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Un libro sulla storia feudale di Morano PDF Stampa E-mail
Scritto da A.M.Cavallaro   
mercoledý, 30 settembre 2015 19:41
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L'autore con la moglie Antonella
Il 5 settembre scorso, ha avuto luogo nella sala congressi del  Chiostro di San Bernardino da Siena, la presentazione del libro del prof. Lorenzo Carmine Curti: “Lineamenti e documenti di storia feudale a Morano Calabro (secoli XII – XVI)”.  Un volume frutto di ricerca approfondita che darà la possibilità a futuri ricercatori di storia locale, di avere un'ottima base di partenza e di riferimento. Alla serata ha partecipato anche il prof. Luca Covino, autore di diverse opere riguardanti il periodo medievale della Calabria, compagno d'armi dell'autore, che ha vuto poche ma significative parole d'elogio per il suo ex-commilitone. La relazioen sul testo è stata magistralmente tenuta dal prof. Biagio Giuseppe Faillace che potrete leggere nella seconda parte di questa nota. BUONA LETTURA

"Buonasera a tutti, un saluto cordiale a tutti i presenti e un vivo, sincero, meritato ringraziamento al Prof. Lorenzo Carmine Curti, detto affettuosamente Lorenzo, poeta sensibile e per un certo verso mistico, autore del testo sul quale mi accingo a fare alcune riflessioni e con il quale l’autore dà un contributo significativo, il secondo, dopo Muranum nella Longobardia Meridionale pubblicato nel 2012, per la conoscenza della storia del nostro paese.
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il prof. Faillace
La monografia di Lorenzo Curti “Lineamenti e Documenti di Storia Feudale a Morano", edito nell’aprile del 2014 per i tipi della Grafica Pollino di Castrovillari, pagg. 245, ediz. fuori commercio, con dedica “In memoria di zio Raffaele”, viene in un certo senso a colmare un vuoto tra la Muranum in epoca romana, (rubrica da me pubblicata su Calabria Letteraria e sul trimestrale locale Viva) e la Morano del sec. XVI. Il Curti, ormai moranese a tutti gli effetti, opera per il bene del nostro paese in senso lato, “si rende utile”, perché “nisi utile est quod facimus, stulta est gloria”; del resto sarebbe inconcepibile vivere in un paese, di cui si ignora la storia, come scrive Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, III, 138: <<Turpe est in patria vivere et patriam ignorare>>. Non saper cosa è avvenuto prima di noi è, dice Cicerone, come rimanere sempre bambini, e così accade che gli uomini fanno la storia, ma non sanno, non conoscono la storia che essi fanno.
Da qui per Lorenzo il bisogno sentimentale e intellettuale di proiettarsi nel passato, per dar luce, illuminare un periodo della storia di Morano, perché, come diceva Friedrich von Sciller (1759 – 1805), “lo storico è un profeta che guarda all’indietro”.
Conoscere il passato per capire il presente, perché, come scrive F. Nictzsche nella sua Critica Storica, “studiare il passato significa liberare nuove energie” nel presente verso l’avvenire. E’ quanto ha fatto Lorenzo Curti, che proprio nell'Introduzione esplica significativamente la curiosità dello storico  per approdare alle radici storiche del nostro borgo, poiché, riportando il nostro una frase di Marc Bloch (1886 – 1944), (lo storico francese fondatore delle Annales, che adottò un metodo di ricerca interdisciplinare – la Società feudale 1939-1940 – militante della Resistenza – fucilato dai Tedeschi), << un libro di storia deve far venire fame. Intendete: fame di apprendere e soprattutto di cercare >>.
E l’autore va alla ricerca di documenti d’archivio, che possano appagare questa “fame”. Non è la sua una pura “lettura” dei testi, dei documenti; Lorenzo li consulta con minuziosità: << leggere e compulsare >>, dice l’autore, dove il verbo “compulsare” ha un’accezione pregnante, forte, di “consultare con minuziosità” a scopo di ricerca, si spinge con passione e con forza dentro i documenti, come ci suggerisce la voce “compulsare”, dal lat. tardo “compulsare”, forma intensiva del lat. classico “compellere”, spingere.
E fare ricerca significa fare "historia”, cioè ricerca, indagine, cognizione, secondo il significato originario del greco “historìa”, sceverando i fatti dalle supposizioni, dalle ipotesi, potremmo dire sceverando i fatti dai miti, come si può dedurre dal “famoso esordio delle Genealogie di Ecatèo di Mileto (inizio V sc. a. C.), il più noto dei logografi (= lett. scrittori in prosa), l’unico menzionato da Erodoto, pater historiae, al dir di Cicerone; ecco cosa scrive Erodoto: << Ecateo di Mileto così racconta. Queste cose io scrivo come a me sembra siano vere, giacché, come a me pare, i racconti dei Greci sono molteplici e ridicoli >>. E’ quanto fa Lorenzo, selezionando i documenti, registrando quelli degni di memoria con un discorso espositivo attraente, curando lo stile, senza, tuttavia, diventare un exornator rerum, come veniva considerato Tito Livio, evitando la monotonia con opportuni procedimenti, senza inserire superficiali digressioni, per una ricostruzione sicura, chiara, veritiera e imparziale dei fatti, senza voler demolire, come dice lo stesso autore nell'Introduzione, “edifici storico-culturali consolidati”, ma solo con l’intento di riconsiderarli alla luce di nuovi documenti di archivio, pur consapevole di “non avere il rigore dello storico letterario”, essendosi la sua formazione consolidata in un campo del tutto diverso da quello storico.
Eppure il lavoro di Lorenzo Curti non ha nulla di “romanzato”, l’autore si è attenuto all’analisi della materia oggetto di studio, ha evitato volutamente una trattazione approfondita dei rapporti tra baroni e sudditi sotto il profilo socio- economico, aspetto questo che l’autore pensa di poter affrontare in un secondo momento in un compendio logico e organico. Il lavoro del Curti si presenta, perciò, come utile contributo soprattutto per noi cittadini di Morano, nell’accezione più nobile del termine << cittadino >>, come membro di una comunità particolare, locale, capace però di guardare a quella comunità ideale cosmopolita che è il mondo intero, di cui ognuno di noi deve considerarsi membro, per far vivere nella nostra memoria, come sottolinea l’autore, citando Proust (Alla ricerca del tempo perduto),  “una pagina importante del passato di questo paese”. Con tale speranza l’autore ci introduce in questo suo laboratorio di microstoria, opera che si presenta articolata in tre capitoli e corredata da ampia appendice di documenti, anche inediti.
Il I capitolo, suddiviso in 6 paragrafi, ci presenta i lineamenti di “Storia feudale moranese da Guglielmo de Murano a Nicolò Bernardino Sanseverino”. Il Curti, dopo alcune considerazioni sull’isituzione feudale, si sofferma sul primo barone di Morano, Guglielmo de Murano che nel 1152 risulta essere barone della Val di Crati. Ma ancor prima il nome Morano lo troviamo in epoca normanna con Alberto di Morano (catapano (governatore bizantino di province, specialmente quello residente a Bari, dal lat. mediev. catapanus, che è dal gr. biz. Katepánō, soprintendente, sostant. coniato sulla loc. avv. Kat’epánō, cioè in direzione dell’alto), della Valle del Sinni,  che sottoscrive in greco un documento, anche questo in greco, il 7 luglio 1144, e che proveniva dal Monastero di Sant’Elia di Carbone, a favore del suo egùmeno Ilarione, (nell’organizzazione monastica  della Chiesa ortodossa era il detentore della carica che nella Chiesa cattolica corrisponde a quella di abate, dal gr. hegùmenos, colui che guida) e sottoscritto anche dal  Vescovo eletto di Cassano, Urso.
Questo significa che a Morano in quel periodo erano presenti tracce della cultura bizantina, (si veda ancora oggi il toponimo Via e Salita Lauri, che richiama le laure dei monaci bizantini, che si riscontra anche nel titolo del primo nucleo originario della cattedrale di Cassano, S. Maria del Lauro; (laura = organizzazione monastica bizantina formata da un certo numero di celle separate di anacoreti che avevano in comune solo la chiesa).
Dopo la lapide di Polla della seconda metà del II sec. a. C., il toponimo Morano ritorna solo in epoca normanna, con, appunto, Alberto de Morano.
Avvalendosi anche di recenti studi del giovane ricercatore castrovillarese, dott. Giuseppe Russo, sulla storia di Morano (secc. XII – XVI), opera da me presentata due anni fa proprio nel chiostro di questo Monastero di San Bernardino, il Curti sottolinea alcune incongruenze del Salmena e di altri autori locali.
Con citazioni di Salmena, P. Fiore da Cropani, di Luca Lucente, Scorza, Severini, Silvia Tozzi, giovane ricercatrice fiorentina, (il cui volume La Collegiata dei Santi Apostoli Pietro e Paolo a Morano Calabro, è stato da me presentata nel 1996 nella chiesa di San Pietro), l’autore si sofferma sulla Famiglia Fasanella, primo esponente Tancredi, Signore di Morano, Cirella e Grisolia nel sec. XIII, cui seguirà il figlio Apollonio Morano, signore della Terra e del castello di Morano dal 1239 al 1250, al quale succederà suo figlio Tancredi II, che dopo la morte di Federico II di Svevia nel 1250, sarà deposto da Manfredi, figlio naturale dell’imperatore Federico II; ma dopo il 1266, quando Manfredi sarà sconfitto dagli Angioini, (Carlo I d’Angiò, re di Sicilia), nella battaglia di Benevento, (ne parlerà Dante nel III canto del Purgatorio tra le anime scomunicate: “ Biondo era e bello  e di gentile aspetto, / Ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso”), Tancredi II, che aveva sposato nel 1260 una tale Benvenuta (s.v. Morano), ritorna grazie agli Angioini, Signore di Morano, succedendo ad Enrico de Rivello, zio paterno di Leonetto de Rivello, cui era stato assegnato da Innocenzo IV il castello di Morano con bolla del 1254.
I Fasanella li troviamo ancora con Nicola I, uno dei tre figli di Tancredi II, che nel 1312 sposa Marta Papasidero, e da cui discende il ramo dei Fasanella di Castrovillari; da Apollonio II, altro figlio di Tancredi II, discende il ramo dei Morano di Catanzaro. Tra i figli di Giovanni, nipote di Nicola I, abbiamo Luigia (o Luisa) Fasanella, Signora di Morano, che sposa Roberto D’Alagni nel 1399 e che viene citata in un privilegio pergamenaceo , (diploma attestante la concessione di un privilegio, pontificio, imperiale, regio; Privilegio Paolino nel diritto canonico; privilegium da privus, che sta da sé, singolo, e Lex, legis, legge, propriamente disposizione che riguarda una singola persona),  e che aveva una cappella importante nella chiesa di San Pietro, dove alla fine del XVI secolo per la somma di 25 carlini, fu autorizzata la spesa per un piccolo fonte per l’acqua benedetta. Con il suddetto privilegio di Ladislao d’Angiò-Durazzo del 10 luglio 1399 (v. p. 186) venivano concessi al duca di Amalfi Venceslao Sanseverino “tutti i beni feudali appartenenti a Catarinella de Stefanucci, del quondam Matteo, Signore della baronia di Malvito, e a Luisa (Loysia) de Fasanella << nobilis mulier >>, signora della baronia di Morano, e in caso di morte di Catarinella e Luisa (= per obitum dictarum Catherinelle et Loysie), i beni sarebbero passati alla Regia Corte.
Nel 1570 un tale Filippo Fasanella lo troviamo Sindaco di Morano. Il Curti si sofferma anche su quanto scritto dal P. Fiore di un certo “d. Angelo d’Aquino Signore di Morano nel 1405, che però non è citato da nessuna fonte.
Dopo i Fasanella, troviamo Signore feudatario di Morano Antonello Fuscaldo, citato nella carta 45, nel recto, della platea redatta da Sebastiano La Valle nel 1546, ***là dove si parla dei capìtula sive statuta (capitoli statutari) tra il feudatario utilis domini e gli uomini della terra di Morano; (v. tav. II, p. 215, sbiadito, e dove manca la data, che potrebbe porsi tra il 1405 (+ di Venceslao Sanseverino) e il 1439, anno in cui si ha la concessione del re Alfonso I d’Aragona della terra di Morano ad Antonio Sanseverino, conte di Tricarico, (18 settembre 1439), di “Morano” e di “Albidona”. Con tale data i Sanseverino prendono possesso di Morano. Si legga a riguardo quanto riportato dal Curti nella nota 34 a p. 25 della sua monografia.
Per volontà di Antonio Sanseverino sarà fondata la chiesa di San Bernardino il 31 maggio 1452 con l’autorità del Pontefice Niccolò V, dopo 2 anni dalla canonizzazione di San Bernardino della famiglia degli Albizzeschi di Siena (1450) avvenuta a 6 anni appena dalla morte (Massa Marittima 1380 – L’Aquila 1444).
La chiesa sarà consacrata da Rutilio Zenone, Vescovo di San Marco Argentano nel 1485, il 25 aprile, III anno dell’Indizione del calendario ecclesiastico, sotto il regno di Ferdinando I d’Aragona, domenica di Pasqua, sotto il titolo, come il Monastero, di San Bernardino da Siena, che nel 1496, cioè circa 10 anni più tardi, con l’episodio di Consalvo d’Aragona, sarà eletto a patrono di Morano (restauri chiesa: 1717; 1952; 1987).
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due illustri ospiti. I prof. Covino e Alario
Poi l’autore passa in rassegna i vari successori di Antonio Sanseverino: il figlio Luca, primo Principe di Bisignano e barone di Morano, cui seguirà il figlio Girolamo (o Gerolamo) Sanseverino, molto legato a San Francesco di Paola, che per aver partecipato alla Congiura dei Baroni (1485-1487) contro il re di Napoli Ferdinando I, sarà giustiziato alla fine del 1487), (si veda a riguardo il volume La Congiura de’ Baroni del Regno di Napoli contro il re Ferdinando Primo di Camillo Porzio, a cura di Ernesto Pontieri, (già mio docente di Storia Medievale e Moderna nell’Università di Napoli), I edizione 1958, NA, Edizioni Scientifiche Italiane, finita di stampare nella Tipografia Editrice Mario Pierro in Napoli il 1° Giugno 1958). A Girolamo successe il figlio Bernardino e nel 1516, dopo la morte di questi, successe Pietro Antonio Sanseverino, il Principe che, suis sumptis, fece ricostruire il castello di Morano tra il 1514 e il 1545, sul precedente castello normanno, sorto su un precedente fortino romano, e dove il Principe preferiva abitare a preferenza del Palazzo nella parte bassa del borgo, (E' Pietro Antonio Sanseverino il rappresentante più ragguardevole della Casa Sanseverino-Bisignano, capitano di Carlo V, combattendo in Calabria contro i Francesi di Lautrec e in Africa contro Kheyr-ed-din detto Barbarossa; Carlo V nell'inverno del 1535-36 onorò più volte della sua visita il palazzo dei Sanseverino di Bisignano a Napoli, ora Palazzo Filomarino, abitato da Benedetto Croce e sede dell'Istituto Italiano degli studi storici, conferendo a Don Pietro Antonio Sanseverino, primo tra i napoletani, le insegne del Toson d'Oro, ordine cavalleresco assegnato solo ai sovrani e ai personaggi della più illustre nobiltà; quando Carlo V abdicò nel 1555, cedendo già nel 1553 la corona di Napoli, Sicilia e Sardegna  al figlio Filippo, il futuro Filippo II, re di Spagna, detto il Prudente, (Valladolid 1527 - monastero dell'Escorial, Madrid 1598), il nuovo sovrano di Napoli, mentre si recava in Inghilterra, a Winchester, per sposare Maria Tudor, detta la Cattolica, inviò a Napoli il marchese di Pescara Ferdinando d'Avalos come suo procuratore per prendere possesso del regno; vi fu una grande cerimonia in San Lorenzo, durante la quale il Principe di Bisignano Pietro Antonio Sanseverino fu nominato Sindaco della città; (si veda La Storia di Napoli dalle origini ai nostri giorni, di Vittorio Gleijeses, Società Editrice Napoletana, III edizione, Napoli 1978) . Qui nel castello di Morano furono scritti alcuni documenti dal Principe Pietro Antonio, come  la lettera con cui P. Antonio Sanseverino invitava Sebastiano della Valle a << implateare >> la casa di un tale Lucio de Stasio, suo cameriere (forse nel castello di Terranova) per un carlino annuo “de censu”, da Morano lì 27 maggio 1544, nonché la lettera  da Morano lì 27 maggio1544 sempre indirizzata a Sebastiano della Valle, (Si veda I Sanseverino e il feudo di Terranova di Antonio Savaglio, ed. Orizzonti Meridionali, CS, 1997 / 2001).
E sarà sempre Pietro Antonio Sanseverino e la moglie Giulia Orsini a volere gli abbellimenti del Monastero di San Bernardino nel 1538. Grande sarà la munificenza dimostrata per Morano da Pietro Antonio Sanseverino anche in seguito e dalla sua terza moglie Irene (o Herina) Castriota Scanderbeg che favorì la presenza dei frati agostiniani nel Convento di Colloreto (1° novembre 1552), (si veda Antonella Schifino, Il Convento di Colloreto e la Congregazione Coloritana, CV 2011).
Dopo la morte di Pietro Antonio Sanseverino avvenuta nel 1559, troviamo il figlio Nicolò Bernardino, nato a Morano il 1° maggio 1541, nascita che ha del miracoloso (si veda la nota 50 p. 31).
Ma con Nicolò Bernardino Sanseverino la casa dei Sanseverino si avvia al tramonto a causa della vita sregolata del principe, dei debiti accumulati anche dal padre (1.640.000 ducati). Il patrimonio dei Sanseverino passa sotto il controllo del Governo centrale spagnolo. Nicolò Bernardino Sanseverino viene relegato a Gaeta, poi a Napoli nella sua villa di Chiaia, dove morirà il 21 novembre 1606.
Morano viene adesso alienata con assenso regio del 20 giugno 1614 agli Spinelli di Scalea, il Principe Ettore Spinelli, e gli Spinelli resteranno baroni di Morano fino all’eversione della feudalità avvenuta con l’arrivo dei Francesi; (già al tempo della Repubblica Partenopea nel 1799 l’ordinamento disposto dal Generale Championnet riconosceva Morano Comune del Cantone di Castrovillari e con Legge del 19 gennaio 1807 Morano divenne sede di “Governo” comprendente il solo “Luogo” o “Università” di Morano; disposizione questa che fu mantenuta anche in seguito al riordinamento francese del 1811, che istituì i Comuni e i Circondari, e a quello borbonico del 1816, che istituì le tre province in Calabria di Cosenza, Catanzaro e Reggio; all’indomani dell’Unità, con decreto di Vittorio Emmanule II del giugno 1863, veniva aggiunto a Morano l’appellativo di Calabro per distinguerlo da Morano sul Po).
Nel secondo capitolo, che consta di 8 paragrafi, l’autore tratta della Platea et inventarium Terrae Morani di Sebastiano della Valle, le cui carte e documenti di Morano, pur formando un corpo unico, scrive il Curti, possono essere suddivisi in almeno 5 gruppi, partendo dallo stesso frontespizio che illustra  il contenuto dei documenti.
Nel 2° paragrafo di questo 2° capitolo, l’autore sottolinea il fatto che la Platea << scritta, come dice lo Scorza (a p. 26 di Notizie Storiche sulla Città di Morano) in barbaro e spesso inintelligibile latino”, finora è stata riportata in stralci ed estrapolata in parte da autori locali e che lui vuol dare ora, come in effetti dà, uno “studio compiuto e organico”.
Così nel terzo paragrafo ci presenta la costituzione della Commissione che doveva procedere alla Reintegrazione dei Sanseverino di Bisignano anche per la Terra di Morano, nelle terre del proprio feudo e ciò avviene il 26 gennaio 1546, 31° anno del regno di Carlo V, nel Palazzo del Principe ubicato nella parte bassa dell’abitato di Morano. Vengono citati anche i nomi dei membri  di detta Commissione presieduta da Sebastiano della Valle di Cosenza, regius commissarius, nonché utriusque doctor (civile ed ecclesiastico).
Interessante in questo terzo paragrafo la lettera scritta il 27 settembre 1541 dal re da La Spezia al Vicerè don Pietro De Toledo e le sue implicanze fino all’editto del Della Valle fatto affiggere a Morano, nonché l’emanazione del relativo bando.
Nel 4° paragrafo, sempre del 2° capitolo, si parla dei diritti feudali del Principe, come: 1)- il mero e misto imperio; 2)- il banco di giustizia; 3)- le quattro lettere arbitrarie; 4)- il diritto di caccia; 5)- il diritto sulle acque; 6)- il diritto di pesca; 7)- lo Jus dohane; 8)- lo Jus fidae; 9)- lo Jus scannagii o macellatico; 10)- le difese o chiusure.
Nel 5° paragrafo si parla dei Beni censuali e redditizi. In questo paragrafo si parla ancora dei privilegi e delle immunità concesse dal Principe al nobile Iacobo Antonio Papasidero e a Pietruccio Fasanella. Nel 6° paragrafo si parla dei beni immobili del Principe: 1)- il Castello; 2)- lo Palazzo e gli altri edifici, come la “Casa del Conte”, la Casa della Pagliai, la Casa del Forno con due forni ad coquendum panem dicte curie. Nel 7° paragrafo il Curti tratta dei “Rapporti con l’Universitas” e delle funzioni e prerogative aventi compiti amministrativi e giurisdizionali nell’ambito del feudo:
1)- Il Camerario o Mastro Giurato; 2)- Il Conservatore; 3)- Il Capitano; 4)- Il Baiuolo.
Nell’8° paragrafo sempre del 2° capitolo, viene trattata la “Disputa sull’acquedotto tra Salmena e Scorza alla luce della Platea (c. 60 r. cc. 60 v.).
Nel capitolo III, dopo alcune considerazioni dell’autore, come la fioritura di statuti scritti e di capitoli durante il periodo aragonese, nel 2° paragrafo vengono trattati i capitoli concessi dal Conte  Antonio Sanseverino con la tabella dei fuochi a Morano nel XVI e XVII secolo, capitoli che saranno confermati dal figlio Luca il 5 dicembre 1459.
Nel 3° paragrafo si tratta dei capitoli di Geronimo Sanseverino del 5 giugno 1478. Seguono nel 4° paragrafo i Capitoli di Bernardino Sanseverino del 5 maggio 1497. Chiude la trattazione una corposa Appendice documentaria: 1)- Documento 1° (Platea et inventarium terrae Morani); 2)- Documento 2° (Privilegio di Ladislao d’Angiò-Durazzo); 3)- Doc. 3° (Capitoli concessi da Antonio Sanseverino e da Girolamo Sanseverino; 4)- Doc. 4° (Capitoli concessi da Bernardino Sanseverino; 5)- Doc. 5° (Capitoli concessi da Pietro Antonio Sanseverino). Segue la Bibliografia, le fonti manoscritte, 5 Tavole, l’indice dei nomi nel testo e quelli presenti nella Platea, l’indice dei luoghi ed infine una Tabula gratulatoria.
Un'opera quella di Lorenzo Curti scritta con intelligenza e passione, che porta un bagliore di luce nel buio della storia feudale del nostro borgo e che si presenta anche come valido strumento d'apprendimento per capire la vita storico-sociale, economica, religiosa, antropologica, dei nostri antenati, utile per noi moranesi e non solo, ma soprattutto alle nuove generazioni, affinché non smarriscano il senso di continuità della storia, anche attraverso la microstoria, parte significativa della macrostoria, utile per una "conoscenza storica" non fine a se stessa, ma  per la formazione di "una coscienza storica" indispensabile per una comprensione critica dei processi dinamici attraverso i quali, scrive, si svolge la vita dei popoli e si determina l'evoluzione delle diverse forme di vita associata, che tenga conto "dei popoli oltre che dei condottieri, dei governati oltre che dei governanti, del quotidiano accanto all'eccezionale, della cultura materiale accanto alle avventure dello spirito", evitando comunque di scivolare nell'ideologia. E' quanto emerge da questa monografia.
Un lavoro, dunque, altamente meritorio e lodevole quello di Lorenzo Curti, come già quello precedente, al quale va il mio personale plauso e riconoscimento. Grazie."  


Biagio Giuseppe Faillace
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