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Cassano negli anni '50 (racconto pubblicato sul periodico Simposio) PDF Stampa E-mail
Scritto da A.M.Cavallaro   
giovedý, 12 giugno 2014 07:12
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1955 - la prima Comunione
Era un giorno imprecisato del mese di Gennaio del 1951 quando insieme alla mia famiglia giunsi a Cassano, avevo 7 anni e frequentavo la seconda classe elementare nel piccolo paesino della Basilicata (Maratea) affacciato sul mar Tirreno dove abitavamo prima che mio padre fosse trasferito. Ricordo bene i preparativi per la partenza, la mamma aveva preparato i pacchi di cartone per riporre gli oggetti più delicati impacchettati con fogli di giornale e papà aveva smontato i pochi mobili quando giunse un camion sul quale caricammo le nostre masserizie e infine partimmo a notte inoltrata, ci aspettava un viaggio di soli 120 kilometri per percorrere i quali occorsero circa 5 ore. Del viaggio, ricordo che mio fratello ed io ci sistemammo nella cuccetta alle spalle dell’autista – dormimmo quasi sempre -  e i miei genitori si arrangiarono in qualche modo sull’unico sedile disponibile.

Non c’erano ditte di traslochi, il camion era stato messo gentilmente a disposizione dal marchese don Francesco Serra-Cassano e l’autista fu un giovane, al quale la mia famiglia ed io fummo sempre legati da stima ed amicizia, si trattava di Salvatore Rosa, che abitava a Sibari e che è venuto a mancare qualche anno fa.

Arrivammo a Cassano all’alba, c’era qualcuno che ci aspettava, erano i proprietari dell’appartamento che mio padre aveva preso in affitto, persone che ricorderò sempre con immutato affetto: Mast’ Ciccio Greco e sua moglie Fortuna. Aiutarono i miei genitori a portare subito in una cameretta un paio di materassi sui quali furono stese alla buona delle lenzuola, mio fratello ed io mezzo addormentati, continuammo saporitamente il nostro sonno al calduccio sotto un paio di pesanti coperte militari. A giorno fatto, quando ci svegliammo era stato tutto portato in casa, i mobili sistemati al loro posto e la mamma che già sfaccendava nella piccola cucina con le “fornacette” a carbone intenta a preparare la colazione per noi due. Si era d’inverno e faceva freddo, all’epoca non c’erano impianti di riscaldamento, chi non aveva il caminetto, come nel nostro caso, si riscaldava con il “vrascìere” (braciere) che consisteva in un contenitore, il più delle volte di rame, nel quale venivano versate le braci ardenti di carbonella e che veniva incastrato in un supporto rotondo di legno su cui i componenti della famiglia poggiavano i piedi per riscaldarsi le estremità sempre più infreddolite.

Non c’era la televisione, i più fortunati avevano la radio, noi eravamo fra quelli e tutte le sere, dopo aver fatto i compiti, ci mettevamo attorno a quell’unico punto di calore, insieme alla mamma che di solito sferruzzava, ad ascoltare dalla radio i romanzi a puntate o le canzoni e le musiche più in voga. Fui iscritto alla seconda elementare, parte della quale avevo frequentato a Maratea e fui inserito nella classe del maestro Antonio Gori,

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Antonio Gori
altro personaggio indimenticabile.  Ero molto timido  (sembrerebbe strano per chi mi ha conosciuto in seguito) ed ebbi qualche difficoltà ad ambientarmi, ma bastarono pochi giorni e tutto cominciò a piacermi ed a girare per il verso giusto. Ma la fortuna che mi era capitata fu quella di abitare in una casa completamente attorniata da botteghe artigianali e di fronte al cinema “Italia” già ex-cinema-teatro Bianchi ed ora Teatro Comunale.

La mia fanciullezza la vissi tra casa, scuola, strada e le innumerevoli botteghe di:  Mast’ Saverio Russo, falegname-ebanista (dove oggi c’è la cartoleria dei f.lli Vignale);  Mast’ Ciccio e Vicienz i mancinedd, maniscalchi (proprio sotto casa); Mast’ Liguardo (Edoardo) Graziadio, maniscalco, quasi a ridosso della roccia del castello; Mast’ Poldo Lione  tappezziere e materassaio,  faceva i cuscini per le carrozze e i carrozzini, selle e basti per cavalli e asini, “soffietti” in tela cerata sempre per i carrozzini ecc.; i F.lli Maradei, falegnami ebanisti (a lato del cinema (ora c’è un bar); Mast’ Salvatore La Padula (papà del prof. Giuseppe) e suo cognato Mast’Antonio Marini, falegnami ebanisti dove oggi c’è la farmacia del dott. La Rocca; un po’ più giù, Mast’ Ernesto Cosenza, carradore e fabbricante di torchi da vino, Mast’ Salvatore Bruno, fabbro; lì vicino un fabbricante di funi, “‘u funore” di cui non ricordo il nome e, quasi di fronte la fontana dell’ “Acqua Stufa”, la rinomata fabbrica di sedie della famiglia Mecchia dove lavoravano una ventina di operai fra donne e uomini. Dall’altro lato della villa comunale (dove oggi v’è una cartoleria) c’era “u vuttore” il bottaio e risalendo poi lungo la stradina che riporta alla piazza del teatro ancora una bottega quella dei falegnami  Lanzillotta di fianco all’unico albergo cittadino sempre della stessa famiglia e infine la bottega dell’orciaio.  Ma le botteghe che mi attiravano di più erano quelle del tipografo e “du’ curtigghrere”   (coltellinaio)  che erano situate in due locali dell’ex-granaio risalente al 1751 di recente abbattuto. Ricordo che negli anni ’50 il granaio era ancora utilizzato e ricordo anche benissimo i numerosi camions e carri tirati da muli e buoi che facevano la fila per scaricare i sacchi di frumento, di orzo e di avena che venivano stipati sotto le grandi volte ad arco.

Dopo i compiti il nostro “parco-giochi” era il “trott-cavall(nota 1)  altrimenti detta Via Luigi Praino, dove giocavamo finchè non annottava ai giochi più vari; “spizzinghele”, carruoscili”, “gune mont la luna”, “cavalier”, “sbatt-mur” e quando fummo più grandicelli a pallone. Gli artigiani erano continuamente disturbati da noi ragazzini, ma tutti alla fine ci davano un po’ di retta e soddisfacevano le nostre richieste magari in cambio di qualche “’mmasciete” come comprar le sigarette, imbucare qualche lettera, acquisti di vario genere nei negozi un po’ più distanti, andare a prendere l’acqua a “lappicidd” e lavoretti che potevamo svolgere senza grosse difficoltà. Molti di voi si chiederanno il significato di quelle parole citate poc’anzi ora forse ostiche, ma che per noi erano di uso comune. Facciamo un ripasso.

Image“Spizzinghele”, un gioco vagamente somigliante al crickett, ma senza palla. Per giocare occorreva una mazza preferibilmente piatta ed un pezzetto di legno cilindrico di circa 20 cm.  debitamente appuntito alle due estremità (per il reperimento dei due elementi i falegnami erano utilissimi). Il gioco: si segnava dapprima per terra un quadrato di circa 50 cm di lato e si poneva “u spizzinghele” (il legnetto appuntito) su uno dei lati, si faceva la conta tra i giocatori e al primo toccava iniziare. Si doveva colpire con la mazza uno dei lati del legnetto in modo da farlo saltare per aria e poi, al volo, colpirlo con  forza  e precisione per lanciarlo il più lontano possibile, il colpitore metteva poi la mazza su uno dei lati del quadrato e i restanti giocatori a turno dovevano lanciare  a mano l’attrezzo verso la mazza nel tentativo di colpirla o di farlo finire all’interno del quadrato, chi ci riusciva passava a impugnare la mazza ed a ripetere l’operazione.  “Carruoscili”, trottola di legno con un puntale di acciaio e una cordicella - ‘u lazz” - per lanciarla e farla girare per terra. Ce n’erano di vari tipi ve li elenco con la parola dialettale che li contraddistingueva:  “cor’alive chianteate”, “cor’alive spizzeate”, “mònach piatùsa” e “tavulune”, c’erano poi le varie tecniche di lancio, vale la pena ricordarle; ‘nsuprameane, ’nsuttameane e ‘nchiumm. Il gioco consisteva innanzitutto nello stabilire il “percorso” che bisognava far compiere al carruoscil  dello sfortunato che per la dura legge della conta veniva indicato dalla malasorte, il quale doveva mettere a terra il proprio giocattolo e gli altri dovevano tentare di colpirlo facendo girare ognuno il suo “attrezzo” il più vorticosamente possibile e, prendendolo sulla mano tesa mentre ancora girava lanciarlo violentemente contro quello che era a terra nel tentativo di farlo avanzare verso la fine del percorso stabilito. Chi non riusciva a colpire doveva mettere la propria trottola a terra e sperare nell’errore di qualcun’altro. Quando il percorso era compiuto, la trottola rimasta a terra veniva colpita violentemente da ognuno dei contendenti con il puntale di acciaio del proprio carruoscili, tante volte quanto era stato stabilito a inizio partita. I colpi che venivano inferti si chiamavano “zichini”. Spesso accadeva che sotto i colpi maligni dei vincitori la povera trottola si spaccava e il malcapitato proprietario doveva provvedere a procurarsene una nuova.

Ma non vi ho svelato il significato dei termini con cui venivano definiti i vari tipi di carruoscili.  Per la fabbricazione di un buon giocattolo era necessario un robusto ramo di ulivo ben stagionato, che una volta lavorato al tornio prendeva la forma voluta, provvisto poi di puntale in acciaio, veniva immerso nell’acqua, se andava a depositarsi sul fondo della vasca era cor’alive spizzeate, se andava in fondo alla vasca ma restava dritto era cor’alive chianteate e se, malauguratamente restava a galla era un tavulune, cioè non fabbricato con legno d’ulivo e quindi di poco valore e soggetto a rompersi molto facilmente. (nota 2) (per il lavoro al tornio, mast Ernest era il più gettonato, per i puntali si pregavano i diversi maniscalchi e fabbri che si prestavano ad accontentarci) la “monach piatus” era definita la trottola senza “a monacedda” cioè la testina superiore, che serviva per mantenere l’equilibrio verticale al giocattolo mentre girava.

ImageMa uno dei giochi più praticati, anche perché non abbisognava di attrezzo alcuno ma di abilità e agilità fisica era “gune monta la luna” , che consisteva nel saltare sulla schiena del compagno, che sempre attraverso la conta veniva indicato per iniziare il gioco. Durante i trentuno salti bisognava pronunciare delle frasi ed eseguire delle evoluzioni particolari, a chi sbagliava toccava andare sotto e prendere il posto di chi lo precedeva. Le voci erano tutte molto esplicative e non credo che servano spiegazioni particolari salvo magari per qualcuna:

Ovviamente era necessario conoscere a memoria tutta la tiritera. Interessante da ricordare è che questi giochi venivano considerati “plebei” da chi aveva la puzzetta sotto al naso e spesso vietati da quei genitori che volevano apparire più aristocratici o comunque (vezzo non solo cassanese) non inferiori a quelli che lo erano davvero. Devo dire che i miei genitori non mi proibirono mai di praticare questi, chiamamoli, “sports” e ancora oggi sono loro grato per avermi permesso di poter entrare a far parte, e di conoscere il mondo popolare, genuino e veramente autentico del paese nel quale la sorte mi aveva condotto.

Vi ho parlato delle botteghe artigiane che erano nei pressi di casa mia, ma in giro per tutto il centro abitato ce n’erano moltissime altre come ciabattini-calzolai, stagnini, falegnami, ebanisti, sarti, barbieri, muratori, vinai o cantinieri ecc ecc ecc. un mondo laborioso che produceva con professionalità tutto quanto necessario all’intera comunità.

Nei pressi di dove oggi si trova il bar Martucci, vi era un lattoniere o stagnino con la fucina sempre accesa, noi ragazzini andavamo ogni tanto a disturbarlo per raccogliere rimasugli di stagno o di piombo che  facevamo fondere su improvvisati falò per poi lasciarli cadere in acqua e ottenere così delle forme strane e curiose.

Lungo il muro vicino alla cartoleria Vignale si trovava una fontana con due cannelle e un abbeveratoio davanti al quale ogni sera si formavano code di asini per bere prima di andare a riposare  nelle proprie stalle, i proprietarie delle bestie a turno, modulavano un fischio particolare per indurre gli animali a bere il più possibile, in modo che “facessero il pieno” , noi, ragazzini insolenti,  di nascosto fischiavamo in modo diverso, sì da confondere gli asini che tra ragli e lo scalciare nervoso non ne volevano sapere più di abbeverarsi, facendo arrabbiare i contadini e sghignazzare i monellacci.

Il trott’cavallo fu palestra, parco giochi, campo sportivo, lì organizzavamo, partite di pallone e qualche volta pericolose sassaiole che ogni tanto avevano quale sgradito risultato qualche testa rotta. Nei pressi della grotta denominata “vuccucciarda” c’era una cava di pietra, dove, ogni tanto  lavoravano diversi operai che, con picconi  mazze e scalpelli, preparavano i fori da riempire con cariche esplosive  per far saltare grossi pezzi di roccia da ridurre poi in blocchi di pietra per le costruzioni. Quando gli operai “scapolavano” andavamo a cercare fra le rocce pezzi di miccia e cartocci di polvere nera inesplosi, che facevamo saltare magari sotto una latta per provocare uno scoppio più fragoroso, giochi certamente pericolosi, che facevamo di nascosto per non provocare le ire dei nostri genitori.

Ricordo che  l’asfalto finiva subito dopo il teatro, da lì in poi la strada era tutta in terra battuta, solo verso la fine degli anni ’50 si provvide ad asfaltare la tratta successiva fino al bivio di Garda e a Lauropoli.  Un altro dei nostri giochi preferiti consisteva nella costruzione dei “carr”  sui quali come ruote, montavamo cuscinetti a sfera  (in mancanza di quelli si era costretti a farci fare dai soliti “amici” falegnami delle ruote di legno). I più veloci erano quelli con cuscinetti a sfera, grandi, di camion quelli posteriori e più piccoli quelli anteriori,  ci si sedeva rannicchiati, di solito in due e si filava nelle discese a velocità veramente considerevoli. Quando fu asfaltato il tratto a partire dal teatro fino alla fontana  dell’acqua sulfurea, quello  divenne il nostro “circuito” preferito e si dimostrava la nostra bravura di piloti restando nella traiettoria giusta nel curvone di fianco alla villa comunale, spesso però non ci si riusciva e finivamo a gambe all’aria provocandoci escoriazioni che si medicavano alla meglio. Giochi pericolosi che si facevano senza pensarci molto su, c’è da dire che il traffico automobilistico del tempo era molto limitato.

Le innumerevoli esplorazioni che facemmo nelle varie grotte di Cassano, che allora erano aperte “al pubblico” (si fa per dire)  muniti di  qualche torcia elettrica e pezzi di corda sono rimaste nei nostri ricordi come le più pericolose, (eravamo però più grandicelli) una ne ricordo in particolare, quando attraverso la grotta superiore di Sant’Angelo entrammo in cinque nell’intricato ipogeo e riuscimmo a raggiungere, calandoci con una grossa corda di canapa da basto, in quella dove si trova la stalagmite chiamata “del monaco”, uno di noi, il compianto Gerardo Biscardi, di età un po’ più grande, aveva procurato una batteria d’auto, che ci trascinammo dietro per illuminare il percorso per mezzo di un faro, Gerardo con un telaietto da egli stesso costruito aveva fissato sulle spalle la batteria in modo da poterla portare più comodamente. Peccato non aver avuto una macchina fotografica per immortalare quei momenti, ma all’epoca non era da tutti possederne una.

Durante una di quelle incursioni penetrammo più all’interno, uno dei nostri compagni fu colto da malore, respirava con difficoltà ed era quasi privo di forze, riuscimmo a portarlo all’esterno, a fargli bere un po’ d’acqua, finché a poco a poco riuscì a riprendersi, ma quando lo conducemmo a casa sua, fummo investiti da maledizioni e improperi dalla madre che sapeva delle difficoltà respiratorie del figlio, di cui noi, però, non eravamo a conoscenza.

 Il mio primo paio di scarpe eleganti fu fatto su misura da mastr’ Gabriele, calzolaio di grande abilità alla cui bottega imparò il mestiere uno dei pochi rimasti ancora in attività, seppur in modo saltuario, mastr’ Liborio Praino. Qualche anno fa fermandomi nella sua bottega mi disse: “Sono alla ricerca di apprendisti e non riesco a trovarne, credo proprio che quando smetterò, a Cassano non ci sarà più nessuno che farà il mio mestiere.”  Questa fu l’amara considerazione  del bravo artigiano. L’ultimo della sua categoria nel nostro paese, purtroppo i giovani d’oggi, anche se disoccupati, preferiscono vivacchiare con qualche deca di mammà o di papà, e oziare gironzolando senza meta piuttosto che imparare un mestiere antico ma remunerativo. Troppo disonorevole, scherziamo, stare da mattina a sera a riparare scarpe curvi sul deschetto, non se ne parla proprio, salvo poi cercare i soldi facili, finendo nell’illegalità, come purtroppo constatiamo ogni giorno di più.  

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Mastr Liborio oggi
Mastro Liborio ha la sua botteguccia nei pressi delle scuole elementari di via Siena, di fronte c’è l’ex-arena centrale. Abbiamo ricordato insieme gli anni passati quando a Cassano di ciabattini ce n’erano tanti, poi uno ad uno hanno chiuso bottega per raggiunti limiti d’età o per aver raggiunto il Padre Celeste. Ricordava il suo apprendistato, Liborio, col severissimo mastro Gabriele, che aveva bottega nei pressi di piazza mercato e che spesso mollava anche qualche scappellotto benevolo, quando si sbagliava, “grazie a quei rimbrotti sono diventato un buon artigiano”, mi disse, “ma allora si producevano anche scarpe nuove di zecca, le riparazioni passavano in second’ordine e bisognava conoscere bene il mestiere per fare lavori perfetti, scarpe che calzassero alla perfezione, era una grande soddisfazione vedere le mie scarpe calzate dai clienti per il passeggio o per il lavoro”.In quella botteguccia mastro Liborio c’è dal 1964, ben 50 anni, oltre quelli passati da apprendista “add’u mastr’ Gabriele”, un’intera vita col trincetto, il punteruolo, la lesina, le forme, l’odore del cuoio dei pellami, dei coloranti. Proporrei mastro Liborio per un’onorificenza al merito della fedeltà al lavoro.

A poco a poco in Italia la grande industria cominciò a produrre di tutto e di più e i nostri artigiani, uno alla volta, chiusero tutti i battenti, chi ancora era giovane trovò impiego presso pubblici uffici, svilendo il proprio amor proprio accontentandosi, in cambio di uno stipendio modesto ma sicuro, di fare il bidello, l’usciere, il fattorino. Un’autentica miniera di saperi finiva così nel dimenticatoio senza che nessuno se n’accorgesse.

Ma chi come me ha vissuto la sua fanciullezza in quegli anni non potrà mai dimenticare ‘i putigh, giacimenti scomparsi di cultura, di professionalità, di manualità, di pazienza e laboriosità che non trovano uguali nel mondo affannoso in cui oggi viviamo.  Tanti sono gli episodi e aneddoti che potrei ancora narrare, per il momento penso che basti così, se me ne sarà data ancora l’opportunità, continuerò in una prossima occasione a ricordare e a proporvi quelle storie cosiddette minori, che hanno influenzato, però, la vita, le abitudini ed il pensiero di intere comunità.

Antonio Michele Cavallaro

 

Note:

1)       Trott-cavall: era chiamata così l’attuale Via Luigi Praino, perché in quel luogo avvenivano le contrattazioni per l’acquisto e la vendita di asini, muli e cavalli. Vi erano delle stalle dove una famiglia di ex-nomadi, che ora non vive più a Cassano, commerciava con questo tipo di animali e nelle varie fasi delle contrattazioni si osservavano attentamente i quadrupedi per capire se avessero anomalie nei movimenti, per questo li si faceva trottare mentre gli occhi esperti dei compratori scrutavano eventuali difetti.

2)       Il peso specifico del legno d’ulivo quando non è ben stagionato è maggiore di quello dell’acqua, quindi non galleggia.

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