lontane montagne verdi del pollino,
Corona nel cielo di profondo blu,
Tracciavano un orizzonte a me invisibile
limite maestoso e frastagliato da cozzi,
Che prorompevano giganti, titani solitari nello spazio immane.
I pini loricati ischeletriti e bianchi, sparsi, morti, fantasmi antichi
Raccontavano la storia primitiva, arcaica dei moti che lo sconvolsero,
Coi lupi che ululavano al vento, i musi tesi alla luna su, su in alto nel cielo.
Entrambi vigilano sui passi, sulle doline sparse,
Sulle acque cristalline, sui profondi canyons
Che nelle gole scendono ancora rumorose,
Vergini, veloci a valle verso il mare.
Come era caro quell’ andar vagando a zonzo sotto il solleone
Per le campagne fra i filar di vigne, o gli alberi sparpagliati a caso,
Accompagnato dal canto gitano, chiassoso delle cicale,
Quel loro frinir continuo dal giugno al morir d’agosto
Che s’alzava chiaro, netto che ridondante entrava nelle teste,
Tra i sentieriBianchi polverosi,tortuosi, serpeggianti.
Mi erano e mi sono ancor amabili
I millenari ulivi dalle foglie verdi, argentate
Tra i cui rami udivo chiaro il suono del campanaro
Coi batacchi andare a ritmo allegri
Colpendo forte le campane ogni dì di festa paesana.
Era dolce errarenel paesepei vichi sassosi tra le case,
Guardarquei muri scalcinati, rosi dal tempo e dalle piogge
Dove sovente fischiava ringhioso il vento freddo di tramontana.

Ed era diletto e caro a me il chiaro volto tuo,
Ragazza allegra, schiva, giovane con gli anni miei,
Il nome tuo Costanza, mio amor nascosto, non l’ho scordato.
Ricordo ancora il parlar nostro,fatto in casa col le parole
Odorose dai suoni paesani, toni musicali d’ogni giorno.
Ricordo il giorno e l’ora in cui mi chiedesti, senza rossore
Una mia foto, che avevi già visto, fra le tante piccole cose vane
Che conservavo fra i lisi libri,in seguito la vedevo sempre
In mostra accanto al letto su cui tu dormivi.
Rammento le altre volte che tu volevi che entrassi
Nei segreti dei pensieri tuoi, li scoprivi a caso, all’improvviso.
Quante domande sui tempi delle assenze, dei paesi visti,
Le genti che incontravo, ove dormivo, pranzavo,
I compagni amici che avevo con cui parlavo allegro.
Per ritrosia non mi chiedevi mai delle amiche che mi circondavano,
S’ero felice, contento di vivere lontano dal paese,
Lontano dalla casa, da tutte le persone paesane care.
Io ti dicevo che la vita non era bella, non era gaia.
Il mio spirito da solo ritornava indietro al cielo, ai monti, al fiume
Al parlare volgare ma onesto degli uomini, dei ragazzi, delle donne.
Alle favole che ognuno ricordava per averle intese accanto ai focolari,
Dalle voci calme deinostrivecchidalle pelli a solchi,rugose.

Rammenti, non mi credevi, gelosa dai tanti istanti che lontano ero,
Come non davi credito alle risposte mie
Su un tuo fratello che lontano andato
Non era chiaro nel suo dire, su quanto faceva, sui suoi amori
Sulle giornate trascorse vuote passeggiando a caso
Nelle strade lustre della grande città,
Senza aver accanto l’amore primitivo del cuore lasciato,
Tormentato, sospiroso, piagnucoloso  a casa dalla madre.
Io mai rispondevo, dicendoti quanto volevi sentire dalla voce mia.
Ero schivo per non tradire il segreto mio e quello dell’amico.

Ti amavo Costanza ma non volevo, non potevo dirlo
Non conoscendo il futuro, né conoscevo se quel mio peregrinare
Finisse un giorno lasciando i ricordi, le voglie,
I trascorsi libertini miei, ove vivevo solo.
Ecco Costanza ora sai le mie paure, le mie ansie
Che non mi fecero aprire il cuore.
Ti persi andando lontano sempre dal luogo che caro mi è ancora,
Sempre più lontano cercando i lumi eterni,
Le verità nascoste, risposte ai desideri, ai perché.
Ogni mio ritorno proponeva un’andata,
El’andata di nuovo il ritorno nel rifugio.
Così chiamavo la casa mia, il paese ove ero nato.
Partivo per cercare le soluzioni ai sogni miei.
Volevo raggiungere le mete che dovevano
Svelare i misteri, raggiungere i capi fili
Che sgrovigliano i gomitoli, le matasse della vita.
Ma ogni meta, ahimè, era fiamma colorata,fatua,
Fredda senza calore, non dava pace, era chimera irraggiungibile,
Illusione, ingannevolefata morgana che spariva,
Si dissolveva come nebbia al sole
Lasciando il vuoto nell’animo nel cuore
Che sperava di trovare sicuro approdo.
Così per anni.Scorreva tempo sempre più lungo, invano.
Quelle stelle remote che facevano sognare
Sparivano una volta lasciato il suolo nativo.
Ma io testardo continuavo a ripartire, a cercare
Con la mia ipotetica isola, Itaca sempre più lontana.

Ora con l’età Il passo è più lento e ragionato,
Anche la cervice è più sciolta, più sagace la mente,
Grande è la voglia, la nostalgia, il cuore che frenetico preme.
Purtroppo ancor non credo di ritornare indietro
Non ho i giorni per il cammino. Son fermo!
Lerimembranze orasono tante, e sì amare.
Qui ove vivo non trovo il tempo, né il sito
Per rivedere, ricordare quelle stelle che libere
Camminando ancora vanno errando.
Non esiste il muro su cui seduto le miravo misteriose,
Con loro parlando dei sogni miei, delle speranze grandi,
Dei moti dell’animo, del cuore che ragionava con la mente vago.
Anche queste sono rimaste là perdute, immemore,
Tra le tante luci in quel blu dipinto ad arte.
Le speranze, l’isola felice è rimasta una utopia
Quale araba fenice, enigma irrisolvibile a cui nessuna risposta c’è.
L’isola non c’è, sulle carte non esiste.
Il nocchiere erra, va navigando,travaglia solitario
Per i mari perigliosi non la trova, non la vede.
Anche se spinge l’occhio oltre gli orizzonti,
Che nascano ogni istante nuovo dietro le onde,
I marosi che ai naviganti tremare fanno il cuore e l’animo.
Purtroppo il freno al moto, mi angustia.Mi blocca!
Sono questi anni che sono andati veloci
Sono queste membra consunte, logore.
Non v’è linfa generosa che le risvegli,
Io aspetto il dì della mia caduta.
Sono certo che corro verso il limite,
Il fermo imposto senza possibile rimando.

Addio Costanza cara, ti ho ferita,
Ciò mi punge il petto amaramente.
Ma fuggivo dal reale, mi nascondevo.
Sono tranquillo che l’amore tuo
Non l’ho oltraggiato, non lo schernito.
Ho sempre davanti agli occhi la figura tua
Nella stanza ai lumi che trapassavanoi vetri delle finestre ampie,
Curva  a ricamare fiori, uccelli, corone, intrecciate corolle,
Rami di mimose gialle sul tombolo,seguendo le tracce dei disegni miei.
Era la primavera che ci rideva nel silenzio acuto delle mura.

Addio amato paese mio, addio alle pietre, ti serrano in uno scrigno,
All’Eiano che scorre a valle custode dei giovanili giochi miei.
Addio a quei monti giganti baldanzosi,
Al mar di Venere che di mattinbrilla azzurro.
Addio alle case dai tetti rossi, antichi.
Ai muri caldi per la vita che vi dimora.
Addio alle parole in gergo, le cantilene
Cantate dietro gli usci dalle nostre donne.
Addio ai ritornelli dei lavoranti,nelle campagne al sole, alla pioggia,
Alla neve, nei giorni freddi e uggiosi, erano sempre allegri,
Ridenti, briosi, con lazzi, ripicche, gelosie di innamorati.
Addio alle care voci dialettali, i toni, le cadenze, le arguzie
Che il paesano dava ad ogni dire non confuso dal timor della lingua pura,
Sicuro di essere ascoltato,capito in ogni dire seguendo la volgata antica.

Addio a quei lumi, le stelle sempre accese
Che silenziose,a chi le mira, vanno regalando ancora sogni,
Tante speranze, tante vaghezze belle.
Addio ai miei defunti che dormono e mi attendono
La nella valle, nella città dei sonni eterni.
Con loro riderò dei miei cammini, i miei sbagli
Parlerò dell’isola sconosciuta che era a due passi soli
E che orbo non vedevo andando errante, pellegrino solo.
Giocavo con il tempo.E le ore, e i giorni, e i mesi, e gli anni
Andavano scemando mentre le rimembranze, le chimere
Fiorivano ad ogni nuovo equinozio,morivano al nascere del solstizio.
Purtroppo oggi resta muta, amara l’angoscia
Di non aver svelato quei misteri antropologici,
Metafisici giochi giovanili dei tanti, troppi perché
Che ci affliggevano da giovani, inesperti, idealisti vogliosi di sciogliere
I tanti nodi gordiani, arcani misteri eterni ed insoluti.
Tutto non è rammarico, o nostalgia pelosa,
E’ stata gioventù, sogni, speranze,vita bruciata
Davanti a uno specchio deformante,
Che dava immagini irreali, ingannevoli, allettanti,
Giustificate, ahimè, dal voler conoscere, essere, esserci.
Ma questa è la vita. Così va, così passa,così muore.


Michele Miani
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