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Foglio Volante di Luglio 2016 PDF Stampa E-mail
Scritto da A.Iannacone   
sabato, 02 luglio 2016 15:20
ImageÈ pronto e sta per essere spedito agli abbonati il numero di luglio 2016 del “Foglio volante - La Flugfolio - Mensile letterario e di cultura varia”, che è al suo 31° anno di vita. Compaiono in questo numero, che ha piú pagine del solito, le firme di Rinaldo Ambrosia, Bastiano, Aurelia Bogo, Fabiano Braccini, Aldo Cervo, Carla D’Alessandro, Francesco De Napoli, Walter De Santis, Jason R. Forbus, Giuseppe Furiano, Amerigo Iannacone, Tommaso Lisi, Carmel Mallia, Martino Marangon, Luciano Masolini, Alessio Mollichelli, Adriana Mondo, Teresinka Pereira, Nadia-Cella Pop, Rosetta Sacchi, Antonio Staniscia, Gerardo Vacana, Adāo Wons. Riportiamo, qui di seguito, l’articolo di apertura, “Fonetismo ed esperanto”, una nota dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche” e una breve poesia di Tommaso Lisi.

Fonetismo ed esperanto

 

Spesso a noi italiani, parlando con gli stranieri, capita di dire – nell’intento di elogiare la nostra lingua – che l’italiano come si scrive cosí si legge. Sarebbe meglio se parlassimo dell’eufonia dell’italiano, se dicessimo che è una lingua eufonica, bella, tra le piú belle, se non la piú bella del mondo. Soprattutto per la fonetica, con un giusto equilibrio tra vocali e consonanti. E poi l’italiano ha un retroterra culturale che altre lingue non possono vantare. A partire dal latino, di cui la lingua italiana è figlia, lungo la storia di una dozzina di secoli da quel Sao ka kelle terre del X secolo, attraverso il volgare della Divina Commedia, e poi le opere letterarie di Petrarca, Ariosto, Tasso, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Manzoni e le altre centinaia e centinaia di autori che hanno lasciato opere memorabili nella storia della letteratura universale.

Dire che una lingua come si scrive cosí si legge (o viceversa) è come dire che una lingua è fonetica, vale a dire che a ogni fonema (suono semplice) corrisponde un grafema (segno grafico) e viceversa: “casa”, quattro fonemi, due suoni vocalici e due consonantici, quattro grafemi; “libro”, cinque fonemi, cinque grafemi. In questo senso l’italiano è molto piú vicino al fonetismo di quanto lo siano altre lingue. In francese, si scrive “eau” (tre grafemi), si legge “o” (un fonema); in tedesco, si scrive “deutsche” (otto grafemi), si legge “doic’” (quattro fonemi); in inglese si scrive “food” (quattro grafemi) e si legge “fud” (tre fonemi); viceversa, si scrive “I” (un grafema) e si legge “ai” (due fonemi). E si potrebbe continuare all’infinito.

Ma anche nella fonetica italiana ci sono molte irregolarità. Solo qualche esempio: c’è un grafema a cui non corrisponde alcun fonema (la H); ci sono grafemi a cui corrispondono fonemi diversi (C e G, che possono essere palatali, come in “cena”, “gente” e gutturali, come in “cane”, “gatto”); c’è un fonema che può essere rappresentato da quattro grafemi diversi: C(h), K, Q e un pezzo di X; c’è un grafema (X) a cui corrispondono due fonemi (KS); ci sono fonemi come “gl” di “aglio” e “gn” di “gnocco”, rappresentati da due grafemi (digramma) e cosí via.

La nostra grammatica non è particolarmente facile, ma è anzi piuttosto complessa. In particolare per i verbi. Proviamo a esaminarli: esistono i tempi presente, imperfetto, passato remoto, futuro semplice, passato prossimo, trapassato prossimo e futuro anteriore, per l’indicativo; poi c’è il modo congiuntivo con quattro tempi, il condizionale con due. Per ogni tempo ci sono sei desinenze, una per ogni persona (prima, seconda e terza, singolare e plurale), e poi l’imperativo, il gerundio, l’infinito, il participio. Se proviamo a calcolare il numero delle desinenze, ne possiamo contare non meno di una ottantina, che dobbiamo moltiplicare per tre, ovvero per le tre coniugazioni -are, -ere, -ire, e che diventano quindi qualcosa come duecentocinquanta. E quando abbiamo imparato tutte le desinenze, ci accorgiamo che ne abbiamo imparato solo una parte, perché gran parte dei nostri verbi è irregolare: “andare”, non fa “io ando, tu andi, egli anda”, ma “io vado, tu vai, egli va”, dove è addirittura la radice a cambiare; il verbo “avere” non fa “io avo, tu avi, egli ava”, ma “io ho, tu hai, egli ha”; il verbo “essere”, non fa “io esso, tu essi, egli essa”, ma “io sono, tu sei, egli è”; il presente del verbo “morire” non è “io moro”, ma “io muoio”; del verbo “finire” non è “io fino”, ma “io finisco”; dal verbo “dire”, abbiamo “dico”; da “fare”, “faccio”; da “dovere” abbiamo “io devo, noi dobbiamo”; il participio passato di “esigere” è “esatto” e non “esigiuto”; il participio passato di “espellere” è “espulso”; il participio passato di “dirimere” non esiste; eccetera eccetera. Verbi perfettamente regolari in italiano non sono che una minoranza.

Ma in tutte le lingue esistono eccezioni e controeccesioni, casi e sottocasi e nessuna lingua è rigorosamente fonetica. Tutte le lingue eccetto una: l’esperanto. L’esperanto è rigorosamente fonetico: a ogni fonema corrisponde sempre un grafema e viceversa. E non esistono eccezioni. La grammatica si compone di sedici sole regole, senza alcuna eccezione. Le desinenze verbali sono in tutto sei: -as (presente), -is (passato), -os (futuro), -us (condizionale), -u (imperativo), -i (infinito). Ecco un esempio: diri (dire), diras (presente indicativo, per tutte le persone: dico, dici, dice, diciamo, dite, dicono), diris (passato: dicevo, dissi, ho detto), diros (dirò, dirai, ecc.), dirus (direi, diresti, ecc.), diru (imperativo: di’, dite).

Provare per credere, mettendo da parte i pregiudizi.

Amerigo Iannacone

 

Appunti e spunti

Annotazioni linguistiche

di Amerigo Iannacone

 

James Bond e i bisonti

 

Lessémi presi a prestito da linguaggi settoriali e riutilizzati con valore metaforico, si usano in genere per rendere piú accattivante, meno piatto, il discorso, soprattutto nel linguaggio giornalistico. Una regola che vige nel giornalismo vuole che la parola usata nel titolo non vada ripetuta né nell’occhiello, né nel sottotitolo, né nel sommario, per cui spesso i giornalisti per non derogare a questa regola s’inventano strane locuzioni: qualche tempo fa in un giornale in cui in un titolo compariva la parola “neve”, nel sommario il giornalista, per non ripetere la parola, s’inventò la strana espressione metaforica “la bianca visitatrice”, che lascia piuttosto perplessi.

Ora, premesso che in linea di massima i prestiti semantici sono accettabili, va detto che, come in ogni cosa, non bisogna esagerare. Ed è invece quello che spesso accade. Per esempio invece della parola “incontro”, otto volte su dieci i nostri giornalisti scrivono “vertice”, che è il punto d’incontro degli spigoli e dei lati di un poliedro. Così pure ogni motociclista diventa “centauro”, il mostro mitologico metà uomo e metà cavallo e tutti gli autotreni e autoarticolati diventano “bisonti della strada”. E praticamente non esiste piú la locuzione “agente segreto”, ma solo “007” o “zero zero sette”. Ma, direi, ogni tanto lasciamolo riposare, James Bond, che ormai ha una certa età.

 

 

 

 

Il piccione e... Napoleone

 

Il piccione che, alla stess’ora, tutti

i pomeriggi si riposa

sul camino di quella casa

davanti al mio balcone,

mi fa pensare all’attore John Wayne

che nell’ultima scena

di un film si mette in posa

sul suo cavallo, come

un pacifico Napoleone.

 

Coreno Ausonio, 28/05/2016

 

                Tommaso Lisi

 

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