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L'Italia ce la può fare? PDF Stampa E-mail
Scritto da L.Niger   
domenica, 21 dicembre 2014 06:46
ImageE’ veramente la fine per il nostro Paese, tanto amato e tanto  odiato? Siamo, ormai, al capolinea? Non c’è più nulla da fare? Siamo condannati alla resa, alla rassegnazione? Sono queste ed altre le domande che ci facciamo da soli o in gruppo. Domande che gli eventi quotidiani, sempre più sconcertanti e ripugnanti,  ci rendono più inquieti e angosciati, al punto da turbare i giorni e le notti e temere per i nostri figli, per i nostri nipoti. Oggi e domani. L’Italia, forse, ha sempre vissuto sull’orlo del baratro, una tendenza masochistica a procedere pericolosamente sul filo sottile del precipizio, ha continuato e continua a ballare mentre la nave sta per affondare, ha mentito e continua a mentire a se stessa e agli altri.

La menzogna del potere,  permanente e consapevole, che un certo benessere ha consentito di tollerare o di occultare o di condividere. Ora si scopre che tutto va a rotoli. Nulla può essere più salvato. Sensazione, in parte sbagliata, ma molto diffusa.
La crisi spaventosa che ci sta distruggendo, umanamente ed economicamente, ha messo a nudo le magagne, ha disvelato i trucchi, ha mostrato le cose orribili con le quali abbiamo vissuto e conviviamo: corruzione, misteri, inefficienze, illegalità, soprusi, privilegi, disuguaglianze, violenze, incultura e tant’altro. Sorpresa?
 Di fronte a questa realtà melmosa, più disgustosa e sconcertante di quanto potessimo immaginare, si scopre il vero volto di non pochi italiani. Un volto, forse, antico. Crescono nei comportamenti quotidiani l’egoismo, l’indifferenza, la distanza, la diffidenza, il cinismo. Pensare solo a se stessi e ai propri cari: ho famiglia. Il familismo amorale non è mai morto, anzi. Incontrando per le strade la miseria e la sofferenza ci giriamo dall’altra parte, non abbassiamo più neanche il vetro della macchina: ho ben altro a cui pensare. Gli scarti umani, italiani o non, restino al loro posto; le responsabilità sono altrove. Rispetto al passato cestiniamo, quasi con fastidio, qualsiasi richiesta di aiuto, di solidarietà: ho anch’io i miei problemi. La rabbia, il disprezzo, l’odio covano ogni giorno, rodono l’anima e annebbiano il pensiero e andiamo alla ricerca di uno sfogo, di un capro espiatorio(immigrati, rom, diversi…) e ci lasciamo abbindolare dagli imprenditori della paura, che con ferocia speculano sulle disgrazie e i dolori degli uomini. Furbastro, spregiudicato ed irresponsabile chi sfrutta la situazione per qualche miserevole consenso, imbecille chi si lascia abbagliare dal venditore di turno. Ormai bastano quattro sciocchezze ripetute ossessivamente nei famigerati talk show per costruire un leader, nonostante la sua mediocrità ed insignificanza culturale e politica. Che tristezza!

In generale, una società frammentata, incattivita, ansiosa. Tutti sull’orlo di una crisi di nervi.
Giorni fa è uscito un libro di Remo Bodei(La civetta e la talpa. Sistema ed epoca in Hegel, il Mulino), nel quale, tra l’altro , si parla delle metafore hegeliane: la civetta di Minerva(che è poi la filosofia al crepuscolo, che pensa il proprio tempo) e la talpa(che è poi il movimento della storia). La civetta vede e non fa, la talpa fa e non vede. Ebbene, nel marasma odierno, nello sconforto crescente, per una volta, con serietà e con coraggio, non potremmo cercare di vedere e di fare?
In fondo, la vita, come scriveva un pensatore all’inizio del Novecento, non è un continuo aggiustare la barca mentre siamo in mare?

Un pensiero, infine, per il Natale e il presepe, simbolo della cristianità e, quindi, di pace e di fratellanza, per tutti. Lo scorso anno, nello stesso periodo, sempre su questo giornale, mi chiedevo se avesse un senso festeggiare. Festeggiare che cosa? A distanza di un anno alla non festa si aggiungono le lacrime di tanti, il pianto di molti. Piangono gli abitanti del presepe (anche il bue e l’asinello) e piangono gli spettatori, spaventati e atterriti. Tuttavia, anche il pianto, oltre che sfogo o finzione o disperazione, può, deve tramutarsi in consapevolezza e voglia di lotta. Toccato il fondo, o si muore o, risalendo, si ri-nasce. Anche, e soprattutto, per quelli che hanno perso la forza di piangere.

Luigi NIGER

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