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Lo Stupro (racconto) PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Miani   
lunedý, 16 febbraio 2015 08:32
ImagePrima parte - Era una sera di primavera, camminavo a passo svelto per quella strada buia stretta che mi dava uno stato d’ansia, certamente un po’ di paura  era inserita nel mio animo. Dovevo rientrare a casa da mia madre  mi aspettava, l’ avevo chiamata, un colpo di telefono per l’orario. D’improvviso dei passi veloci dietro le mie spalle. Erano in quattro. Uomini giovani, non avevano un viso di cui fidarsi erano tesi, tetri. Tremai! Mi raggiunsero presto, mi circondarono, senza parlare mi spintonarono, mi presero un braccio, mi spinsero al buio. Strillai, mi svincolai, ma in due  mi serrarono le braccia, un altro veloce  mi diede un schiaffo sul viso, il quarto  un pugno sul mento, caddi stordita. Mi furono addosso urlai, sgraffiai, scalciai. furiosa, tremante ancora più forte strillai, Una manaccia nera sul viso, mi chiuse la bocca.

Mi trascinarono in un capanno isolato. Ero persa. Lottai con tutta la mia forza, ma mi stesero a terra, uno mi serrava le braccia, in due mi fermarono le gambe sul pavimento. Impossibile muovermi non avevo scampo.  Urlavo, cercando aiuto, nessuno era vicino Sentivo le auto scorrere veloci, lontani dei latrati. Poi uno di loro saltò sul mio corpo, mi strofinò la sua bocca bavosa sulla mia bocca,  su tutto il mio petto, sul ventre, le mani sul mio sesso. Con orrore sentii penetrarmi nell’anima più volte.

Le mie vene scoppiavano dal pulsare del sangue. Il cuore correva pazzo con ritmo furioso, crescente. Incredula per tanta ferocia, piangevo. Piangevo, le lacrime scorrevano mischiandosi alla bava di quei mostri. Avevo gli occhi sgranati quasi volessero uscire dall’orbite per non vedere, a turno quei turpi mi assalivano incuranti dei miei lamenti.

Ogni volta una vite, spinta con forza,  mi serrava il cervello, la massa molle sulla mia calotta sempre più in fondo. Ridevano con ghigni beffardi, senza timore, si eccitavano fra loro con voce oscena, cavernosa. “Tocca a me, è il mio turno! Tu già l’hai avuta! L’hai già infilata due volte ed hai preso tempo. Levati da sopra! Spicciati! Non resisto! La farò gridare per il piacere che sentirà”.

La loro melma era sparsa su tutta la mia carne, mischiata al mio vomito che saliva alla bocca dallo stomaco. Tutto veniva assorbito dai miei vestiti strappatemi, dai miei indumenti intimi stracciati, fatti a pezzi. Io svenni più volte, più volte pensai di morire. L’orrore, la rabbia, il dolore, la violenza dei mostri sembrava essere un sogno orrendo invece era la realtà, la  stavo vivendo orribilmente sulla mia carne sulla mia persona, sul mio io frantumato, distrutto.

Dopo un tempo, che mi sembrò eterno, si fermarono. Ridevano sguaiatamente. Mi misero un coltello alla gola fecero uscire del sangue. A voce dura minacciarono d’uccidermi. “Abbiamo goduto del tuo corpo come volevano, sapevamo quello che facevamo, la nostra voglia, il piacere di fare sesso è stato più forte del timore, della paura di essere visti, denunciati, arrestati. Abbiamo fatto una sfida al primo caso propizio, sei stata tu, poteva essere un’atra donna che passava. Questa sera, quanto noi desideravamo, è stato. Il cervello che era pressato forte dal desiderio l’abbiamo accontentato secondo quanto progettato”.

“Ora ti possiamo lasciare vai dove vuoi… Ricordati! Non abbiamo paura perché tu non dirai nulla”. Spudoratamente sicuri continuarono. “Se parlerai, se andrai dai carabinieri a denunciarci, Sappiamo chi sei, verremo a casa, ti  prenderemo, ci divertiremo ancora e poi con questo coltello ti uccideremo come un capretto, come un agnello. Se non ti prenderemo, sapremo parlare. Se ci accuseranno diremo che tu ci invitasti, volevi divertirti, sollecitasti le nostre azioni, volevi il sesso, ti piaceva violento, di gruppo. Diremo che ci circuisti come un prostituta”. Con prosopopea sicura continuarono. “Verrai derisa, ascoltata con dubbio, incolpata. Sarai costretta a nasconderti, ha vergognarti, ad arrossire ogni volta che ti chiederanno. Pregherai di avere la morte. Cercherai il suicidio”.

Seconda parte

Quando il branco stanco si allontanò veloce, restai riversa al suolo, il corpo pieni di lividi irto di spine dolorose per i colpi dei  pugni, dei  calci. Avevo voglia di morire pur di non soffrire. Restai ferma non so quanto, quasi paralizzata, incosciente, prona ai lamenti, alla rabbia contro questi esseri che non potevo definire uomini, non potevo chiamare bestie. Le bestie uccidono, non stuprano né soli, né in branco come questi orridi viventi sporchi, schifosi viscidi, pazzi di sesso  malato, di sesso rubato, corrotto, sporcato in orribile  melmaglia di cervelli infetti già nelle fasce da nascituri.

Dopo tempo quasi infinito riuscii ad alzarmi. Camminai barcollando nel buio poggiando i  gomiti sui muri sgraffiandomi le mani sugli intonaci rosi. Vidi degli uomini ebbi ancora paura., Caddi sfinita gridando pietà, aiuto sommesso con un filo di voce, per la memoria dell’incubo vissuto. Passò un signore, lesto mi fu vicino, avevo timore, una donna si fece largo ascoltò il mio pianto, mi sollevo da terra, mi pulì il viso, mi chiese il nome. Lo dissi con bassa tremula voce per la paura. Voleva chiamare i carabinieri. Tremai! Dissi di no. Le minacce  pesavano quando lo stupro.

Dissi il nome di mia madre,  il numero del telefono, Lei poteva capire, mi poteva aiutare, proteggere. Arrivò veloce. Mi mise in macchina. Mi portò in casa. Pianse con me mentre mi lavava tutta come bambina, mi rendeva più pura con le sue lacrime sul mio corpo mentre mi stringeva forte sul suo petto. I nostri cuori andavano ritmando forte il nostro dolore.

Cascai  infine stanca stordita sul letto piangendo. Dormii un sonno agitato intervallato da urli, minacce. Mi vegliò muta con le lacrime agli occhi mia mamma. Quando mi svegliai  incominciò il calvario del racconto.

Mia madre, mio padre vinsero la mia resistenza, la vergogna, la paura, mi portarono in ospedale. Fui visitata guardata in tutte le mie parti. Sembravo un animale strano, ogni occhiata, ogni domanda era un trafittura al mio corpo, al mio cuore. Arrossivo, tremavo. Rispondevo, erano monosillabi che pungevano l’anima. Nel mio cervello,  nelle risposte vi era rabbia, Mi chiudevo a riccio incurante delle sollecitazioni. Mi fecero il referto. Violenza carnale ripetuta.

Volevano subito che io facessi denunzia. La mia mente si  ribellò, sentii nel capo le minacce, nel cervello vidi il coltello, le facce torve, disumane d’ ognuno dei miei  carnefici che ridevano, mi sbeffeggiavano, mi accusavano di averli cercati. Lo strazio mi fece orrore, strillai, urlai il mio no.

Era la mia mente che prendeva il sopravento sulla ragione. Nei giorni seguenti le cure di mia madre silenziosa, le sue lacrime nascoste, gli occhi tristi di mio padre entrambi  cercavano le confidenze, volevano giustizia, volevano vendetta. Vinsero la mia resistenza, Fiaccarono le mie paure, i nascosti timori per la vita, le accuse lanciatemi dopo aver abusato del mio corpo.

Terza parte

Non mi davo pace  pensando all’accaduto a come  era stato  possibile nella mente progettare, pensare di realizzare una cosa del genere. Portare a termine un atto che tutti odiano. Dedussi che  esistono mostri che non sono uomini. Non uomini, non persone viventi nel mondo, non sono bestie, sono fantasmi di orridi demoni usciti dalla tana nera, infernale in cui vivono. L’essere umano ama, odia, porta rancore, bestemmia, esecra, ferisce,  uccide, non ama rubare l’azione di sesso, né da solo né unito in branco  famelico, cieco, pazzo sfrenato, schifoso, prepotente.

Decisi, lo stupro, subito, doveva essere denunciato. Non potevo star zitta racchiudere tutto nel mio dolore muto. Dovevo avere giustizia, vendetta. Dovevo parlare affinché altre donne non subissero quanto era accaduto a me. Mi accompagnarono i genitori al più vicino commissariato.

Al posto di polizia  raccontai  l’accaduto, l’intimidazioni, descrissi a loro il fatto,  giustificai le mie paure. Dovetti parlare...Parlare…Ritornare ai momenti, quelli tristi, drammatici, dolorosi, vergognosi, rispondere ad altre domande, tante domande. Firmai il verbale ad occhi chiusi, bagnati. Avevo dovuto ricordare i visi, descriverne le fattezze, insieme con loro disegnare gli identikit. Dire delle  minacce del coltello che penetrò nella carne  a ricordarmi l’ingiuria.

Chiesero  di analizzare i miei panni, il mio corpo, cercare tracce  organiche per avere il DNA ed io tremante, arrabbiata, quasi sconvolta dalla richiesta che sembrava un’offesa, risposi che tutto era vero.”Prendetevi le prove ovunque volete, ho i marchi della loro violenza, della loro infamia, ho nel capo le minacce che sono spilli conficcati nel midollo, nel cervello, nella memoria”. Mia madre con ferocia disse “E’ conservata ogni cosa. I  vestiti sporchi, i fazzoletti intrisi, i pannolini, ogni stoffa con cui la lavai dalle sozzure di quei mostri”.

Partirono le indagini, i giornali resero pubblica tutta la storia. Restai chiusa nella mia casa. Non osavo affrontare la strada, le persone, le domande. Uscendo con mia madre camminavo con il volto coperto, la testa chinata, non volevo guardare la gente. Dietro ogni passante vedevo uno di loro, uno di quei bruti che sghignazzando minacciava con gli occhi dicendo zitta, altrimenti lo sai, avrai un castigo tremendo.

Di continuo ero sorvegliata. La mia famiglia, la polizia strinsero attorno al mio corpo un recinto invisibile. Mi tolsero il gusto della libertà, le mie strade obbligate, I negozi da loro scelti, ero un manichino senza anima. Ma le ombre scure, i fantasmi neri entravano nel mio corpo ballavano nella mia anima danze macabre di paura. Occhi malvagi nel buio mi guardavano immondi, con lascivia. Io, rabbrividivo nel cervello, solitaria senza conforto. Dovetti resistere al tempo che scorreva lento che non leniva le ferite, non placava la furia di cercare giustizia, volevo vendetta dura quanto duro era stato il mio calvario in quella sera di primavera, che non aveva nulla dei colori dei fiori, nulla da amare, nulla dell’arcobaleno di pace. Nel cielo Nessuna stella raggiante, né luna splendente.

Quarta parte

Dopo un lasso di tempo non troppo lungo,I quattro furono catturati dai carabinieri.

In tribunale gli accusati appropriatamente imbeccati, tutti si proclamarono innocenti, spalleggiandosi dopo l’orrendo misfatto compiuto su di me. Misero in pratica la minaccia fatta, dissero all’unisono. “Fu lei. Ci vide quella sera, tranquilli passeggiavamo, venne vicino sorridente ci toccò il viso, i capelli, parlò apertamente di sesso alludendo ad un’ approccio, disse che voleva godere di una serata strana, piacevole. Conosceva una zona tranquilla, sicura, appartata. Stupiti, eravamo titubanti, insistette lascivamente. Ci convincemmo e stemmo con lei a turno, così come lei ci additava. Ci sgraffiava, ci mordeva,  urlava dal piacere. Quando fu stanca disse basta…..Ci chiamò cani rognosi,  schifosi, vi denunzierò per violenza carnali, per libidine, per abuso su di una povera indifesa donna. Ci  offese voleva picchiarci, al che noi, stupiti, umiliati, ci difendemmo picchiandola. Poi la lasciammo  sola a piangere dei problemi che si era cercata. Forse, in quel momento pentita,  faceva la parte del coccodrillo dopo  aver mangiato i figli”.

Misero in atto la loro minaccia di averli tentati. Come  suggerì il loro legale, con le stesse parole così dissero. Non avevano paura, impavidi sorridevano per il dubbio che avevano seminato fra i giudici, fra coloro che ascoltavano quasi confusi, in silenzio.

Io annichilii, la rabbia dell’offesa carnale si mischio all’orrore della loro minaccia, della loro verità, della menzogna. Sentii appena il giudice che mi chiedeva di spiegare, di rispondere alle domande del pubblico ministero, di rispondere ai legali di parte, di chiarire gli eventi.

Ad ogni domanda risposi, ad ogni obiezione chiarii, ribattei, con la rabbia nel cuore alle accuse, mentre il cuore piangeva e l’animo soffriva. Tenace, cercai le forze per resistere e non urlare il dolore che ogni domanda, ogni insinuazione mi faceva rivivere  quei momenti terribili.

Quinta parte

Quando il giudice, mi chiese a fine interrogatorio, se avessi qualcosa da aggiungere, restai ferma sul mio scanno per un attimo confusa. Poi mi alzai non tremavo più, ero calma, parlai. La voce era chiara, determinata, forte anche se incrinata dal dolore.

“Lo stupro è una cosa facile, si sceglie la vittima indifesa,  la si picchia, rendendola incapace d’ opporsi, la si minaccia di infierire su di lei  a lungo. Le si fa violenza carnale, sessuale violenta,  abbietta. La si costringe a sentirsi umiliata, degradata. Le dicono di non parlare pena la vita, l’uccisione. Vogliono  chiuderle  la bocca con parole odiose”.

“La paura più grande, dopo l’offesa della indifesa, la incutono, al termine della lurida soggiogazione, iniettandole la minaccia, l’ingiuria del consenso”. Con fare spregiudicato. “Se parlerai diremo che tu ci hai provocato, ci hai irretiti, ti sei donata per un tuo capriccio, un desiderio insano per avere voluto gustare un momento di estasi sessuale. Eri consenziente lascivamente, ora devi vergognarti non accusarci perché violenza, stupro non vi è stato”.

“È allora che si spinge la donna a temere le ingiurie. A temere  i dubbi, gli sguardi interrogativi delle persone che si chiedono permalosi se hai detto il vero, se sei stata consenziente, se tutto quello che racconti è vero anche nei dettagli, se è tutto  falso.

“La presunta vergogna, insinuata ci cuce la bocca ci fa tremare  davanti alla gente. Ci dice silenzio!”

“Ma io mi ribello alle minacce, mi ribello ai pregiudizi. Lo stupro vi fu. Tremendo. Immondo, con arroganza, propiziato dal numero, dalla ferocia, dalla forza animalesca che misero nel picchiarmi,  nel bloccarmi, nell’usarmi a turno più volte anche se supina e senza i sensi.”

“Cercai di resistere, scalciai, sgraffiai,  morsi, tutto fu inutile”.

Sesta parte

“Io ho vinto l’imbarazzo dei fatti, ho vinto la resistenza di mostrarmi dopo l’offesa alla mia persona, alla mia carne, al mio essere donna, alla libertà di vivere la mia vita ovunque, come tutte le persone in qualunque posto, tra chiunque, tra  le donne, come tra gli uomini secondo la mia discrezione, i miei desideri”.

“Questi demoni, che hanno calpestato il mio io, mi hanno accusato di aver chiesto a loro del sesso, non mi hanno indotto al sacrificio di Lucrezia donna immacolata, stuprata da Tarquinio re, turbe uomo di potere romano,  minacciandola  di morte di ingiuria falsa, sottile, simile  alla mia”.

“Non mi son lasciata vincere dalla paura, dalle minacce, dalle ingiurie e le menzogne. Io non mi son tolto la vita con lama affilata, né ho voluto con velenoso liquido amaro por fine alla mia esistenza, recidere la mia vita per colpa che non ho,  per le calunnie infamanti”.

“Come Lucrezia chiedo giustizia perché questa mi sia resa, Per non aver indotto nessuno  a far violenza al mio corpo. Chiedo vendetta per aver violato la mia persona, avermi  violentato con forza e ferocia, aver lasciato sul mio corpo i segni dello stupro, i segni della minacciosa ingiuria alla mia mente”.

“Non mi basta la giustizia di Dio che mi guarda. Non pretendo che le offese arrecatemi vengono lavate con la collera dei miei genitori, perché non chiedo loro di armarsi la mano. Voglio quella dei miei pari esseri umani che hanno sentito la mia storia, udito il mio pianto, hanno visto tutti i segni, le cicatrici che porto addosso. Hanno letto nei miei occhi la paura, la rabbia che risiede nel mio cuore per il lercio attacco subito ad oltranza dal mio corpo reso indifeso dalle ferite, dalla loro forza bruta, dalla crudeltà successiva col  vergognoso ricatto, ingiurioso alla persona, nel confondere tutti con menzognere insinuazioni”.

“Dopo aver stuprato il mio corpo  volevano stuprare la mia mente, quella di chi deve darmi giustizia, far vendetta per i danni arrecati alla mia carne. Io non chiedo a mio padre agli altri congiunti, non devo avere vendetta sacra quale dente per dente per rendermi l’onore con la legge del taglione, come la chiese Lucrezia al consorte ed al padre. Non cerco la vostra sola compassionevole vicinanza, né facile empatia, né voglio essere misera e compunta. Sono qui! La legge mi dia i miei diritti, punisca chi non li ha rispettati, chi ha dimenticato e non rispettati i suoi doveri i suoi limiti di libertà”.

Settima parte

“I tempi son mutati anche se l’uomo demone rimane lo stesso e non si adegua alla parità sfruttando la sua forza brutta. Ma vi deve essere parità perché codificata nella comune accezione della stessa e nelle leggi, parità dei diritti della doma e dell’uomo, parità di giustizia e libertà devono essere sanciti e curati per il genere femminile, come parità esiste nei giudizi nella casa della giustizia, anche se spesso noi ci sentiamo offese dai legali di controparte che  facilmente vogliono credere alle parole accusatrici dei loro assistiti i quali mentono per discolparsi spudoratamente contro ogni logica, contro ogni prova a loro contraria. I loro legali  che,  credendo di difendere  un uomo, ci insultano con le loro insinuazioni, con i loro sorrisi di sottintesi lascivi, incuranti delle offese che arrecano alle nostre anime, le quali già soffrono per i danni subiti immediatamente allo stupro, e,  per quelli che successivamente ci trasciniamo addosso per lunghissimo tempo”.

“Questi ulteriori danni ci dovrebbero essere evitati, non permessi dalla legge, dai giudici che dovrebbero sanzionare i legali di parte. Nelle loro difese questi  vanno oltre i limiti  del lecito, pur di evitare le pene giuste ai loro assistiti, proponendo cavilli,  inesattezze, assurdità  dialettiche improponibili, imperdonabili a chi ha buon senso, crede nella giustizia degli uomini, nella ricerca scevra da pregiudizi, leale della verità”.

“Fate giustizia vera, fate vendetta di tutto ciò, anche degli spiacevoli sorrisi ammiccanti. Lo chiedo perché mi spetta quale mio diritto!”

Ottava parte

La legge condanna lo stupro compreso gli annessi e connessi delitti. I giudici emettono sentenze conformi alle leggi. Capita che alcuni giudici non emettono condanne conformi a quanto esiste nei libri di legge.

 

Michele Miani 

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