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In fuga da se stessi PDF Stampa E-mail
Scritto da L.Niger   
mercoledý, 02 novembre 2016 08:18
ImageTra i tanti impegni e le numerose scadenze, tra l’andare e il ritornare e il ritornare e l’andare, non è stato facile ritagliarmi uno spazio per scrivere questo articolo. Ho deciso di staccare, lo faccio con una discreta frequenza, per dedicarmi a me stesso.Pensare, scrivere, stare da solo, in compagnia della carta e della penna, mi consentono di recuperare energie e di affrontare le ore e i giorni con maggiore forza e lucidità.Se, circa mezzo secolo fa, la pesantezza del vivere era legata, in prevalenza, alla fatica,

allo sforzo fisico, per alcuni lavori duri e massacranti, oggi la vita pesa, in particolare, per altri motivi, come la necessità di correre, di essere sempre efficienti, pronti, adeguati, flessibili, sorridenti, insomma, all’altezza delle situazioni.

Altrimenti,pensiamo, siamo destinati all’insuccesso, alla marginalità, al fallimento. Basta un piccolo cedimento, un segno di debolezza, un momento di fragilità e ci sentiamo inadeguati, insufficienti.  In verità, anche ieri, la vita era ritenuta, da alcuni, intollerabile, invivibile, dato che l’esistenza, ieri come oggi, perdeva e perde di senso e di significato. E le riflessioni e le inquietudini culturali contribuivano, contribuiscono ad accrescerne la pesantezza e l’insensatezza. Da qui, la ricerca di fughe, di vie di uscita, per sottrarsi al peso dell’esistenza, fino a cadere nell’abisso del sole nero e, talvolta, nelle idee e nelle pratiche suicidarie. E’ assolutamente vietato stancarsi, prendere fiato, essere assenti. Il ritmo assillante e frenetico della vita quotidiana caratterizza e pervade non solo il lavoro, il contesto familiare, le relazioni, le vacanze, ma anche la vita sessuale. Niente parole, niente gesti, niente effusioni, niente tenerezze, tutto deve essere veloce e concludente. Mordi e fuggi. Un rapporto squallido, se virtuale, meglio ancora. Probabilmente arriveremo a robotizzare tanta parte della nostra esistenza.

Comprensibilmente, non pochi ritengono preferibile la frenesia rispetto al nulla o alla noia. E il pensiero corre a chi non ha un lavoro, a chi lo cerca e a chi ha smesso di cercarlo, a chi guadagna poco ed è in condizioni di precarietà( con relativa accentuazione della crisi demografica), a chi ha perso la speranza di sperare in un futuro dignitoso. In questi casi, e, purtroppo, sono tanti, si vive nell’angoscia e della disperazione; spesso, nell’attesa del nulla. Altro che vita frenetica! Solo vuoto, solo noia. Il tutto nel nome delle ferree regole dell’economia capitalistica, che conosce solo il mercato e il denaro e che ha come sovrastruttura la società liquida, resa famosa da Z. Bauman.
In ogni caso, la vita iperagitata, giorno dopo giorno, si fa più pesante, più insopportabile. Ecco, allora la tentazione contemporanea di fuggire da sé, come scrive nel suo ultimo libro David Le Breton(Fuggire da sé, Raffaello Cortina).

Anni addietro, nel 1978, di fronte alla crescente aggressività sociale, Henri Laborit aveva teorizzato l’elogio della fuga, ritenendolo un comportamento indispensabile per preservare il proprio benessere psicofisico, anzi, un comportamento creativo. Diverso è il discorso che sviluppa Le Breton: il mondo contemporaneo con i suoi impegni ed i suoi legami ci costringe, ci schiaccia, fino al punto di negare il nostro essere, il non essere più nessuno. Da qui, la necessità di fuggire, alla ricerca dell’Altrove, per ritrovare se stessi. Sono numerosi e intriganti i modi discreti di scomparire analizzati dall’autore: si va dallo scomparire nel sonno alle astuzie della dissolvenza, dalla stanchezza desiderata al burn out, dalle depressioni alle personalità multiple. Senza dimenticare le fughe nell’alcol, nelle droghe, nel gioco, con tantissimi riferimenti antropologici e letterari, filosofici e psicologici. Scomparire per tornare, e rinascere.
Originale è la condizione suggerita da Le Breton, che chiama biancore e sarebbe “quello stato di assenza più o meno intenso, quel prendere congedo da sé nell’una o nell’altra forma, in ragione della  difficoltà o della fatica di essere se stessi… è un momento di torpore, è un lasciar perdere, provocato dalla difficoltà di trasformare le cose…è il non agire…il non scegliere…è una diversa modalità di esistenza, ordita nella discrezione, nella lentezza, nella cancellazione”. Su questa figura del biancore, dell’assenza o dell’indifferenza, mi soffermerò in un’altra occasione. Un libro, comunque, molto interessante.

Nell’attesa di una possibile spinta verso l’ignoto, il vivere potrebbe essere già più sostenibile, più salutare, più proficuo, cominciando ad allentare la presa, a fermarsi un po’, a godersi la segretezza, la solitudine, il silenzio, oltre ad interrompere,almeno ogni tanto, “la commedia delle apparenze”(Celati).

Luigi Niger

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