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Sibari

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La Tomba di Erodoto (libro) PDF Stampa E-mail
Scritto da Staff.redazione   
venerdý, 30 settembre 2016 07:01
ImageLo scorso 25 settembre nel Museo Archeologico di Sibari, è stata presentata l’ultima fatica letteraria del giornalista Domenico Marino, il romanzo “La tomba di Erodoto” stampato e diffuso da “Falco Editore” di Cosenza. Molti gli illustri relatori che hanno messo tutti in evidenza l’importanza dell’area archeologica dell’arcaica Sybaris prendendo spunto dalla trama del libro nel quale l’autore ipotizza la ricerca della tomba del grande storico greco, che ha vissuto una parte, almeno, della sua vita in quella che fu la città più “moderna” del periodo magno-greco: Thurji . Nel seguito offriamo ai lettori l’ampia relazione del prof. Pier Giovanni Guzzo, che ringraziamo per avercene concessa la pubblicazione.

RELAZIONE PRONUNCIATA DAL PROF. P.G. GUZZO

L'antico continua ad esercitare un suo fascino particolare sulla fantasia dei contemporanei. E ciò a dispetto del sempre maggiore distacco dallo studio e dalla conoscenza delle lingue classiche, a cominciare dalla Chiesa Cattolica che ha abbandonato il latino nella celebrazione dei suoi riti. L'antico si riveste di mistero: forse proprio perchè ne sono meno conosciuti i particolari e le strutture essenziali, come appunto le lingue. E il mistero, si sa, accende sempre curiosità, se non anche interesse. Ai misteri sono intitolate iniziative le più varie, e non solo in Italia. Così che, se uniamo all'argomento antico i modelli dell'indagine rivolta a chiarire un mistero, si può credere di aver messo insieme due modelli vincenti.

 È quello che è ben riuscito a Domenico Marino in questa sua agile composizione intitolata alla tomba di Erodoto. La sua trama, in breve, e senza svelarne il finale per non togliere suspense a quanti, spero pochi di numero, non l'abbiano ancora letto, si svolge interamente nell'area archeologica di Sibari e nelle sue immediate vicinanze. Ne sono protagonisti tre personaggi diversi fra loro: due archeologhe ed un lavoratore socialmente utile impiegato nell'area archeologica. Sul finire se ne aggiunge un quarto, di professione sacerdote. Tra incertezze, fughe in avanti, sospetti, acquisizioni importanti, e un pizzico di fortuna, nonostante la freddezza del contesto, se non addirittura l'ostilità, i tre, ostinatamente, proseguono nella loro ricerca.

La trama, come risulta, è semplice: a mio parere, essa si regge appunto sul progressivo avanzare che Marino fa fare al suo lettore nella costruzione della via necessaria per ritrovare quanto si desidera ritrovare: la tomba di Erodoto. Non starò qui a dilungarmi sulla filologia dell'argomento. Che Erodoto sia stato a Thurii, la città che, dopo un intervallo di più di 60 anni ha ripreso il posto della Sibari distrutta dai Crotoniati nel 510 a. C., è tradizione tarda. Cioè, troviamo la notizia in scrittori antichi si, ma lontani nel tempo da quando si sarebbe dovuto verificare la permanenza del padre della storia a Thurii, nei primi vent'anni della nuova fondazione, cioè dopo il 444 a. C. A difesa della permanenza a Thurii di Erodoto abbiamo tre dati: la sua accertata pertinenza alla cerchia ateniese fedele a Pericle; la definizione di "cittadino di Thurii" nel proemio dei suoi nove libri di Storie; la notizia che la sua tomba si trovava nell'agora, cioè nella piazza principale, di Thurii.

Come risulta chiaro, nessuno di questi tre dati può essere assunto come una prova sicura. Il fatto di essere parte del gruppo di intellettuali, per lo più provenienti dalla Grecia asiatica, che facevano cerchia intorno a Pericle non significa che Erodoto abbia partecipato alla spedizione che andò a fondare Pericle, accogliendo l'invito che ad Atene (ed anche a Sparta, ma qui senza fortuna) avevano rivolto i discendenti dei Sibariti sconfitti. Come ben si sa, la spedizione voluta da Pericle non tendeva tanto a soddisfare le richieste dei Sibariti, quanto ad assicurare ad Atene sia un mercato rivolto al rifornimento di cereali, frutto abbondante della piana irrigata dal Krathis e dal Sybaris, ed un punto di appoggio utile all'ampliamento dell'influsso, economico, politico, militare, di Atene nei confronti dell'Occidente. Che ciò rientrasse in una prospettiva che già prevedeva la guerra contro Siracusa in funzione di un indebolimento di Sparta, guerra avvenuta trent'anni dopo la fondazione di Thurii, non sappiamo. L'attenzione di Atene verso l'Occidente era, d'altronde, già in atto da decenni: Temistocle, il vincitore dei Persiani a Salamina, quarant'anni prima della fondazione di Thurii, aveva chiamato due delle proprie figlie con i nomi di Italia e Sybaris. Bizzarra imposizione di nomi propri che, tuttavia, la dice lunga a proposito della direzione verso la quale guardava lo statista ateniese. È, però, da ricordare che anche di altri intellettuali, tutti appartenenti alla cerchia di Pericle, è tramandato essere stati presenti a Thurii: da Protagora, che ne avrebbe addirittura composto la legislazione, a Lisia.

Su questo argomento, di conseguenza, non può che tenersi in una prudente posizione di dubbio metodologico, anche in quanto nella stessa opera di Erodoto le informazioni a proposito di Sibari non sono così precise e dettagliate come ci si dovrebbe attendere da parte di uno storico residente in loco. Anche se, come detto sessant'anni erano trascorsi dalla distruzione di Sibari alla fondazione di Thurii; se nell'incendio seguito alla conquista della città da parte dei Crotoniati erano sicuramente andati in fumo gli archivi; anche se quanti Erodoto avrebbe potuto ascoltare direttamente erano i nipoti dei Sibariti che, per ultimi, avevano abitato la città fra i due fiumi.

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TAVOLO DEI RELATORI
Erodoto è detto cittadino di Thurii nel proemio delle sue Storie: ma chi ha scritto quella riga? I codici copiati dagli amanuensi nei conventi durante il Medioevo e poi durante il Rinascimento riportano, in quella riga, il pensiero dello stesso Erodoto oppure quello di un anonimo bibliotecario di Alessandria, o di Pergamo, o di Atene che aveva curato la redazione di manoscritti precedenti? Non lo sappiamo, e non lo sapremo mai.

Altrettanta, se non maggiore, incertezza vale per il terzo dato: quello tramandato a proposito della tomba dello Storico posta nella agora di Thurii, completato da una fonte un po' più recente, ma sempre tarda come Stefano Bizantino del VI secolo d. C., che riporta addirittura l'epitaffio inciso su questa tomba. La sepoltura nell'agora costituiva un onore che veniva attribuito ai fondatori stessi della città che ne accoglieva le ceneri nel proprio centrale e nevralgico punto, lì dove si faceva mercato, e quindi si assicurava il benessere dei cittadini, e si discuteva i principali problemi politici, e quindi si decideva del destino di quegli stessi cittadini. Abbiamo numerosi casi di sepoltura nelle piazze principali: noti sia archeologicamente sia solamente dalle fonti letterarie. L'archeologia ce ne ha fatti conoscere a Cirene, fondazione spartana, e a Poseidonia, fondazione di Sibari. Dalle fonti letterarie abbiamo altre informazioni: dalla tomba di Teseo sul fianco dell'agora di Atene, a quella di Brasida ad Amphipolis, ed ancora a Siracusa. Come poteva, tuttavia, Erodoto essere considerato fondatore della città, quando da Diodoro Siculo conosciamo i nomi dei comandanti, designati da Pericle, della spedizione che si era recata a fondare Thurii? Certo, Diodoro Siculo scrive nel I secolo a. C.: quindi è lontano dai fatti che tramanda. Ma gli stessi nomi sono citati da Aristofane, che scrive in un periodo di un paio di decenni più recente della fondazione di Thurii: e, quindi, verosimilmente c'è da credergli.

Il dettaglio, riportato da Stefano Bizantino, dell'epitaffio, inoltre, aggiunge sospetto alla notizia. Pagine e pagine della raccolta nota sotto la denominazione di Antologia Palatina sono piene dei testi riportati ad epigrafi ed epitaffi: tutti, a quel che gli studiosi hanno definito, scritti per amore del motto arguto o per ricercate espressioni atte ad indurre all'emozione e al cordoglio, ma mai trascrizione di quanto realmente scritto su pietre tombali o d'altro genere. Ciò si può facilmente riscontrare paragonando fra loro le raccolte, compiute dai filologi per lo più di nazionalità tedesca, delle epigrafi latine e greche redatte in versi, e quella appunto dell'Antologia Palatina. Così che anche l'epitaffio di Erodoto ha tutto l'aspetto di una composizione letteraria, inventata e non materialmente composta per adornare la tomba del nostro autore.

 Gli ascoltatori mi scuseranno di tutte queste lungaggini erudite. Come ben si sa, ognuno ama il proprio mestiere: e il mio è stato, ed è ancora, quello dell'archeologo. Mestiere che raccoglie dati materiali, e quindi oggettivi in sè, allo scopo di comprenderli al meglio sia in se stessi sia all'interno del contesto nel quale sono stati prodotti ed utilizzati e, alla fine, distrutti o gettati via. In questo tentativo di ricostruzione su dati oggettivi ed anche materiali la fantasia è pessima consigliera: in quanto fa correre rischi non autorizzati e dannosi, non solo inutili, all'avanzamento della conoscenza. Ma, per fortuna, Marino non è un archeologo: anche se la sua preparazione di filologo lo abbia addestrato a ragionare sui dati certi costituiti dalle parole, dalle leggi fonetiche, dalle regole della scrittura. In questa sua prova, però, la filologia fa da sfondo, contribuisce a dare un colore particolare alla vicenda che narra. La quale è interamente di fantasia: e, in quanto tale, libera dalle leggi del metodo storico e, in alcuni casi, anche di quelli della logica. È lo spunto che interessa a chi compie un'opera di fantasia. E lo spunto può essere della più varia natura; così che poi le conseguenze narrative che se ne dipanano possano assumere il colore che maggiormente l'Autore ha desiderato.

 Nella narrazione di intrecci rivolti al passato credo si possano distinguere due grossi filoni: quello interamente rivolto allo scenario antico nel quale si svolgono gli eventi narrati; quello, invece, ai personaggi contemporanei  implicati in fatti che si sono svolti nel passato. In alcuni casi si ha anche una commistione tra questi due grandi, generali filoni: un intreccio nel quali fatti accaduti nel passato continuano ad avere influsso su quanto accade nel tempo presente. Un'esemplificazione di questo genere, nelle sue composizioni, sarebbe troppo lunga: ed esulerebbe del tutto dalle mie conoscenze. Per quanto riconosco, senza alcuna vergogna, di essere un appassionato lettore di romanzi cosiddetti storici, di quei romanzi cioè la trama dei quali riguarda epoche passate, anche di molto. Probabilmente è un modo, inconscio, per tentare di riempire di una parte di realtà viva, anche se di fantastica ricostruzione, la storia antica, che costituisce il merito del mio lavoro. Ma, come anticipato, seguendo le regole del metodo storico: e quindi senza la possibilità di ricostruire sentimenti, gesti, atteggiamenti, voci, sguardi: cioè tutto quell'insieme di realtà che, oggi, ci rende spesso la nostra vita quotidiana. Ma che, per quella antica, nulla di materiale ci permette di ricostruire con oggettiva sicurezza; e che le fonti letterarie ci restituiscono all'interno degli schemi scrittori, ideologici e modellistici propri delle culture di riferimento per ognuno degli autori. E, quindi, in una schematizzazione che non sempre risponde alla realtà, anche se corrisponde, ovviamente, alla realtà letteraria, che non può non essere stata altro che quella colta dell'epoca interessata. Se non altro stante la ridottissima alfabetizzazione e la ancora più ridotta abitudine all'uso dei libri.

Negli ultimi decenni ha preso piede, all'interno delle scienze antichiste, una voga antropologica e sociologica che vuole trasporre nello studio dell'antichità i modelli interpretativi utilizzati da antropologi e da sociologi di realtà moderne, quando non addirittura contemporanee. Nell'esercizio di tali ricerche contemporanee, la verifica è costituita dallo stesso oggetto che costituisce campo della ricerca: e la chiave di lettura è data anche dall'acquisizione delle volontà, delle esperienze, delle riflessioni che i contemporanei esprimono su loro stessi. Per quanto riguarda l'antico, nessuna verifica è possibile sui protagonisti di quegli antichi tempi: sono tutti morti, ormai, e quindi muti. Quanto ci è possibile conoscere di loro è costituito da manufatti, non sempre completamente interpretabili; e da resti di scritti, i quali, come sopra accennato, vanno decodificati per tentare di intenderli rettamente. Il paragone relativo alla decodificazione dei testi letterari antichi rimanda alla lettura dei giornali di partito (quando ancora esistevano): se non si sa di quale partito, e quindi di quale ideologia e di quale tendenza politica si tratta, sarà ben difficile comprenderne rettamente il testo, se non si vuole limitarsi ad un'acquiescente approvazione della propaganda. L'applicazione delle regole antropologiche e sociologiche all'archeologia degli antichi, così come generalmente si fa oggi, appare del tutto metodologicamente ingiustificata. Anche perchè basterebbe ragionare sull'origine di una tale voga per comprenderne l'inapplicabilità alle culture mediterranee classiche. Infatti, come credo sia noto, per molto tempo nell'epoca moderna solamente l'antichità classica, quella relativa a monumenti greci e romani, era considerata degna di essere studiata. In quanto quei monumenti offrivano l'aspetto materiale di quanto i testi letterari, greci e latini, ci avevano insegnato a proposito degli eventi storici e della cultura letteraria di quei popoli. Tralasciando, ovviamente, tutto l'aspetto ideologico dell'influenza che l'Impero romano ha esercitato da Carlo Magno a Napoleone a Mussolini e l'influsso estetico che la perfezione formale che si è ritenuta fosse stata raggiunta dall'età classica (non a caso così definita) greca ha esercitato su molte realizzazioni artistiche e decorative in molti momenti della storia moderna e in molte e diverse cerchie culturali. Data questa limitazione d'interesse, negli Stati Uniti d'America, ma anche nell'America centrale ed in quella Meridionale, lo studio delle culture pre-colombiane non è stato oggetto d'attenzione da parte degli antichisti classici, diciamo così, e quindi degli archeologi che si erano addestrati sui resti greci e romani. Quelle culture indigene furono oggetto dello studio degli antropologi, a ciò anche invogliati dal desiderio di porre dei confronti tra popolazioni antiche e popolazioni contemporanee appartenenti allo stesso ceppo etnico, come quelle che noi chiamiamo pellerosse e gli statunitensi americani nativi o le diverse etnie meso-americane. Nell'acquisizione delle documentazioni materiali quegli antropologi si dovettero impadronire della tecnica dello scavo archeologico: cosa di certo non impossibile. Ma la difficoltà sta nell'interpretazione di quanto si è riportato in luce, anche se tutta la buona tecnica archeologica stratigrafica è stata accuratamente osservata. Vasi, statuette, utensili, gioielli e quant'altro da soli non parlano: sono gli archeologi che li hanno riportati in luce che danno loro una voce, più o meno chiara. E questo è possibile solamente se questi muti testimoni vengono riportati agli schemi mentali di coloro che li hanno costruiti e di coloro che li hanno utilizzati. Per abbreviare questa già troppo lunga e noiosa digressione, appare ovvio che applicare a resti materiali dell'antichità classica, come quella che si trova per lo più nel nostro Paese, strumenti interpretativi nati in campi di ricerca del tutto estranei, come la contemporaneità, non può che portare a risultati del tutto stravaganti.

Ciò non significa che non sarebbe desiderabile conoscere anche quegli aspetti non materiali e non costretti in schemi ideologici degli uomini e delle donne della nostra antichità. È, comunque, buona norma di metodo non fissarsi obiettivi irraggiungibili: e saper attendere. Già oggi, ad esempio, le indagini sul DNA e quelle basate su scienze fisiche e chimiche hanno permesso conoscenze molto più approfondite di quanto anche pochi decenni fa si poteva sperare. Ad esempio, nella ricostruzione dei rapporti familiari tra quanti sono sepolti in una stessa necropoli; oppure nella determinazione quasi del tutto sicura delle zone di provenienza di determinati materiali adoperati nella costruzione di manufatti rinvenuti. Tutto questo aumenta le nostre conoscenze: ma sempre ad un livello materiale, raffinato e sofisticato quanto si vuole, ma sempre tale.

Il romanzo storico, di conseguenza, risponde ad un'esigenza di conoscenza che la ricerca archeologica, e più in generale antichistica, non è in grado di soddisfare. Questo per quanto riguarda uno dei due filoni che si è creduto giustificato distinguere, sia pure in maniera schematica, all'interno del genere. Ma il libro di Marino che stasera ci riguarda, quello relativo alla tomba di Erodoto, non si dilunga su fatti del passato. Non ci descrive come viveva Erodoto a Thurii, come venne a morte, come i Thurini decisero di seppellirlo nella loro agora, e così via. Marino ci racconta come i tre protagonisti (e il quarto che si aggiunge nel corso della narrazione) riescono... a compiere oppure a non compiere (questo non lo rivelerò, come ho già anticipato) la scoperta della famosa tomba. Seguendo uno dei due filoni, Marino impersona nella sua narrazione il desiderio, confessato o tenuto nascosto, di  molti archeologi: quello di compiere una scoperta d'interesse eccezionale, e di ricavarne di conseguenza notorietà e prestigio. Un desiderio del genere è più o meno scoperto in molti di noi: e nasce da una visione specifica del mestiere dell'archeologo. Che non è tanto, io credo, quella di scoprire, quanto quella di capire, quella di comprendere nella maniera più approfondita possibile quel settore di antico che costituisce il nostro campo di ricerca e di studio. Certo, conoscere è anche scoprire: ma una cosa è scoprire un significato, altra e diversa cosa è scoprire oggetti o monumenti. Ambedue questi generi di scoperta contribuiscono alla crescita della conoscenza, e quindi alla conoscenza di noi stessi. Pur nella freddezza di un'affermazione del genere, nella quale mi riconosco interamente, non posso negare che lo scoprire oggetti antichi procura emozioni forti: siano essi i modesti resti di una semplice, antica vita; siano essi preziosi gioielli; siano essi le successivamente divenute famose statue in bronzo dal mare di Riace. Ma l'emozione deve, o dovrebbe, essere immediatamente rivolta alla comprensione: e questa si raggiunge anche esercitandosi su materiali da più tempo rinvenuti, nel ricomporre le condizioni di vecchie scoperte, nel ricomporre contesti con oggetti dispersi di qua e di là a seguito di accadimenti i più vari.

Marino non si ferma, però, a solleticare il desiderio, conscio ma anche inconscio, degli archeologi di compiere una scoperta eccezionale. Desiderio che, credo, alberga anche nella fantasia di  molti che non sono archeologi di professione, ma che amano l'antico e si interessano alla storia passata in specie del territorio nel quale abitano. Marino situa le vicende che narra in uno scenario del quale alcuni tratti sono sottolineati più volte nel corso del suo scritto: e che, di conseguenza, assumono importanza nella sua visione del mondo ed in quanto egli ha voluto trasmettere ai suoi lettori. Citerò quelli che mi sono apparsi i concetti più significativi: l'alluvione del Crati che ha negativamente coinvolto l'area archeologica nel 2013; la burocrazia che intralcia l'attività di ricerca nell'area archeologica di Sibari; la scarsa autonomia operativa che limita l'azione della direzione del museo; la passione, l'orgoglio e l'amore per la propria terra e la propria storia nutriti dagli appassionati locali. L'intreccio di tali concetti rende il racconto di Marino un'opera non solo di contenuto letterario, ma anche politico: chiaramente nel significato originario, quello di prendersi cura della cosa pubblica, del patrimonio comune di proprietà di tutti.

Non può dubitarsi che i cosiddetti beni culturali siano patrimonio comune: se ce ne fossimo dimenticati, l'attuale politica seguita dal Ministero competente basterebbe a farcelo ricordare. Le linee base di tale politica consistono nella valutazione prioritaria del peso economico di tali beni rispetto a qualsiasi altro parametro di giudizio. Ad esempio, finché il museo e l'area archeologica di Sibari saranno visitati da poche migliaia di visitatori paganti all'anno questi non saranno tenuti altro che in scarso conto: tanto più a confronto di Pompei e del Colosseo, per limitarsi ai monumenti di natura archeologica, che invece raggiungono le cifre di milioni. Infatti, il Ministero pubblicando i dati ufficiali del 2015, gli ultimi disponibili, fa assommare a 10.824 (dei quali 6.155 non paganti) i visitatori del museo e solo a 71 (tutti non paganti) quelli del parco archeologico. La motivazione di tale gradazione d'interesse da parte del Ministero è stata data dal fatto che si hanno poche risorse finanziarie pubbliche da impiegare a questi fini. E, pertanto, si richiedono contributi privati: pur senza predisporre una veramente efficace politica di defiscalizzazione di quanto viene così versato. Continuando, per di più, a continuare a spendere sempre verso gli stessi obiettivi. Il recente, tragico terremoto tra alto Lazio, Marche ed Abruzzo sarà una nuova tavola di prova per la politica culturale del Ministero. In quel territorio, la Soprintendenza ai Beni Storici del Lazio aveva, a seguito del terremoto dell'Aquila del 2009, condotto meritoriamente a termine una completa schedatura dei locali beni culturali. Come si provvederà ad essi, pur nell'ovvia gradazione d'urgenza nel ripristino delle condizioni di normalità? Il precedente dell'Aquila è disastroso: a cominciare dalla nessuna attenzione posta nel tutelare le decorazioni affrescate dei palazzi del centro storico della città. L'area archeologica di Sibari, se fosse liberata dall'incongrua presenza della strada statale che la taglia in due (come rileva Marino a p. 45), sarebbe l'unica non solo in Calabria ma anche nell'intero Mezzogiorno peninsulare d'Italia a poter mostrare la sovrapposizione di tre diverse città testimonianti 1500 anni di storia. Certo, bisognerebbe ampliare gli scavi: ma, principalmente, compiere continuativamente un'azione di sensibilizzazione e di informazione, attualmente quasi del tutto mancante.

Il peso della burocrazia e la scarsa autonomia della direzione del museo che Marino evidenzia sono argomenti sui quali non posseggo dati sicuri di conoscenza. Tuttavia, circa il primo non ho dubbi che Marino abbia colto nel segno. Il fardello burocratico che pesa sui funzionari tecnici del Ministero si è aggravato nel corso degli ultimi anni, in parallelo alla sempre maggiore scarsità di personale in grado di affiancarli nello svolgimento del lavoro. Intendiamoci: svolgere un lavoro amministrativo è il requisito che garantisce l'interesse pubblico dei beni culturali dei quali si è responsabili. Se questi beni culturali fossero solamente studiati, o magari tenuti con geloso amore a disposizione solamente di se stessi e di pochi e scelti amici, lo scopo di un ufficio pubblico sarebbe del tutto tradito. Ma tra un simile atteggiamento amministrativo e quello di dover utilizzare ore ed ore del proprio tempo per affrontare beghe di personale, cavilli giuridici, labirinti procedurali (correndo per di più il pericolo di incorrere in illeciti, anche penali) ce ne corre. In quanto si è dimenticato che per prestare servizio nei musei e nelle aree archeologiche si è superato un esame rivolto a verificare la conoscenza del candidato in materie storiche, archeologiche ed artistiche ed anche, blandamente, amministrative. A parer mio, una tale deriva, che non può derivare altro che da una voluta linea politica tenuta dal Ministero, non può che dipendere che una scelta voluta: quella di ridurre il personale tecnico allo stato di solutore di problemi di ordinaria, anche se complessa, amministrazione, così che non abbia più né tempo né voglia di occuparsi della tutela dei beni culturali che si trovano nel territorio esposti ai rischi di trasformazioni e distruzioni.

Ovviamente, mi auguro che qui a Sibari la situazione sia diversa: anche se non invidio la dr.ssa Bonofiglio costretta, per quanto ne so, a dividersi tra qui e Vibo Valentia, e quindi interessata a due diverse realtà, pur rimanendo lei una sola persona che percepisce un solo stipendio.

L'argomento dell'alluvione del Crati del 2013 e del ritardo con il quale si sono riparati i danni da essa causati è immediata conseguenza di quanto si diceva prima. E ciò nonostante il personale interessamento che, a suo tempo, aveva mostrato, ed applicato, Fabrizio Barca, pro tempore ministro della Repubblica, come fra gli altri, può attestare il sindaco di Cassano allo Ionio, Gianni Papasso. Nonostante un tale interessamento ci sono voluti anni perchè l’operazione andasse a buon fine: e questo pare sia, oltre a quanto ho cercato di accennare più sopra, il perverso frutto dell'intreccio tra burocrazia, scarsa autonomia, sottoutilizzazione dei ruoli tecnici, non solo di quelli degli archeologi ma anche di quelli in atto in numerosi altri uffici pubblici, come ad esempio quelli rivolti alla cura delle acque e del demanio.

Ma l'alluvione del Crati non porta solo a considerazioni del genere: l'alluvione del 2013 è stata possibile a seguito del comportamento di molti individui, presenti in diverse posizioni all'interno della società locale, quasi tutti di nascita, formazione e cultura calabrese. Come di nascita, formazione e cultura calabrese sono quanti avvertono passione ed orgoglio per i monumenti antichi conservati nel proprio territorio di riferimento: e che quindi sono stati anch'essi colpiti dai danni provocati dall'alluvione del Crati. Marino ha assai ben caratterizzato, in maniera sintetica ma efficace, la personalità di Rocco: schivo anche se alla fine delle esitazioni determinato, ma non sul palcoscenico della società quanto piuttosto nella riserva dell'azione privata. Gran parte delle difficoltà che la Calabria attraversa ed ha attraversato nel corso della sua storia deriva da questa dicotomia: nella quale si fronteggiano coloro che guardano solamente al proprio interesse e coloro che nutrono un'attenzione per l'interesse pubblico. Finora, sono stati i primi a vincere il confronto: quasi ogni volta che si è accesa la necessità di scegliere. L'inizio degli scavi archeologici qui a Sibari nel 1969 rappresenta la vittoria di una delle due parti in causa: non sta a me dire quale delle due parti ha vinto, ognuno di quelli che vivono quotidianamente in questo territorio ha la sua risposta.

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Domenico Marino
Marino ha, a mio giudizio, realizzato un'opera non solamente d'interesse letterario e narrativo, ma anche in grado di farci riflettere su argomenti del tutto diversi di quelli che agitano i suoi protagonisti, Paola, Luciana, Rocco (e il prete che a un certo momento appare). Il pretesto narrativo rappresentato dalla ricerca della tomba di Erodoto si presta all'impostazione che Marino ha dato al suo romanzo. Il padre della storia, come è stato definito Erodoto, ha scritto i suoi nove libri per cercare di comprendere a fondo i motivi, fin dalla più remota antichità, che hanno nutrito la differenza, e l'opposizione, tra Europa ed Asia. Quel secolare confronto che aveva portato alle due guerre persiane, alle battaglia di Maratona, di Salamina, di Platea, alle gloriose giornate delle Termopili. Il racconto della storia è utile a comprendere le causa che ha scatenato gli eventi ai quali assistiamo e dei quali, talvolta, siamo autori. Anche per non essere attori inconsci, ma attivi e convinti di quel che facciamo e delle conseguenze che ne deriveranno.

Mi auguro di essere riuscito ad interessare quanti non hanno letto ancora il testo di Marino (e per questo non dirò nemmeno in chiusura se la tomba di Erodoto è stata ritrovata oppure no) e, per quanti invece l'hanno già letto, di aver offerto qualche spunto di riflessione.

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