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Ricordo di Mario Specchio,poeta e saggista PDF Stampa E-mail
Scritto da A.Cingottini   
giovedý, 15 ottobre 2015 18:57
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Mario Specchio
Il 17 settembre di 3 anni fa si spegneva il poeta, scrittore e saggista Mario Specchio, faceva parte dell' Accademia dei Rozzi,  nata a Siena come "Congrega" dei Rozzi nel 1531, si trasformò nel 1690 in Accademia, divenendo una delle più prestigiose realtà culturali della città del Palio. Mario Specchio è stato degnamente ricordato dall'Accademia di cui faceva parte nel primo anniversario della sua scomparsa con una bella e seguita manifestazione tenutasi nel restaurato Teatro dei Rozzi e ampio spazio è stato dedicato ai suoi scritti nella rivista che l'accademia pubblica da diversi anni. Una nostra carissima amica, Angela Cingottini ne ha tracciato la figura con una breve biografia che abbiamo il piacere di presentare ai nostri lettori. Nel testo alcune splendide poesie dello scomparso autore. (In coda pubblichiamo il link che conduce alla rivista dell'accademia)

Ritratto biografico

Mario Specchio era nato a Siena nel 1946, era figlio unico. Della sua infanzia  ci parla  lui stesso nel racconto Il nonno, un sensibilissimo spaccato di vita familiare di Mario bambino. Colpisce la maniera in cui scrive della sua famiglia, dei suoi genitori, dei suoi nonni. Colpisce il grande affetto, il rispetto, che traspare dalle sue parole. Al padre e alla madre sono dedicate anche molte poesie che ritroviamo durante l’arco di tutto il suo cammino poetico, valga per tutte la bellissima  Da un mondo all’altro, che dà il  nome alla raccolta 2000-2006.

Tu che da un mondo all’altro mi hai portato
in grembo,
da un mondo all’altro mi ricondurrai
quando
bruciati i giorni,
sabbia e neve e vento
colmato avranno
i tuoi sperduti occhi.
Così mi condurrai,
fine ed inizio,
spente le parole
per un momento ancora puro spazio
tra me e te
un sogno fatto carne
e cenere
ad altri turbamenti lungo il fiume
di nebbia.
Così mi condurrai
tenendomi la testa tra le mani.


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Teatro dei Rozzi
Come lui ancora ci racconta la parola scritta,  la lettura, la poesia, furono un mondo che gli si manifestò e lo conquistò pre-
stissimo. Fu  amore a prima vista sui banchi di prima elementare. Rimase sempre fedele a questo amore, che crebbe e si sviluppò fino a dare i primi frutti durante gli anni  al  liceo Piccolomini, anni che ricorda in maniera diffusa nel racconto
La fontana e la conchiglia
.
Stimolo e incoraggiamento sicuramente importante, la presenza fra i professori di Don Martino Ceccuzzi, il poeta  Idilio Dell’Era. All’ultimo anno di liceo, il ’64, risale la prima sua poesia di cui abbiamo datazione, Nell’aria ondeggia

Nell’aria ondeggia
come incenso in fumo, vago,
un sentore di promesse antiche.
Si accendono e si spengono
tremando, lungo le strade
gli ultimi lampioni
e i cieli non conoscono confini.
Tu vivi in alto, forse
al nostro incanto
non resta che la grazia di morire,
e poi saremo come siamo sempre,
viandanti che si tendono la mano

.
È una poesia bellissima. È la prima, ma potrebbe essere anche l’ultima e di fronte a tale realizzazione non  ci viene di  parlare di “poesia giovanile”. Denota un occhio abituato ad osservare e una mente che sa trasformare le immagini visive in immagini poetiche senza sovrabbondanze, ottenendo l’effetto con l’essenziale. C’è perizia poetica matura nel passaggio che ci guida dallo spegnersi dei  lampioni al cielo, anzi ai cieli, sconfinati. Questa poesia apre il primo volumetto  di lavori poetici di Mario, A piene mani, pubblicato nel 1979, che  raccoglie scritti dal ’64 al ’78. Il libro porta la preziosa introduzione di  Mario Luzi, cui Mario fu legato per tutta la vita da profonda amicizia. Testimonianza  di questo sono le due opere: Luzi, leggere e scrivere, del ’93 e Colloquio, un  dialogo con Mario Specchio, del 1999. Mario si era laureato in Lettere moderne a Firenze e aveva insegnato per alcuni  anni l’italiano a Colonia. Anche  il periodo fiorentino e quello tedesco li ritroviamo in molte poesie di Mario e, ancor più, in due suoi bellissimi racconti:
L’ungherese e Due amici, contenuti, come gli altri nominati, nel volume Morte di un medico.
Dopo l’esperienza a Colonia Mario collaborò per diversi anni con il germanista Ferruccio Masini, alla Facoltà di Lettere di Siena.  Anche quella con Ferruccio Masini, poeta e pittore, oltre che insigne studioso e filosofo, sarà un’amicizia fondamentale, da  lui ricor-data  e vissuta ben oltre la prematura scomparsa dell’amico. Sono, anche, quelli gli anni
in cui Mario comincia ad affermarsi come traduttore, con poesie e racconti di Hermann Hesse. Tutti pubblicati tra il ’78 e il ’79. La competenza  di Mario nella  lingua italiana e la sua passione nel diffonderla  lo portò ancora ad insegnarla, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, alla Scuola di Lingua e Cultura italiana per Stranieri di Siena, di cui fu più volte direttore dei corsi. Poi trasferì di nuovo questa sua professionalità all’estero come Visiting Professor al Darthmouth College di Hanover, nel New Hampshire,  dove tenne un corso sulla letteratura italiana del ‘900.
Di ritorno, divenne ricercatore  di Lingua e letteratura tedesca ad Urbino, dove rimase fino al 2002. Non lasciò mai Siena e furono anni da pendolare, cui però Mario si assoggettò in maniera certosina. Il perché, oltre alla sussistenza di rapporti familiari profondi, ce lo confida  Mario stesso quando, nel racconto La fontana e la conchiglia, scrive  a proposito di Siena “È una città bizzarra questa, abitata da creature scontrose, generose e avide, ottuse e geniali, una città che sembra nata da un sogno perenne, sempre sul punto di trasformarsi in un incubo. Ma chi è nato tra queste mura non può vivere altrove e se
è costretto ad allontanarsene sanguina come un albero scerpato e non ha pace finché non
vi ha fatto ritorno.”
Sono anni, quelli di Urbino, che attestano l’intensa attività scientifica di Mario, che continua comunque a far convivere il suo spirito di studioso con quello di poeta e creativo. Nel 1987 le edizioni di Barbablù di Siena pubblicano una sua
plaquette di racconti, Memoria di amici, con note critiche di  Carlo Fini e Ferruccio Masini. Nel 1989 la Rivista di Filologia Italiana dell’Università di Ankara pubblica il  poemetto Nostalgia di Ulisse, dieci poesie che saranno poi ripubblicate nella raccolta del 1999 che da questo prende il nome.
Il volume, intitolato, appunto, Nostalgia di Ulisse, oltre al poemetto, comprende poesie del periodo 1981-1999 e costituisce il
continuum spirituale di   A piene mani.
Mario amava particolarmente le dieci poesie del suo Ulisse. Il poemetto  nel 2009 venne tradotto in greco. Ulisse è l’uomo che non sa avere radici ed è condannato dalla sua stessa natura a distruggere i suoi sogni e le sue realtà nella continua ricerca di qualcosa che non troverà mai.

Non combattevi contro il fato, Ulisse.
Nessuno ostacolava il tuo ritorno
ma il veleno sottile del tuo sangue
condannato alle smanie furibonde
che solo il mare conosce
quel destino
avevi maturato sotto il sole
cocente sulle spiagge della Troade.


Ulisse è l’uomo che non sa assaporare le gioie perché spinto dalla  continua smania di ricerca verso l’ignoto ed è anche Faust, personaggio che Mario aveva già affrontato in una traduzione dell’Urfaust di Goethe che venne rappresentata alla Biennale di Venezia del 1985. Nel 2004, due anni dopo il suo rientro a Siena come docente di Letteratura tedesca presso la Facoltà di Lettere dell’Università,  viene pubblicato da Sellerio il volume Morte di un medico
Parlando della vita di Mario sono inevitabili i riferimenti ai racconti in esso contenuti, perché costituiscono una  sorta di sua autobiografia. Sono momenti, persone, animali, luoghi passati dal ricordo alla penna, fi ltrati dalla memoria  amorosa del narratore.
La presentazione del volume fu fatta in  Accademia dei Rozzi. Insieme ad Antonio Tabucchi, Antonio Melis, Antonio Prete,
Maurizio Bettini, c’erano tanti altri amici e colleghi  che vollero dimostrargli in quell’occasione – e nella sua città –  la loro stima e il loro affetto.
Con Morte di un medico Mario, nel 2005,  fu vincitore assoluto al Concorso internazionale di narrativa  Pascal D’Angelo a Introdacqua e nel 2006 si affermò al secondo posto per il Premio letterario nazionale di narrativa Joyce Lussu – Città di Offida. Altri riconoscimenti vennero a Mario negli anni ‘2000 per la sua attività poetico-letteraria: nel 2008 il Premio speciale dell’Associazione Peter Russel “Una poesia per la Fraternità,” e, ancora nel 2008, il Fiore d’argento per l’eccellenza artistica.
Del 2007 è la sua terza raccolta di poesie, Da un mondo all’altro, poesie 2000-2006. Per questo lavoro Mario ricevette il Premio  Caput Gauri, a Codigoro, nel 2009. È un volume ricco e intenso, dove, accanto alle tematiche che da sempre hanno costituito il mondo poetico di Specchio, ne troviamo altre,  d’occasione, tutte di altissimo livello.
Nel 2011 viene pubblicato Paesaggio senza figure, quattro saggi  su Rainer Maria Rilke, un autore a Mario assai caro, di cui aveva già tradotto e pubblicato, nel 2007, Das Marien-Leben, Vita di Maria.  Mario si rivela un saggista raffinato, al punto da apparire un tutt’uno con il traduttore,  il  narratore e il poeta.  Infatti Mario sembra estrarre da sé l’esperienza poetica di Rilke e  raccontarcela con un linguaggio che è poesia. Ed è proprio sulla  tematica mariana che  Mario scrisse una serie di quindici poesie,  un poemetto dal titolo  Passione di Maria, che è stato pubblicato postumo  e presentato nella primavera del 2013 ad opera della Comunità di S. Leolino, con il sostegno di amici, associazioni e gruppi di persone che hanno voluto in questo modo rendere  omaggio all’Amico.

Angela Cingottini

Due composizioni di Mario Specchio

Dalla raccolta
"A piene mani"

Quante stagioni quante primavere
ho visto ridere e sfiorire nei tuoi occhi.
Tu che parlavi a sera nella piazza
con donne maturate come il vino
a settembre dal sole e dalla pioggia
[...]
Furono i lunghi inverni al focolare
tra storie di regine e di straccioni,
l’attesa del pesco luminoso,
tu che correvi, i passi nella loggia.
Noi fummo ciò che si doveva, fummo
presenti al lutto ed alla festa
risponderemo in coro a farci forza
quando il grigio dei giorni e dei rintocchi
calerà sugli scialbi lastricati.
Fummo, senza sapere cosa fummo,
improvvisati ballerini al suono
di un organetto stanco di suonare.



Dalla raccolta
"Da un mondo all’altro"

Non la morte, dicevi, mi sgomenta
ma l’oblio
questo gorgo del nulla che ci attende
per richiudersi muto su di noi
come fa il mare con i suoi detriti.
Morire e non aver compreso ancora
dove fosse l’inganno,
da quale scoglio giungesse quella voce
di sirena
a sussurrare
che eravamo immortali
perché il tempo
ci inondava ed era luce e canto
quando tenevamo
stretto in pugno il passato ed il futuro
noi nei fi ori, nell’alga, nella pietra
noi principio e fi ne di ogni vita.
Non la morte, dicevi, mi sgomenta
ma l’oblio
il gesto inesorabile
del bambino che troverà per caso
nell’angolo polveroso di un cassetto
una foto ingiallita
e guarderà per un poco il viso estraneo
al suo presente
prima di farla in pezzi

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