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La mosca (racconto) PDF Stampa E-mail
Scritto da E.Casella   
lunedý, 13 ottobre 2014 08:15
ImageIl signor Pasqualino Pasquale era un ometto basso di statura e di corporatura robusta, dai capelli radi e i baffi ingombranti. Quando aveva superato i cinquant’anni di età i suoi capelli, un tempo folti e nerissimi, avevano iniziato a ingrigire e a cadere, ma i baffi erano comunque rimasti neri e su di essi non vi era traccia di bianco. Da anni lavorava come ragioniere in una ditta che lo aveva sfruttato fino al midollo. Non era sposato e la sua unica compagnia era un grazioso cagnolino di nome Chicco che, quando tornava a casa, gli faceva sempre le feste. Era un’afosa sera d’estate e il signor Pasquale faticava ad addormentarsi. La mezzanotte era passata e lui si rigirava nel letto senza prendere sonno.  Il caldo l’opprimeva. Sudava e il sudore inzuppava il cuscino e il materasso. Cercava di darsi sollievo facendosi aria con le mani, ma non risolveva granché. Alla fine si stufò. Il ventilatore non funzionava. Andò alla finestra e l’aprì di colpo, sperando che almeno un poco d’aria entrasse e alleviasse la sua sofferenza, ma l’aria di fuori era ancora più calda di quella in casa. Il signor Pasquale andò per chiudere la finestra, rassegnato, quando una mosca entrò nella stanza.
Era molto piccola e, in un primo momento, il signor Pasquale non si accorse che era entrata un attimo prima che richiudesse la finestra con violenza.
Prima di tornare a coricarsi passò dal bagno, si gettò dell’acqua fresca sul volto e si rimise a letto.
Si distese e afferrò il guanciale premendolo contro il volto. Era morbido e soffice e la sensazione era piacevole.
Stava quasi per riaddormentarsi, quando sentì il ronzio della mosca che gli svolazzava attorno.
Si rizzò di colpo e per poco non cadde dal letto. Porse l’orecchio per sentire meglio (gli acciacchi dell’età oramai cominciavano a farsi sentire... ops!, perdonate il gioco di parole), ma non riuscì a distinguere alcun suono e se ne tornò a dormire.
Un paio di minuti dopo, quando era ancora una volta a tanto così dal prendere sonno, lo sentì di nuovo.
Questa volta scattò in piedi e accese la luce grande della camera da letto. Era molto forte e gli occhi gli fecero male per qualche secondo.
Camminò lungo la stanza, cercando di fare il minor rumore possibile.
Lei era lì, insieme a lui. Lo sentiva.
La ricerca non produsse alcun risultato e il signor Pasquale se ne tornò a letto, lasciando la luce accesa e chiudendo la porta, per impedirle di uscire.
Prima, mentre si muoveva adagio per la stanza, l’aveva sentita ronzare. Si stava prendendo gioco di lui.
Il caldo era insopportabile. Il signor Pasquale guardò la sveglia. Le due e un quarto.
La mosca aveva ripreso a ronzare, questa volta con più insistenza. Un paio di volte gli aveva anche svolazzato vicino alle orecchie. Il signor Pasquale aveva agitato le mani nella speranza di acchiapparla, ma, naturalmente, non c’era riuscito.
Decise che doveva farla finita.
Andò a prendere l’ammazzamosche. Forse era un po’ vecchio, ma era lo stesso molto efficace.
Tornò in camera, ma questa volta era armato.
Era ancora lì. Sapeva che c’era.
La trovò appollaiata al muro. Si avvicinò lentamente. Era a un passo da lei. Allungò il braccio, caricò il colpo e colpì senza guardare.
Quando aprì gli occhi vide l’ammazzamosche premuto contro il muro, ma non vide quello che sperava di vedere: il cadavere della mosca sotto di esso.
Il signor Pasquale imprecò e cercò di tornare a dormire, sempre stringendo tra le mani il suo amato ammazzamosche.
Passò un’ora. In sessanta minuti ci aveva provato più o meno una mezza dozzina di volte, senza successo.
Era stremato. Se prima non riusciva in alcun modo a addormentarsi, adesso avrebbe voluto gettarsi sul letto e dormire profondamente, ma non poteva. Uccidere quella mosca era diventata quasi la sua nuova ragione di vita.
E poi, anche se si fosse messo a letto, non sarebbe riuscito sicuramente a prendere sonno.
Lei glielo avrebbe impedito.
Erano le tre passate e lei ancora gli ronzava attorno, quasi per sfidarlo.
Mezz’ora dopo capì che, con quella, l’ammazzamosche non sarebbe bastato.
Avrebbe dovuto ricorrere alle maniere forti.
Prese un secchio sporco e vi legò uno spago. Fece passare lo spago sul lampadario e lo fece ricadere dall’altra parte. A terra mise del cibo avariato che aveva rinvenuto nell’immondizia. Si appostò in un angolo, in silenzio, e aspettò paziente.
La mosca non tardò a farsi viva. Si posò sul cibo e lo annusò febbrilmente. Il signor Pasquale capì che quella era la sua opportunità.
Cominciò a far scendere il secchio accorciando pian piano lo spago. Il secchio scendeva lentamente e, quando fu appena sopra la mosca e la sua ombra la coprì del tutto, il signor Pasquale lasciò andare la corda e quello calò di colpo sull’insetto.
Il signor Pasquale esultò.
“Ho vinto! Ho vinto! Vittoria! Vittoria! Ce l’ho fatta!”
Si avvicinò al secchio. Sentiva la mosca ronzare all’interno. Sbatteva contro le pareti, cercava invano di fuggire, ma non trovava una via d’uscita.
Passò all’incirca mezzo minuto prima che la mosca smettesse di ronzare.
Il signor Pasquale non la sentiva più. Si preoccupò un pochino. Batté due volte sulla superficie del secchio. “Ehilà?” fece. “Ci sei? Sei lì dentro?”
La mosca non rispose. Il signor Pasquale sollevò il secchio. Lei era ancora lì che aspettava. Appena vide la luce volò via passandogli davanti come una freccia. Il signor Pasquale imprecò come un pazzo.
A quel punto perse il controllo. Afferrò da sotto il cuscino l’ammazzamosche e si gettò all’inseguimento della mosca. La mosca svolazzava da una parte all’altra della stanza. Porta e finestra erano chiuse e non c’era alcuna via di fuga. Era in trappola.
Il signor Pasquale stava inseguendo la mosca, sferrando colpi a vuoto con l’ammazzamosche. Aveva colpito il lampadario, che per poco non gli era caduto sulla testa, e aveva ammaccato l’armadio in più punti.
Alla fine si buttò sul letto, stremato. Ansimava e i sudori gli scendevano sulla fronte e gli bagnavano il collo e le ascelle.
“Basta,” mormorò, con un filo di voce. “Hai vinto tu. Non so più cosa fare con te. Ti prego soltanto di lasciar...”
Si fermò di colpo quando vide la mosca posarsi dentro un cassetto aperto del comodino.
Si alzò dal letto e, camminando a passi leggeri, si avvicinò al comodino. Gli sarebbe bastata una sola mossa. In un colpo solo.
Il signor Pasquale assaporò il momento, poi colpì con la mano il cassetto aperto e questo si richiuse di scatto, con la mosca intrappolata al suo interno, senza alcuna via di fuga.
Il signor Pasquale gioì e prese a fare grandi capriole sul letto, urlando come un bambino.
Ce l’aveva fatta. Questa volta ci era davvero riuscito.
La gioia della vittoria durò ben poco. Si era rimesso a letto. Era nuovamente sul punto di scivolare nel sonno quando sentì il ronzare sommesso. Svolazzava all’interno del cassetto in cerca di una via d’uscita.
Il signor Pasquale imprecò e si avventò sul comodino. Lo prese e andò alla finestra. Aprì quest’ultima e adagiò il comodino sul davanzale. Era pesante e dovette faticare per riuscire a sollevarlo.
Sporse il comodino per metà all’infuori della finestra e attese un momento. Riprese fiato e, con un ghigno sinistro stampato in volto, lo lasciò cadere giù dal secondo piano.
Quando il comodino raggiunse terra si scheggiò ma non si ruppe. Il signor Pasquale lanciò un’ultima occhiata fuori della finestra, poi se ne tornò a letto, ridendo e urlando di gioia.
Dormì più o meno mezz’ora, poi la sveglia suonò le sette in punto. Il signor Pasquale si svegliò di soprassalto e vide il sole alzarsi nel cielo e illuminare la mattina.
Si alzò e corse in bagno a lavarsi, imprecando contro la povera mosca.

 

Ernesto Casella
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