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Bertolone: 50 anni di vita religiosa PDF Stampa E-mail
Scritto da L.M.Guzzo   
venerdý, 24 ottobre 2014 09:57
ImageIntervista all’Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, Postulatore per la causa di canonizzazione del beato p. Puglisi - 9 ottobre 1964- 9 ottobre 2014: cinquant’anni di professione religiosa per l’arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace monsignor Vincenzo Bertolone. Anche Postulatore per la causa di canonizzazione del beato padre Pino Puglisi, il Prelato appartiene alla Congregazione dei Missionari dei Poveri fondata a Palermo nel 1887 dal beato Giacomo Cusmano. Anzi, Bertolone è il primo, e al momento unico, religioso del “Boccone del povero” elevato all’episcopato.  (La redazione di sibari.info augura a mons.  Bertolone tanti anni ancora al servizio della Chiesa e della Fede)

Cinquant’anni di professione religiosa: un bel traguardo! Che cosa rappresentano per Lei?

«Ho voluto ricordare i cinquant’anni di professione religiosa, ai piedi della Vergine di Fatima insieme ai tre confratelli della mia Congregazione dei Missionari Servi dei Poveri, con i quali avevo emesso i voti il 9 ottobre 1964. Nella prospettiva di Dio, cinquant’anni sono un nulla, meno di un attimo, ma per noi, immersi nel tempo, sono un grandissimo dono, ricevuto non a nostro vantaggio, ma per gli altri. Anzitutto il dono del Battesimo, con il quale ogni cristiano viene “sigillato” e consacrato dalla Santa Trinità. Poi, il dono della vita consacrata che il decreto conciliare Perfectae caritatis, che rappresenta una sorta di compimento dei contenuti dottrinali già offerti dalla costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’, soprattutto nel capitolo dedicato ai religiosi presenta come il dono per imitare la vita del Figlio Incarnato e la sua radicale oblazione sulla Croce, sulla scia dei primi che si posero su quella via, cioè Maria e gli apostoli. L'essere totalmente dedito a Dio e l'aderire radicalmente alla vita sacrificale, per la mozione dello Spirito, è per ogni consacrato il simbolo sacrificale del regno di Dio che sta per venire e, quindi, contribuisce alla costruzione di una città nuova già in questa città terrestre».

 

Com’è sbocciata la sua vocazione nella Congregazione dei Missionari Servi dei Poveri?

«Sono tra i chiamati della primissima ora. Appena preadolescente, già mi avviavo a un lungo cammino di purificazione della mia vocazione cristiana e umana. Una cammino di ragazzo, adolescente, giovane in formazione continua, fatta di studio, di preghiera, di azione caritativa e pastorale, in quella che sarebbe diventata la mia Congregazione di appartenenza. A Palermo nell’Istituto del Boccone del Povero, dove mi sono trovato sin da piccolo, ogni angolo parlava e parla di Giacomo Cusmano, il fondatore della Congregazione, che mi piace chiamare “Dottore e padre dei poveri”. Cusmano era per me, l’uomo, il professionista, il prete, il consacrato che ricordava a tutti, anche alla pubblica autorità, il dovere di soccorso solidale. Non per motivi di benevolenza e di gratuità, bensì per dovere civico e per dovere di stato. Un sindaco, rispetto alla popolazione affidata al suo governo, agli occhi del Cusmano, non è null’altro che “padre dei poveri nel suo comune”. Nel passaggio tra la teoria e la pratica, spesso si è in difficoltà e ci si domanda ancora: “Chi è il mio prossimo?” (Lc 10,29). Il mio prossimo, mi insegnarono i miei superiori e formatori, è chiunque, in ragione del suo bisogno; è chiunque abbia un volto umano, che io incontro sulla mia strada, al limite anche il nemico, il delinquente, il criminale. È colui di cui mi devo prendere cura, risponderebbe a suo modo Giacomo Cusmano, come emerge chiaramente da queste parole: “È dovere cristiano quello di far bene al prossimo in tutto quello che ci è possibile…”. Nei luoghi formativi di quella che sarebbe diventata la mia Congregazione ho imparato dal vivo cosa significa mettere sempre da parte “il boccone per il povero” e far bene il bene al prossimo».

 

Che ricordi ha dei suoi primissimi anni di vita religiosa, che è per l’appunto una vita di “profezia”?

«Quanti ricordi… Forse il più vivo è legato alla figura di un missionario morto martire in Africa, padre Francesco Spoto. Una vita falcidiata dagli effetti della cosiddetta “rivolta dei Simba”, nel villaggio di Erira, il 27 dicembre 1964, a soli 40 anni. Questo umile figlio della terra di Sicilia è un modello di vita sacerdotale e compagno di viaggio alle comunità ecclesiali. Per questo viene oggi proposto in particolare come modello di vita consacrata. Allora, era l’agosto 1964, Spoto in partenza per l’Africa viene a visitare noi “novizi” al Collegio Cusmano a Roma. Ci porta a passeggio intorno al Collegio, allora molto ricco di alberi e, citando san Giovanni della Croce, afferma: “Il Signore è passato di qui; gli è bastato guardarli per renderli più belli”. Aveva detto san Giovanni della Croce: “Colui che vuole rimanere solo e senza l’appoggio di un maestro e di una guida, sarà come l’albero solo e senza padrone in mezzo alla campagna: per quanto abbondanti siano i suoi frutti, non li porterà a maturazione, perché verranno colti dai passanti”. E ancora: “L’albero coltivato, custodito e curato dal suo padrone dà i suoi frutti al tempo sperato”. Non è forse, questa, un’esistenza profetica per noi allora, giovani religiosi? E non continua a esserlo anche di più adesso, in quest’ulteriore tratto di esistenza che ci è dato di vivere?

Oggi si registra, soprattutto in Occidente, un forte calo delle vocazioni per la vita consacrata, sia nelle congregazioni maschili che in quelle femminili. A quali fattori, secondo Lei, è dovuto ciò?

«Le religiose in tutto il mondo sono più di un milione, ossia si dispone di una suora per ogni duecentocinquanta donne cattoliche, mentre i religiosi sono circa 270mila, tra i quali i preti costituiscono complessivamente il 35,6% di tutti i ministri ordinati della Chiesa, che in alcune regioni arrivano a essere più della metà del loro insieme, come, per esempio, nelle terre africane e in alcune parti dell'America Latina. Una condizione, quella di vita consacrata, ancora molto seguita da donne e uomini dei cinque continenti, anche se, in Occidente, essa vive i medesimi momenti di crisi e ripensamento che angustiano le società opulente e globalizzate. Il calo delle vocazioni specifiche nel mondo occidentale non riguarda soltanto i religiosi e le religiose, ma anche i preti. È un segnale quantitativo di qualche disagio, di qualche ritardo, non di Dio, il quale certamente continua a chiamare a ogni ora i suoi operai, bensì degli uomini, che hanno le “carte vincenti” per una proposta che rimane formidabile. Non è una proposta di rinuncia a qualcosa o a qualcuno, ma un lasciarsi abitare da un’autentica passione per Dio, che implica senza dubbio una passione per l’uomo. Come far passare questo profilo, fin nella fase della proposta vocazionale e, poi, formativa, dei postulanti e dei novizi dell’uno e dell’altro sesso? Come interagire, pur senza farle prevalere nella valutazione e identificazione finale delle vocazioni, con le scienze antropologiche, psicologiche e relazionali? Penso che uno dei fattori della crisi stia, nell’incapacità di suscitare grandi ideali nei nostri giovani, credendo infondatamente che essi ne siano alieni. Si tratta di ricavare dalla parola di Dio la proposta-scommessa di poter vivere una pro-esistenza simile a quella di Cristo, che interpella e si lascia interpellare, in continua ricerca e discernimento dei segni di Dio nella storia e in ascolto delle attese degli uomini. Siamo chiamate a grandi cose, a vantaggio della Chiesa e della società».

 

Nel Suo ultimo libro “I care humanum” (Rubbettino, 2014) Lei auspica che i consacrati nel loro apostolato si interessino di più dell’uomo e di tutto ciò che gli è proprio. Lei crede che questa strada possa essere un antidoto contro la crisi vocazionale e per il recupero dello specifico della vita religiosa?

«Trovare uno specifico ruolo dei consacrati di fronte all'impegno comune di tutti i fedeli di accogliere e ascoltare il Figlio, annunciando i tempi che stanno per venire: ecco la scommessa di un consacrato, oggi. Scriveva san Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica sulla Vita consacrata: “Alla vita consacrata è affidato il compito di additare il Figlio di Dio fatto uomo come il traguardo escatologico a cui tutto tende, lo splendore di fronte al quale ogni altra luce impallidisce, l'infinita bellezza che, sola, può appagare totalmente il cuore dell'uomo... in una tensione totalizzante che anticipa, nella misura possibile nel tempo e secondo i vari carismi, la perfezione escatologica”. Questa è la strada possibile contro i veleni di una società sempre più asfittica, perché chiusa ai grandi ideali, incapace di amare disinteressatamente e senza tornaconti, distaccata dall’accumulo, capace di amare chi comanda perché l’autorità esiste soltanto per servire. Se non si ritrova questa giusta strada, si perde di vista l’umano, si perde di vista la forma più bella di umano che è l’età bambina; si perde di vista la sfera femminile della società e della Chiesa; si perde di vista la corretta nozione di famiglia, fondata sull’amore tra un uomo e una donna, amore stabile, fedele e fecondo. Come consacrato e come Pastore, “mi sta a cuore” l’umano: per questo ho scritto una Lettera pastorale sotto la forma di un libro, un vademecum da tenere in tasca e leggere nei momenti liberi, possibilmente insieme con chi ci vuole bene».

 

Come un Vescovo vive la sua consacrazione religiosa?

«Un consacrato che, come me, ha ricevuto il sacramento di Ordine nella sua pienezza episcopale, sente forte l’esigenza di consacrarsi alla cura di ogni persona. Mi sta a cuore doppiamente ognuna delle persone che, come Pastore, ho “sposato”, perché la Chiesa, per un Vescovo, è una “sposa”. In particolare, come religioso “Servo dei poveri”, ho particolarmente a cuore gli ultimi, i piccoli, i senza voce, quelli che vengono emarginati, espulsi, messi da parte. Non c’è condizione estrema e di miseria in cui non sia un’umanità che attende prossimità e vicinanza da un Padre, qual è un Vescovo per il suo popolo. Ma un Vescovo resta pur sempre un consacrato, cioè uno che ha pubblicamente professato di essere pronto ad ascoltare per amore chiunque svolga compiti di autorità, di essere totalmente dipendente dagli altri perché in possesso di nulla e non attaccato a nulla che non sia Cristo, di essere innamorato di ogni persona, non di una sola, perciò vergine per il regno dei cieli».

Che cosa dice a un giovane che oggi voglia intraprendere un cammino religioso?

«Confida nella potenza della grazia divina e nella presenza materna di Maria. Anche oggi, anche se talvolta il futuro appare senza speranza, quando le esigenze futili diventano importanti, quando nessuno offre delle opportunità, quando la delinquenza o le cattive compagnie adescano come sirene. Gli direi: abbi fiducia, abbi fede. Nulla ti turbi, nulla ti spaventi, solo Dio basta! La fede, come afferma Natalia Ginzburg, “non è una bandiera da portarsi in gloria. È, invece, una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento in una notte d’inverno”. Non ti scoraggi l’arduo combattimento contro il Male. Poche, ma efficaci, le armi, che sono poi anche le armi del nostro Istituto dei Bocconisti: l’essenzialità, la semplicità, la modestia, la povertà, l’umiltà. Il mondo ci sollecita a “diventare grandi”; il Vangelo ci invita a “farci piccoli”. La scelta da compiere è chiara: con o contro Cristo. Un nuovo modo di vedere la fede: la luce di una candela accesa, portata in mano, in una notte d’inverno, tra mille avversità. È una luce che sta quasi nella penombra, come ha pure evocato l’enciclica ‘Lumen fidei’, l’enciclica di due papi, Benedetto XVI e Francesco. Ma riesce a diradare le ombre della notte del mondo e farci sperare che stia per venire l’alba».

 

Intervista di Luigi Mariano Guzzo

Fonte:  http://vaticaninsider.lastampa.it/

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