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Foglio Volante di Marzo (racconto su Fosse Ardeatine) PDF Stampa E-mail
Scritto da A.Iannacone   
lunedý, 29 febbraio 2016 06:37
ImageÈ appena uscito il numero di marzo 2016 del “Foglio volante - La Flugfolio - Mensile letterario e di cultura varia”, al suo 31° anno di vita.. Compaiono in questo numero le firme di Maria Bendetta Cerro, Maria Luisa Daniele Toffanin, Francesco De Napoli, Jason R. Forbus, Amerigo Iannacone, Tommaso Lisi, Martino Marangon, Luciano Masolini, Carlo Minnaja, Adriana Mondo, Teresinka Pereira, Gerardo Vacana, Bruno Vezzuto. Riportiamo, qui di seguito, l’articolo di apertura “La madre di Aladino e la posta” a firma Tommaso Lisi, una nota dalla rubrica “Appunti e spunti - Annotazioni linguistiche” e una poesia di Adriana Mondo.

La madre di Aladino e la posta

La madre del “tenente colonello dei granatieri Aladino Govoni” non seppe mai che il suo figlio primogenito era stato prima torturato in via Tasso a Roma e poi, sempre a Roma, trucidato alle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944). Cosí come non seppe mai che il marito Corrado Govoni aveva scritto e pubblicato il poema Aladino - Lamento su mio figlio morto (aprile 1946), dedicandolo anche agli altri trecentotrentaquattro «miserandi e gloriosi martiri insepolti» di quella carneficina.

Di quel poema, su una copia regalatami dall’Autore, avevo letto e riletto tutte le centocinque strofe (anzi CV, contrassegnate come sono da numeri romani), e mi ero soffermato in particolare sulla XXII, che all’inizio dice:

«Quando tornerà a casa il mio Aladino...»

tu mi ripeti spesso, sospirando,

mentre scruti la strada e trasalisci

nell’ascoltare un passo o un fischio d’uomo...

E piú ancora, mi ero soffermato sulla LXXXIX, che riporto qui per intero:

Tra tante pene è non minore pena

il vedere la mamma con che cura

conserva i tuoi vestiti come nuovi:

le stampelle piú belle son per essi

con il posto d’onore nell’armadio

e i sacchetti di pura naftalina

(litigando col dolce Fiorellino

se dice “la mia tamera”: no, cara,

questa camera è “popio” d’Aladino):

li spolvera li stira li ripone.

Quello che provo io sol lo so, con Dio,

ad ogni principiare di stagione;

quando, tornando a casa, alle finestre

io vedo dondolare i tuoi vestiti,

come pubblica nuova atrocità

impiccati da lei che ancor non sa.

* * *

La madre di Aladino (Teresa, o familiarmente Teresina), finita la guerra e in seguito al mancato ritorno del figlio, non fu piú la stessa. Aveva altri due figli, Ariele e Mario; ma un figlio è unico e insostituibile. Divenne pazza a causa dell’incertezza sulla sorte del figlio. Entrava in questo e in quell’ospedale psichiatrico, ne usciva; tornava a entrarci. Gli intervalli tra l’uno e l’altro ricovero, li passava a casa quasi esclusivamente a pettinarsi (qualunque visitatore la poteva vedere, impedendole il marito per averla sotto controllo di chiudersi nella sua stanza).

Afferma la Dickinson:

L’incertezza è piú ostile della morte.

La morte, anche se vasta,

è soltanto la morte e non può crescere.

All’incertezza invece non v’è limite,

 

perisce per risorgere,

e morire di nuovo,

è l’unione del nulla

con l’immortalità.

Chi può resistere all’“unione del nulla / con l’immortalità”? La madre di Aladino non vi riuscí, non ce la fece a resistere. Il padre, invece, resistette alla morte del figlio. Perché la morte è “meno ostile dell’incertezza”, e perché lui era un poeta. Aveva sviato la pazzia da se stesso per indirizzarla verso il poema Aladino. Quel poema cantandola aveva sconfitto la morte e ne aveva a suo modo decretato la risurrezione. Cosí il padre di Aladino, a differenza della madre, era scampato alla pazzia.

* * *

Quando, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, mi trasferii a Roma per insegnarvi e per viverci, la prima cosa bella e importante che feci fu quella di recarmi a trovare Corrado Govoni. Ci sarei andato altre volte, in seguito; ma fu quella prima volta che accade ciò che sto per raccontare.

Salii all’appartamento del quarto o quinto piano del palazzo dove insieme con sua moglie – quando c’era – il poeta abitava (Govoni non ebbe mai un’abitazione fissa, un’abitazione di sua proprietà, per viverci; la ebbe soltanto alla fine, e solo per morirci, a Lido dei Pini di Anzio): e fu quello il mio primo incontro “fisico” con il poeta che piú amavo. Dirò di quell’emozionante incontro solo una cosa: quando mi trovai davanti a Govoni, non sapendo né cosa dire né cosa fare e gli presi la mano e feci per baciarla, lui subito la tirò indietro piú imbarazzato di me. Poi ci ritirammo nel suo studio: come sempre con la porta aperta in vista dell’altra porta, altrettanto aperta della camera di sua moglie. Cosa ci dicemmo in quella mezz’oretta di colloquio, non lo ricordo; ricordo benissimo, però, quello che, sul punto di andarmene, disse la signora Teresa al marito: «Scendi ad accompagnare il signor Lisi, cosí vedi pure se c’è la posta».

A quindici anni, quanti allora ne erano piú o meno passati, dall’eccidio delle Fosse Ardeatine, la madre di Aladino aspettava ancora la posta: per sapere qualcosa di suo figlio o, magari, qualcosa “da” suo figlio.

Tommaso Lisi

 

 

Appunti e spunti

Annotazioni linguistiche

di Amerigo Iannacone

 

 

I gruppi intorno e i baci sulla fronte

 

Non ci sono solo gli errori di ortografia o di sintassi in agguato quando scriviamo, ci sono anche gli errori di logica o concettuali. Ho scritto in altra occasione della frase «la riunione è risultata abbastanza sterile», sentita in televisione, come se la sterilità ammettesse delle gradualità. Ma una riunione o è sterile o non lo è, non può essere “un po’” o “abbastanza” sterile.

Frasi analoghe mi è capitato di leggere di recente in un romanzo. Eccone una: «Non capivo quanto quella relazione potesse ritenersi unica». Ma anche l’unicità, ovviamente, non ammette gradualità e la relazione non può essere più o meno unica. Si dovrebbe dire: «non capivo che quella relazione poteva ritenersi unica.

Un’altra: «Non si poteva intervenire in una situazione cosí estrema»: bastava solo “estrema”, perché la situazione non può essere “abbastanza estrema”, “più o meno estrema”, “poco estrema” o “tanto estrema”.

Ancora un errore concettuale trovato nello stesso testo: «I due gruppi si disposero l’uno attorno all’altro». Ma se un gruppo è attorno, l’altro sarà nell’interno e non attorno.

Mi fa pensare a una frase letta alcuni anni fa, che però faceva parte di un testo che giocava umoristicamente sul paradosso: «In un momento di effusione, padre e figlio si baciarono contemporaneamente in fronte», cosa che magari sarà possibile per individui extraterrestri, non certo per gli umani.

 

 

Il fiume

 

L’acqua scorre lenta

il giorno dirada.

I frastuoni della città sono lontani.

Il sole grida calore, il cielo sfuma

colori chiari ed azzurri.

Galleggiano barche tinteggiate

di sole, attendono i barcaioli pronti a salpare.

Riflessi di vita del fiume, il suono

di un organetto trafigge l’aria

da una via sgorga una dolce canzone,

inondando quei momenti magici di solitudine,

oltre l’orizzonte di quel ponte si profila

la vita sognata, la bellezza cercata,

dove tutto si mostra nel sussulto dell’anima,

 

                Adriana Mondo

                Reano (TO)

 

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