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Rapporto tra tempo e memoria PDF Stampa E-mail
Scritto da L.Niger   
venerdý, 22 agosto 2014 12:50

ImageIl tempo, si sa, si legge su di noi e sulle cose (calendari, orologi ed altro servono solo a scandire e a regolare il ritmo dei giorni e delle opere), fugge inesorabilmente, anzi accelera impietosamente con il passare degli anni, lasciando ombre, tracce, segni, indelebili e tristi. Tutto questo per sottolineare la caducità della condizione umana. Precaria, fragile e finita. In verità, la caducità vale anche per la natura, ma nella natura si nasce, si muore e si ri-nasce, come le rose o i gelsomini o altro. Nell’uomo c’è l’essere e il nulla. Mai per sempre. Tranne per chi gode del dono della fede in un Dio, che per non pochi resta ancora dolorosamente sconosciuto e perduto. In tale condizione umana si inserisce anche il rapporto tra tempo e memoria e, quindi, tra vita e memoria, e ricordo.

Nella storia evolutiva, narratori, poeti, artisti, in genere, con le loro intuizioni hanno sovente anticipato alcune scoperte scientifiche, soprattutto, in riferimento alla conoscenza profonda dell’uomo. Gli occhi dell’arte hanno visto prima ed oltre degli occhi della scienza. E’ quello che, in minima parte, continua ad accadere ancora oggi, nonostante la mediocrità e la piattezza del tempo presente.

Da giorni penso di frequente ad uno dei temi sollevati, in un recente libro(La Reputazione , Feltrinelli) di uno scrittore straordinario, come Juan Gabriel Vasquez. Certamente da seguire e approfondire , in modo attento e riflessivo. Il tema è il seguente: “Che strana la memoria: ci permette di ricordare ciò che non abbiamo vissuto”(p.22). Nel lavoro che svolgo, la memoria, i ricordi, il passato, il vissuto, giocano un ruolo essenziale, sia ai fini della diagnosi, sia a quelli della terapia.

Quanti ricordi non sono stati mai vissuti, cioè non sono mai realmente accaduti? Quanti ricordi sono stati inventati, ampliati, corretti, deformati, per rendere il vissuto più tollerabile o piacevole? E il rimosso? E l’oblio, grande protagonista, agisce sui ricordi o sul vissuto? Interrogativi inquietanti e perturbanti. In ogni caso, i ricordi hanno orientato le nostre scelte, hanno condizionato le nostre vite.

E i ricordi costruiti durante l’infanzia dai genitori o da altri parenti che peso hanno avuto sulla formazione della nostra personalità?

Da più anni scrivo sulla prima pagina interna di ogni nuova agenda la breve frase di un grande pensatore, Paul Ricoeur: Je suis ce que je me raconte(io sono ciò che mi racconto). Tutti siamo il nostro racconto. L’identità, la personalità sono il nostro racconto. E come tutti i racconti, anche i nostri , sono il frutto di storia e di invenzione, di vero e di fantasia o di immaginazione. Nel narrarci qualche dubbio sul nostro passato, potrebbe, forse, essere salutare.

Luigi NIGER 

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