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Stato contro stato,Italia allo sbando PDF Stampa E-mail
Scritto da A.M.Cavallaro   
martedý, 04 novembre 2014 08:05
ImageQuanto accaduto alcuni giorni fa a Roma, ci si riferisce agli scontri tra polizia e operai manifestanti, non è un episodio su cui poter sorvolare in modo superficiale, anzi ci dovrebbe dare spunto per diverse considerazioni riguardanti la difficoltà di vivere in questa nazione. Da un lato dei cittadini che giustamente manifestavano perché rischiavano di veder  compromesso uno dei diritti fondamentali previsti dalla nostra costituzione: il diritto al lavoro. Dall'altra dei cittadini definiti "servitori dello stato" che hanno cominciato a manganellare i primi.  Prima di proseguire però, se parliamo di  "stato" è necessario capire a quale "stato" ci riferiamo, perché  a questo punto in Italia di “stati”  sembra ce ne siano ben più di uno. Certamente c’è quello del popolo, definito “sovrano” in democrazia, popolo al quale viene riconosciuto dall'articolo 4 della Costituzione il diritto al lavoro. In esso si dice infatti che,  “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”,

questo principio é già  esposto in forma più generica nel 1° art. che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ma andiamo ancora oltre e vediamo che un altro importante articolo ci dice che, sempre quello stesso popolo, ha diritto di esporre la propria opinione liberamente e lo esplicita chiaramente il famoso art. 21, cui fanno ricorso di continuo i giornalisti quando viene loro limitata la libertà d’informazione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.” Ovviamente si può manifestare liberamente la propria opinione anche attraverso pubbliche manifestazioni (certamente senza arrecare danni di qualsiasi natura) nel rispetto del principio pluralista della legge   …che nelle formazioni sociali (o gruppi sociali) ovvero nella famiglia, nei partiti… Quindi anche i gruppi sono titolari dei diritti inviolabili e godono della tutela come i singoli, in quanto le aggregazioni, con l’affermarsi dello stato socialdemocratico sono diventate la sede naturale del confronto degli interessi degli individui. Tra lo Stato e l’individuo si interpone la formazione sociale, destinataria e soggetto di norme giuridiche distinta dai membri che ne fanno parte”. Insomma il pluralismo è un concetto essenziale della democrazia.

Gli operai presenti a Roma, quindi, avevano il DIRITTO di manifestare la propria opinione. Ma andiamo a intrufolarci in un altro “stato” più o meno parallelo, quello dei “servitori”, precedentemente citati, i poliziotti, ma anche i carabinieri, i finanzieri e tutti i funzionari  rivestenti incarichi pubblici che dovrebbero interagire per il buon funzionamento di questo apparato gigantesco e per niente snello che dovrebbe far star bene e garantire servizi e diritti, ma anche far rispettare i doveri. a tutti i cittadini. Questa persone che vengono regolarmente remunerate (spesso con evidenti disparità, ma questo è un altro discorso) e che vengono “assunte” per i loro specifici servigi s’impegnano con una formula particolare che è la seguente:

"Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni. Il giuramento è un “vincolo personale” che impegna ciascun cittadino che presta un servizio per lo Stato".

Una formula che non ammette incomprensioni, al primo posto la “fedeltà” alla repubblica e quindi al popolo e poi l’osservanza della Costituzione. Ci sembra chiaro che qualsiasi pubblico funzionario deve sforzarsi di fare in modo  che i diritti di “tutti i cittadini” vengano garantiti (sono pagati per questo). Ma come dicevamo prima, probabilmente lo “stato parallelo” di cui fanno parte impone loro di garantire prima di tutto i diritti di una piccolissima parte di persone che possiamo tranquillamente definire “monarchi”, poi quelli di loro stessi e infine, se resta tempo, quelli di coloro che faticando aspramente ed arrancando devono pagare per tutti.

Che un funzionario qualsiasi abbia preso l’iniziativa di ordinare la “carica” contro inermi operai che giustamente esprimevano il loro disappunto per la possibilità di perdere il lavoro, fa già abbastanza schifo, che poi i “monarchi” abbiano la sfacciataggine di voler anche giustificarne l’operato è semplicemente abominevole. Ma ciò che è veramente aberrante è il vedere quei poliziotti che come “mastini” incarognivano contro i loro stessi fratelli.  Se riflettiamo un attimo, però, su quanto avviene un po’ dappertutto, vedremo che “quasi”  ovunque (il quasi è obbligatorio per non offendere coloro che svolgono lealmente il proprio incarico) ci sia un  “servitore del popolo” che ha un minimo di potere, lo usa per angariare i propri simili, nascondendosi dietro lo scudo di leggi, norme, codicilli molto spesso privi di buon senso. In questo modo i “monarchi” hanno creato un terzo “stato” (non quello della rivoluzione francese, sic), quello dei burocrati, che spadroneggiano in tutti i gangli di questo enorme castello di poteri sotto sigle diverse (Equitalia, Agenzia delle Entrate, INPS, Regioni, Comuni ecc ecc) ma tutte concorrenti verso un unico fine: vessare il derelitto “popolo sovrano”.

Antonio Michele Cavallaro

Cliccare quì per il video del Fatto Quotidiano sugli scontri di Roma

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