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Carbone, Storie di migranti in Belgio PDF Stampa E-mail
Scritto da A.Cingottini   
martedý, 29 settembre 2015 07:29
ImageGenova 10 Feb: 1889 - "Carissimo Piroli, Ditemi qualche cosa Voi che vi trovate fra i trambusti d'una sommossa! Tristi cose che disgraziatamente avranno un seguito! Si reprimerà, si faranno degli arresti, si esiglierà, ma non servirà a nulla. Nelle folle certamente vi sono sempre i sobillatori, i cattivi soggetti, i ladri, ma vi è quasi sempre la fame. Io non amo la politica, ma ne ammetto la necessità, le teorie, le forme di Governo, Patriottismo, Dignità etc. etc., ma prima di tutto bisogna vivere. 

Dalla mia finestra vedo tutti i giorni un Bastimento, e qualche volta due carichi almeno di mille emigranti ciascuno! Miseria e fame! Vedo nelle campagne proprietari di qualche anno fa ridotti ora a Contadini, Giornalieri, ed emigranti (miseria e fame). I ricchi, di cui la fortuna diminuisce d'anno in anno, non possono più spendere come prima, e quindi miseria e fame!

E come si potrà andare avanti? Non saranno mica le nostre industrie che ci salveranno dalla ruina! Voi direte che sono un pessimista! ... No, no ... Io credo d'esser nel vero, dicendo che sono profondamente convinto, che su questa strada troveremo in fondo la ruina completa. Forse, voi, uomo politico, direte che "non c'è altra strada". Ebbene, se è così, prepariamoci a tutti i disordini che si produrranno ora in una città ora in un'altra, poi nei paesi, poi nelle campagne, ed allora Le déluge! (…)”

Chi scrive questa lettera è Giuseppe Verdi. Il destinatario è il Senatore Giuseppe Piroli  che del musicista è amico , compaesano e  coetaneo. Anche Verdi è senatore, dal 1874, ma considera la nomina  più un’onorificenza che altro . Dalla sua dimora di Genova scrive riferendosi ai fatti del momento: verso la metà di gennaio, in Emilia, c’erano stati disordini contro il caro-vita, l’8 febbraio a Roma c’è stata una manifestazione di operai edili  sfociata con saccheggi di negozi e distruzione - cui  la lettera direttamente si riferisce. Come conseguenza due giorni dopo, il 10, a Milano arriva il divieto alla commemorazione dei martiri per la libertà del 6 febbraio del ’53 in quanto “….il Governo in presenza di turbamenti dell'ordine pubblico, ritenne che convenisse impedire le pubbliche riunioni fino a che l'ordine pubblico stesso fosse assicurato. Vi ha,(…) un contagio morale per il quale si riproducono gli stessi fenomeni. I comizi indetti in più luoghi avevano identico scopo: gli stessi ne erano i promotori, interessati a provocare disordini.” (G.U. 14 febbraio 1889)  Nella sua incapacità di dare risposte concrete alle richieste popolari il governo Crispi arriva , paradossalmente, a considerare pericolose turbative dell’ordine pubblico le commemorazioni  ai martiri dell’insurrezione antiaustriaca del ’53.

La stessa G.U.  riporta di inasprimenti di misure fiscali , del resto previsti da una commissione per l’esame dei disegni di legge sulla facoltà da  parte del governo di eccedere le sovrimposta - formatasi il 13 dello stesso mese-  di cui il senatore Piroli fa parte. Ad esempio, si legge ancora sulla stessa GU “…È data facoltà al comune di Arcidosso di mantenere nel 1889 l'aumento del cinquanta per cento sul limite normale fissato, per ogni specie e capo di bestiame, dal regolamento della provincia di Grosseto.”

    D’altra parte il governo di Francesco Crispi, (1887-1891), ammiratore fanatico del Bismark e dell’autoritarismo prussiano,  aveva portato ai massimi livelli la  politica filo –tedesca già iniziata ufficialmente con la stipulazione del trattato della Triplice Alleanza (1882), provocando un inasprimento radicale dei rapporti con la Francia.  A peggiorare la situazione dal punto di vista economico-sociale era intervenuta la decisione  di innalzare le tariffe doganali (1887) , soprattutto per proteggere e favorire le industrie che nel frattempo erano sorte al nord . Il protezionismo era stato  applicato anche ai prodotti agricoli, cosa   che da un lato aveva provocato la maggiore difficoltà di esportare all’estero i prodotti italiani e dall’altro impedito  la possibilità di importare grano a prezzi inferiori , costringendo i consumatori  a sottostare ai prezzi del mercato italiano. Ovvio che il maggior peso era sostenuto dalle fasce più popolari.

     Le industrie che erano sorte al nord  -quelle cui Verdi si riferisce- trasformando completamente una parte d’Italia tradizionalmente  agricola, erano soprattutto meccanico-metallurgiche.  La loro esistenza veniva giustificata  dal concetto che ogni  difesa dell’indipendenza nazionale  da possibili attacchi esterni  era legata all’esistenza di una grande industria bellica. Alle prime industrie  del genere formatesi si aggiunsero nell’87 gli stabilimenti delle acciaierie della Terni e, nell’89, si rafforzò l’industria mineraria  della  Elba e della Montecatini.

     L’incremento delle costruzioni navali aveva portato l’Italia al terzo posto tra le marine da guerra del tempo e nella stessa misura era aumentato il numero degli effettivi dell’esercito.  L’eccessivo esborso rappresentato dalle spese militari impediva lo sviluppo di una politica adeguata alle gravi condizioni del paese e caricava le masse popolari di duri oneri fiscali. Il deficit pubblico crebbe fino a raggiungere nel 1888 i 250 milioni, senza considerare le cifre effettive, sparite grazie alle  manipolazioni di bilancio del ministro delle finanze Magliani, accusato , appunto, di “finanza allegra”

 

  “Non saranno  mica le nostre industrie che ci salveranno dalla ruina!” Giuseppe Verdi è un uomo pratico  e dimostra una grande capacità di sintesi, indicando senza mezzi termini dove sta il problema

“Nelle folle certamente vi sono sempre i sobillatori, i cattivi soggetti, i ladri, ma vi è quasi sempre la fame.” “…prima di tutto bisogna vivere”

     Il musicista scrive con sotto gli occhi lo spettacolo giornaliero degli emigranti che si imbarcano dal porto di Genova, quello stesso porto da cui sarebbe partito una quindicina di anni più tardi il bastimento Sirio:

E da Genova, il Sirio partivano

Dell’America a varcare i confin

E da bordo  cantar si sentivano

Tutti alegri del suo destin

 

     Così il canto popolare che racconta la tragedia.  Era il 4 agosto del 1906, il tempo era buono, il mare piatto, quando la nave si schiantò su uno scoglio a tre metri di profondità di fronte alla costa mediterranea della Spagna, a capo Palos. I danni erano gravissimi ma l' affondamento totale sarebbe avvenuto solo 16 giorni dopo. Avrebbero potuto salvarsi tutti. Ma l' evacuazione fu così caotica e disperata che alla fine il bilancio, stilato dai Lloyd's, fu apocalittico: 292 morti. In realtà, pare che le vittime siano state ancora di più: tra le 440 e le 500.

      Quello del Sirio fu solo uno dei tanti naufragi di cui furono vittime gli emigranti  che già nella prima metà dell’800 avevano cominciato a lasciare l’Italia per cercare fortuna altrove. Ne fa un resoconto e un’analisi lucida e approfondita Gianantonio Stella in  L’orda, quando gli albanesi eravamo noi. In realtà - e paradossalmente - la vera e propria fuga si ebbe solo dopo l’unificazione. Le cifre ufficiali si cominciarono a tenere nel 1876 e fino al 1900 il tasso di emigrazione più alto si registrò soprattutto nel nord:  in Piemonte, Lombardia, Veneto,  Venezia Giulia. Solo in quelle regioni il numero totale  superò in quel periodo i  tre milioni. Nel sud si emigrò soprattutto dalla Campania, ma anche dalla Calabria e dalla Sicilia e un po’ dappertutto, con una cifra che , aggiunta  agli emigranti delle tre regioni del nord, raggiunse i 5.257.830[1].  Gli emigranti del nord erano spesso piccoli possidenti, coltivatori che vendevano casa e terreno per acquistare un biglietto per emigrare e la compagnia navale faceva prezzi speciali per  chi voleva partire alla conquista del nuovo mondo. Spesso erano   attirati da notizie talvolta  gonfiate ad arte, che lasciavano credere che l’eldorado fosse a portata di mano. Altre volte erano notizie provenienti da chi, effettivamente, aveva trovato miglioramenti nei confronti della situazione in patria.

     A Genova, fin dal 1840, Raffaele Rubattino aveva fondato la prima flotta a vapore del Regno di Sardegna . Nel 1852, con dei soci, costituì  la Compagnia Transatlantica di navigazione, cui il governo Sardo concesse enormi facilitazioni  e una sovvenzione esclusiva. Anche se ancora non si tenevano registri ufficiali delle persone che espatriavano, la propaganda che veniva fatta intorno alle terre del nuovo mondo avevano indotto già allora molti a lasciare l’Italia. Ovviamente , dopo l’unificazione l’emigrazione costituì un bel polmone d’ossigeno per i governi che si succedettero  che , come abbiamo esposto poc’anzi, erano  assolutamente incapaci di dare delle risposte concrete  ai problemi delle masse popolari, non ultimo quello della sovrappopolazione e della disoccupazione  . Il Sudamerica - inizialmente soprattutto l’Argentina -  fu la meta prescelta dai primi migranti, anche grazie alla buona organizzazione dell’Argentina stessa in questo settore. Il quadriennio tra il 1886 e il 1890 vide invece più che triplicarsi il numero di coloro che scelsero il Brasile. Questo in seguito alla legge che aboliva la schiavitù in quel paese, nel 1888. I nostri emigranti andarono a sostituire la manodopera degli schiavi, ma la situazione era assai più drammatica che in Argentina. I territori erano vastissimi e quasi sempre impraticabili. Non c’era un minimo di organizzazione e  pochissimi riuscirono a crearsi una vita o a ritornare. Ce ne offre una drammatica testimonianza di lettere il libro di  Emilio Franzina  Merica Merica! Nel frattempo la vergognosa piaga dell’emigrazione veniva denunciata apertamente dall’intellighenzia dell’epoca, dal Verga, dal Capuana, e più avanti da Pirandello - solo per fare i nomi più noti-  mentre altrettanto apertamente la gente faceva progetti per partire.

“…Tutti alegri del suo destin…”

 Per tornare a Verdi, scrive ancora ,in una lettera all’amico O. Arrivabene : “…tu sai che  l’anno passato ho fabbricato una cascina, quest’anno due ancor più grosse; e che sono là circa un duecento operai che hanno lavorato fino ad oggi… Sono lavori inutili per me perché queste fabbriche non faranno che i fondi mi diano un centesimo più di rendita, ma tanto tanto la gente guadagna e nel mio villaggio la gente non emigra”  Il compositore aveva ben capito che per trattenere la gente dalla tentazione di emigrare bastava dar loro un lavoro che permettesse di vivere e contribuiva investendo del suo per opere a lui non necessarie, ma che lo sarebbero state per la sopravvivenza della  collettività.

 

     La tragica condizione dei viaggi degli emigranti è riassunta in tutta la loro drammaticità nelle diciannove strofe che compongono la poesia Gli emigranti, di Edmondo De Amicis, del 1882. 

(…)

Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,

varcano i mari per cercar del pane.


Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.

Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo(…)

     De Amicis pone l’accento su quel “traditi da un mercante menzognero”, denunciando chiaramente la responsabilità degli  armatori - gli scafisti di allora- che ci fa sembrare la situazione  ancora drammaticamente attuale. Situazione che si è perpetuata negli anni, nel periodo della grande  emigrazione verso il nord America, tra il 1900 e il 1915, quando la cifra totale di espatri  raggiunse gli 8.768.680, i picchi più alti in assoluto . Il numero di espatriati dalle tre regioni del nord venne allora  raggiunto e ampiamente superato dalle regioni del sud, in particolar modo dalla Sicilia, dalla Campania  e dalla Calabria. E’ il periodo in cui chi ha fatto un minimo di fortuna sfrutta il lavoro di chi arriva dopo, affittando posti letto in ambienti che definire  tuguri  sarebbe un eufemismo. Dove per una parvenza di lavoro procacciato si pretendono tangenti altissime che non lasciano a chi deve sottostare a queste regole neppure la possibilità di ricomprarsi un biglietto per tornare indietro. E’ il periodo della formazione della mafia ed è, anche , il periodo dell’esportazione della canzone  napoletana in America, grazie agli emigranti del sud e grazie a Enrico Caruso. E’ il periodo in cui l’immaginario collettivo ha collocato  la figura dell’emigrante, creando gli stereotipi dell’italiano all’estero. E’ il periodo ancora vivo e presente grazie ai tanti film e libri realizzati sull’argomento , non ultimo, nel 2003, il documentatissimo romanzo Vita, di Melania Mazzucco . E’ poi un periodo già più vicino a noi e i rapporti si sono mantenuti meglio. Molti emigranti sono tornati, o tornano i loro discendenti, e questo fa sì che la memoria della  drammatica condizione vissuta dagli  antenati in un certo qual modo sbiadisca di fronte alla situazione di benessere acquisita da chi è venuto dopo.

    Nonostante  la terza migrazione - tra il 1916 e il 1942 - dopo la grande guerra, sia stata di dimensioni ridotte in confronto  a quella del periodo precedente,  fu raggiunto un numero di emigranti di 4.355.240 unità. Il numero si ridusse  soprattutto  con l’avvento del fascismo, che  conduceva una politica contraria agli espatri. Soprattutto si ridusse   drasticamente il numero degli espatri verso gli Stati Uniti e verso il nuovo mondo in genere, mentre si mantenne, fin verso il ‘36, quella verso Svizzera e Francia. Unica nota rilevante è, nel periodo 1936-1940, una migrazione di quasi 55.000 persone verso la Germania. Inoltre, sempre verso la stessa nazione, per accordi  speciali verso quel paese ci furono , nel 1940, 200.000 e nel periodo ’41-’42 circa 230.000 casi di migrazione  quasi forzata.

 

     Il libro di Moreno Bernini, Carbone, si inserisce nel grande mosaico della storia della nostra emigrazione e ne costituisce una tessera da collocarsi nel periodo più recente, quello iniziato subito dopo il secondo conflitto mondiale, che vide il flusso migratorio dei nostri compatrioti rivolgersi verso il nord Europa, il nord Italia e, alla metà degli anni ’50, verso l’Australia.

     Carbone  ha  l’apparenza di un romanzo e come un romanzo avvincente si legge, ma ha la prerogativa di essere  composto da tante storie e racconti veri: quello di Linda, sorella maggiore di Pietro, che narra la storia della famiglia di origine, una famiglia toscana  nella prima metà del  ‘900;  la narrazione di Nina, la giovane  che sposta il racconto  in  Abruzzo, terra da cui lei - poco più che sedicenne - negli anni ’50  parte verso il Belgio.  Lì incontrerà Pietro, che sposerà,  con cui dividerà il bene e il male. Infine la voce dello stesso Moreno Bernini, primo figlio di Pietro e Nina che, ricucendo racconti e memorie , ci consegna un interessantissimo documento  sulla situazione dei lavoratori delle miniere in  Belgio. Non solo, Moreno Bernini fa un’analisi storico-sociologica puntuale sulle condizioni dell’Italia e dell’Europa uscita dalla guerra e sul difficile  cammino verso la ricostruzione.

Il piano personale e familiare si fonde e si integra con il  piano sociale ed ecco venir fuori altri italiani, altri immigrati provenienti da altri paesi,  i  belgi distratti e mai completamente  consapevoli dell’immensa   utilità  dei minatori stranieri   per la loro economia. Dalla memoria del bambino riaffiorano   le feste tra  compaesani, la scuola, le vacanze in Italia,  ma anche le canzoni, gli idoli musicali di quegli anni, il calcio  e, insomma,  tutto quello che arrivava dall’Italia  polarizzando l’attenzione e gli interessi non  solo degli emigrati , ma anche dei belgi. Ma c’è anche  la vita e il lavoro del padre nella miniera, conosciuta tramite i racconti di Pietro e vissuta quotidianamente per mezzo dei  suoi turni di lavoro e  le sue frugali colazioni,  con la consapevolezza del pericolo sempre dietro l’angolo.  La  tragedia di Marcinelle, l’8 agosto del ’56, è vissuta nelle parole dei protagonisti e nella disperazione dei loro parenti. Il suo ricordo è un tributo alla memoria delle vittime del lavoro, tra cui  sessanta abruzzesi.

Il libro affronta anche, con  estrema precisione e documentazione,  le problematiche legate alla sicurezza sul luogo di lavoro - praticamente inesistente - e i rischi collaterali che il lavoro di minatore comportava. Rischi di cui  quasi mai i lavoratori erano o venivano messi a conoscenza come, in genere, non erano a conoscenza dei vantaggi che alla loro nazione venivano dal loro lavoro. Primo e più diretto, sulla  base del  protocollo d’intesa siglato tra Italia e Belgio nel 1946,  la fornitura annuale di carbone compresa tra i due e tre milioni di tonnellate ad un  prezzo preferenziale in cambio di  giovani uomini in buona salute e capaci di sopportare il lavoro della miniera.

Tutto questo è narrato con precisione storica e oggettività, ma anche con la partecipazione e l’impegno di chi, avendo vissuto i fatti e riconoscendone l’importanza, vuol far sì che essi vengano conosciuti e non  dimenticati.

 

     La storia continua e l’Italia, da terra di emigranti è diventata terra di immigrazione .

Quasi ogni giorno veniamo messi di fronte a carichi umani come quelli che Verdi, nel 1889, vedeva partire dal  porto di Genova. La differenza sta solo nella direzione: allora si partiva per cercare condizioni di vita migliori altrove, ora c’è chi viene nell’illusione di trovarle  nel nostro paese. Per molti è solo un passaggio: le mete sono più a nord. Allora eravamo noi a partire , ora sono gli altri ad arrivare. Ora come allora i Sirio affondano, ora come allora continua ed esistere quel mercante menzognero e chi trae profitto dallo sfruttamento degli esseri umani e dalle risorse che le nazioni stanziano per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti. Indubbiamente la facilità di comunicazione della  nostra epoca, le testimonianze e non ultimi i tanti libri che nell’ultimo ventennio sono stati pubblicati sull’argomento hanno contribuito a sensibilizzare le coscienze.

Auguriamoci che opere come – ultima - Carbone offrano spunti di riflessione a tutti, non solo a chi è in grado di migliorare veramente le cose. Perché tutti, verso il nostro prossimo,  abbiamo il dovere di fare in modo che quel “…prima di tutto bisogna vivere” diventi sempre di più un  “vivere” e sempre meno un “sopravvivere” ai margini della dignità umana.

 

Angela Cingottini.

 

 

 

-Introduzione a CARBONE, storie di emigranti nel bacino minerario del Belgio, di Moreno Bernini,ed. Buendia, 1914 


[1] Fonte per i dati relativi alle emigrazioni:

Centro Studi Emigrazione, Roma, 1978.

 

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