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La cultura di Napoli nelle sue canzoni PDF Stampa E-mail
Scritto da A.Cingottini   
lunedý, 24 agosto 2015 17:41
ImageTra gli ultimi anni dell’800  e i primi del ‘900 milioni di emigranti partirono dall’Italia per cercare condizioni di vita migliori nei paesi d’oltre oceano. Moltissimi erano napoletani che lasciavano la loro città salpando da quello che ancora oggi è conosciuto come molo Umberto I. Gli emigranti non avevano molti bagagli:si imbarcavano portando con sé soprattutto i ricordi del loro bel paese. Le immagini si mescolavano agli odori della loro cucina povera e al suono delle loro canzoni. E sono proprio la cucina e le canzoni che nel ‘900 hanno fatto conoscere al mondo un’altra Italia,fatta non solo di antichità e di arte,ma anche di gente semplice,felice di  vivere nella cultura che si tramanda all’interno della famiglia, nei gesti e nei fatti della vita quotidiana. E da sempre i napoletani hanno amato parlare della propria vita dando corpo a immagini e sentimenti per mezzo del canto.

E’ un po’ come accade con  il presepe, altra grande tradizione napoletana ,in cui questo popolo trasferisce e rappresenta immagini della propria vita e angoli della propria città .

La canzone a Napoli ha origini antiche. Antiche almeno come  il Maschio Angioino o l’Università fondata nel 1224 da Federico II di Svevia e di cui porta il nome. A quell’epoca Napoli era già un città molto grande: contava 35.000 abitanti . Federico aveva voluto farne una capitale a tutti gli effetti, emanando decreti e regole per favorire gli scambi culturali e la presenza di studiosi stranieri.
E’ proprio a  quell’epoca che si fanno risalire le prime canzoni documentate, il frammento di un Inno al sole e il Canto delle lavandaie del Vomero. Quest’ultimo è ancora molto conosciuto e amato a Napoli. Ricorda il tempo in cui le donne del popolo andavano a lavare il bucato nelle famiglie nobili e benestanti e qualche volta accadeva che la biancheria, tutta rigorosamente bianca ,venisse confusa e scambiata. La canzone è infatti un’allegra disputa a causa di quattro fazzoletti da restituire.

Le cose cambiarono sotto la dominazione degli Angioini che furono a Napoli per  due secoli,dalla seconda metà del ‘200 a quella del ‘400, comportandosi da veri dominatori. Essi sfruttarono la città e i suoi abitanti, tenendo in genere una condotta così scandalosa da meritarsi la scomunica papale. In quell’epoca i napoletani si servirono delle canzoni come satire per mettere in ridicolo e rendere pubblici fatti che sicuramente non facevano onore ai regnanti. Poco ci è rimasto di questo materiale perché troppo legato al  periodo storico. Si deve infatti tener presente che nulla veniva scritto e le canzoni erano tramandate oralmente, parole e musica. Così quando  perdevano di attualità la gente smetteva di cantarle e andavano perdute.
Un caso a parte è costituito dalla  villanella, un genere musicale nato a Napoli nei primi decenni del  1500 e di lì rapidamente diffusosi in tutt’Europa.Si tratta di un componimento musicale breve,veramente l’antecedente più diretto della canzone leggera moderna. Di  contenuto non religioso, canta in genere l’amore per una ragazza  e le bellezze della natura. Nate come canzoni spontanee,composte e eseguite per le strade da cantanti popolari, le villanelle sono però state immediatamente accolte  nei repertori delle corti e trascritte  in codici che, arrivati fino ai nostri giorni, hanno impedito che tale materiale andasse perduto e dimenticato. Moltissimi musicisti e poeti dell’epoca ne hanno a loro volta composte, allontanandosi talvolta molto dalla spontaneità primitiva a favore di una certa letterarietà. Ce ne sono comunque  di bellissime,come la famosa Villanella che all’acqua vai  o Voccuccia de ‘no pierzeco. Il testo veniva in genere scritto in napoletano, considerato una vera e propria lingua. Il compositore belga Orlando di Lasso, che visse molti anni a Napoli come musicista domestico presso una famiglia nobile, lo imparò  per scrivere le sue apprezzatissime villanelle.
Tramontato già nei primi anni del 1600 questo genere, le canzoni continuarono  a  prodursi e tramandarsi  spontaneamente. Da un semplice motivo iniziale le musiche si diffondevano da sé e la gente, ascoltandole, inventava sempre nuove frasi e ritmi .In questo modo l’autore o, meglio,gli autori, rimanevano perlopiù  sconosciuti. Dobbiamo solo alla buona volontà e al grande amore per la ricerca degli studiosi di questo settore se noi oggi possiamo ancora cantare o ascoltare pezzi bellissimi come  Fenesta ca’ lucive,’O guarracino, Michelemmà, Fenesta vascia e tante altre. Infatti queste canzoni, nate nel sei o nel settecento, ma talvolta addirittura prima, hanno avuto regolari trascrizioni e pubblicazioni solo nell’ottocento, quando, sotto la spinta del movimento romantico che nei primi anni del   diciannovesimo secolo dilagava in tutta Europa, gli studiosi svilupparono l’interesse per il canto e le storie popolari, cercando in essi motivi antichi di identificazione nazionale.
A Napoli fu particolarmente importante l’opera di Guglielmo Cottrau, un francese stabilitosi lì  da ragazzo al seguito di Gioacchino Murat e che fondò una casa editrice pubblicando e salvando così dall’oblìo decine e decine di belle canzoni. Naturalmente chi le abbia realmente composte non lo sapremo mai. Spesso  sotto queste canzoni figura la dicitura ‘di anonimo’ o il nome di colui che l’ha trascritta ascoltandola cantare da qualcuno.

La  prima canzone di cui  conosciamo l’autore del testo è Te voglio bene assaje, del 1839. Come spesso accade con i poeti popolari, non si trattava di un letterato. Si chiamava Raffaele Sacco ed era un  ottico. Il suo negozio esiste ancora nella centralissima via Capitelli e tutto lì parla  della sua  canzone. Niente di preciso si sa a proposito del compositore della musica, anche se c’è chi vorrebbe farla risalire a Gaetano Donizetti. In realtà  si tratta solo di ipotesi molto vaghe.

Oltre all’amore l’elemento  più ricorrente nelle canzoni napoletane è il mare. Ispirati dalla sua natura poeti popolari e colti hanno  dato vita a immagini suggestive come in Marechiaro di Salvatore di Giacomo, del 1885, oppure O’ marenariello di Gennaro Ottaviano, del 1893.
Anche la  famosissima Santa Lucia,che nel 1848 è stata la prima canzone napoletana ad avere un testo anche in italiano, è legata al mare. E’,  più precisamente, l’invito di un barcaiolo a fare un giro sulla sua barca per poter meglio godere il fresco della sera .

L’amore rimane comunque il sentimento più cantato nelle canzoni napoletane. Luoghi classici dell’amore, nel settecento e per tutto l’ottocento, sono stati finestre e balconi, spesso presenti nei titoli o ricordati nel testo. Questo perché c’era l’abitudine di cantare serenate sotto la finestra della donna amata, che qualche volta dava dall’alto un cenno di risposta. Viene da pensare,oltre alle già ricordate settecentesche Fenesta vascia e Fenesta ca lucive, alla stupenda Scètate, la serenata piena di passione scritta  nel 1887 dal poeta e giornalista Ferdinando Russo. Ma anche nella già ricordata  Marechiaro  il poeta scrive ‘scètate Carulì ca l’aria è doce’, -svegliati Carolina che l’aria è dolce,dopo aver chiaramente detto ‘….a Marechiare ce sta ‘na fenesta…passa l’acqua pe’ sott’e murmulea…’-…a Marechiaro c’è una finestra…l’acqua passa di  sotto e mormora….’

Verso la fine dell’ottocento l’amore sembra trasferirsi nei giardini. Salvatore di Giacomo vi ambienta la sua Era de maggio  mentre Vincenzo Russo, poeta semi-analfabeta,autore di I’ te vurria vasà, un testo   tra i più significativi di tutto il repertorio napoletano, ne canta i colori e gli odori come splendida cornice entro cui è collocata la donna amata. Siamo nell’anno 1900.Un paio di anni prima,nel 1898,un insegnante che scriveva testi di canzoni per migliorare la sua precaria condizione economica e un posteggiatore  avevano composto  un pezzo bellissimo che in breve tempo fece il giro del mondo , diventando il simbolo dell’Italia e motivo di identificazione nazionale  per   tutti gli italiani che,già da oltre un ventennio, avevano cominciato a emigrare all’estero.Si tratta di  O’ sole mio,sicuramente la canzone italiana che rimarrà la  più conosciuta nel mondo per oltre mezzo secolo. Bisognerà infatti arrivare al 1958,quando Domenico Modugno lanciò la sua Nel blu dipinto di blu., per avere una canzone che ne eguaglierà il successo.

L’inizio del nuovo secolo popola il centro di Napoli di caffè e café-chantant. Locali come il famosissmo  Gambrinus  diventano ogni sera  il punto di ritrovo di  artisti e letterati e spesso le idee musicali scaturiscono proprio di lì.
Anche lo scrittore abruzzese Gabriele D’Annunzio,che visse a Napoli per due anni,era un assiduo frequentatore del Gambrinus. Proprio lì, per vincere una scommessa con il poeta Ferdinando Russo,scrisse una poesia in napoletano che intitolò ‘A vucchella’ .La poesia fu in seguito musicata da Francesco Paolo Tosti e divenne in breve tempo parte del repertorio dei maggiori cantanti lirici.
Ma mentre,da una parte, le canzoni diventavano sempre più patrimonio di cantanti famosi che si esibivano in sale di spettacolo o teatri, dall’altra era sempre molto  vivo quel filone di cantanti popolari, i posteggiatori, che, accompagnandosi con pochi strumenti a corde, si esibivano nelle trattorie o nelle strade. In genere essi si organizzavano in piccole bande a livello familiare in cui ognuno aveva il proprio ruolo di musicista o di cantante. Molti si esibivano a Napoli, ma alcuni andavano  in altre città d’Italia o venivano invitati anche all’estero per cantare presso famiglie facoltose. In tal modo contribuivano a far conoscere le canzoni napoletane ad un pubblico più ampio. Anche il grande tenore Enrico Caruso (1873/1921) aveva iniziato  a cantare come posteggiatore e fu proprio in questa veste che, nel 1891 , fu notato dalla persona che gli fece studiare canto.  Quando  già famoso, nel 1903, si trasferì a New York, diventò l’ambasciatore più degno di nota della canzone napoletana nel nuovo mondo. A lui successe un altro eccezionale tenore, Beniamino Gigli, (1890/1957) che accompagnato dal pianista  e compositore  Ernesto De Curtis, portò la canzone  in giro per il mondo. Del resto ,grazie agli emigranti che per primi avevano contribuito ad una sua diffusione capillare  nei paesi loro ospiti, essa era già molto conosciuta e ammirata. Nel 1911 un emigrante calabrese, Alessandro Sisca,  che aveva fondato a New York un giornale in lingua italiana, (La follia di New York) scrisse la prima canzone napoletana in territorio di emigrazione. Si tratta di  Core ‘ngrato, musicata da un  compositore napoletano di nome Salvatore Cardillo che nel 1903 si era trasferito negli Stati Uniti. La canzone divenne famosissima in breve tempo e in quello stesso anno fu pubblicata anche a Milano  dopo aver compiuto un cammino migratorio alla rovescia.

Ma la canzone destinata a diventare il simbolo di tutti coloro che lasciavano o avevano lasciato l’Italia per cercare miglior fortuna all’estero fu Santa Lucia Luntana, scritta da E.A.Mario nel 1919. Il testo è emblematico:in poche  strofe descrive  sentimenti e  emozioni di chi parte con nessuna prospettiva di ritorno. Cantata dagli emigranti con le loro valige di cartone o da grandi come Beniamino Gigli ed Enrico Caruso, racconta l’esperienza  di vita di un popolo e di una città che ancora oggi molti, all’estero, identificano con l’Italia tutta.  

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Angela Cingottini
Angela Cingottini

Angela Cingottini è un'ottima cantante e insieme al marito ing. Gastone Novelli talentuoso chitarrista classico, formano un duo di straordinaria valentìa, oltretutto sono amici veri e autentici della Sibaritide che frequentano assiduamente da oltre 20 anni. Anche quest'anno saranno fra noi in Calabria e mi auguro di poter organizzare con loro una serata di canzoni napoletane classiche. Nell'eventualità che si riesca nell'intento,  gli amici appassionati di questo tipo particolare di musica saranno debitamente invitati.

A.M.Cavallaro

(Cliccare quì per ascoltare alcune esecuzioni di canzoni napoletane eseguite dal grande Roberto Murolo ed altri)

 

Nota  bio-bibliografica.

Angela Cingottini  è docente di Lingua Italiana  presso l’università per Stranieri di SienaSi occupa di problemi connessi all’apprendimento delle lingue straniere  ed ha pubblicato articoli relativi a ‘musicalità ed apprendimento linguistico’ e  alla ‘ traduzione come strumento didattico’.

Ha inoltre pubblicato  studi sul linguaggio nelle opere di Natalia Ginzburg  ed una miscellanea di articoli e di traduzioni dalla lingua tedesca per cui si rimanda ad altra sede.

 

Conduce studi sulla storia della canzone italiana  e sulle implicazioni del canto nell’apprendimento delle lingue straniere.

Di lei si veda:      

 

-Un approccio all’italiano per mezzo del canto popolare.

  ( Civiltà Italiana,n.3 1983\1-2 1984,pp.105-120)

 

-‘Una vita difficile’,ovvero: fare storia con la musica.

  ( Atti del seminario di studio ‘Il trefolo d’oro ’94, ‘L’immagine e il suono’,pp.37-41.Università per Stranieri di Siena,1994.

 

-‘La musica reale in La morte a Venezia’ in Carte di cinema n.10,   2003.

 

Ha inoltre curato per la videorivista ‘Tendenze Italiane’ i seguenti  servizi:

-Puccini e la sua opera più italiana.

 Nel centenario della prima esecuzione di TOSCA,

  Tendenze Italiane n.6,dicembre 2000.

 

-Santa Lucia luntana.

Un viaggio per Napoli attraverso la canzone,

 Tendenze Italiane n.7,giugno  2001.

 

-2001,anno verdiano

Una rassegna delle opere più rappresentate nel centenario  della morte di Verdi.

Tendenze Italiane n.8,dicembre 2001.

 

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