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UNA BANANA CONTRO IL RAZZISMO PDF Stampa E-mail
Scritto da E.Casella   
venerdý, 02 maggio 2014 09:07

ImageDomenica, 27 aprile, al Madrigal di Vila-real, si è disputato l’incontro di Liga spagnola tra Villareal e Barcellona, vinto in rimonta dai blaugrana per 3-2.

Durante il match, un avvenimento eclatante che ha fatto immediatamente il giro del mondo.

A circa metà del secondo tempo, il terzino brasiliano del Barcellona Dani Alves si appresta a battere un calcio d’angolo. Improvvisamente, si ferma e raccoglie qualcosa da terra. Si tratta di una banana, lanciata da qualche insano di mente dagli spalti. Il difensore brasiliano raccoglie la banana, chiara offesa razzista nei suoi confronti, la sbuccia, la mangia e batte tranquillamente il corner.

Il gesto di Dani Alves ha fatto rapidamente il giro del mondo e, dai vari social network, sono giunti chiari messaggi attraverso foto di personaggi importanti, quali calciatori ma non solo, per  dire: “Razzisti? Non vi temiamo.” Sembra quasi che sia divenuto il nuovo simbolo della battaglia al razzismo. È proprio il caso di dirlo: una banana al giorno toglie il razzista di torno.

Aggiungiamo quindi una pagina nuova, una pagina importante alla lotta al razzismo, questa grande battaglia che affonda le sue radici nell’emblematico discorso di Washington, nell’agosto del 1963, in cui un uomo di colore, un pastore americano, un “sognatore” di nome Martin Luther King, rivela a migliaia di persone il suo sogno:

I have a dream: that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: ‘We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal’.”

Queste le parole di King, parole che ancora oggi, dopo più di mezzo secolo da quello storico discorso davanti al Lincoln Memorial di Washington, abbiamo sulla bocca. Spesso lo diciamo quasi per scherzo, tanto da aver trasformato queste parole pregne di valore in un modo di dire, al pari del Carpe diem di Orazio, senza molte volte capirne il vero significato.

Ma possiamo anche andare più indietro. Ad esempio, possiamo andare al 1955 e, precisamente, al primo di dicembre di quell’anno.

Ci troviamo a Montgomery, in Alabama. Una donna, una sarta di colore di poco più di quarant’anni, sta tornando a casa in autobus. D’un tratto, il conducente del mezzo le dice di alzarsi per far sedere un passeggero bianco appena entrato. La donna, con grande calma e tranquillità, risponde che non intende cedere il suo posto. La vicenda si conclude con l’arresto della donna, accusata di aver violato le norme cittadine, ma tutto ciò non passa inosservato.

Infatti, il gesto di questa donna da il via a quello che sarà poi chiamato il “boicottaggio degli autobus a Montgomery. Il tutto fu organizzato proprio da Martin Luther King, allora solo un pastore protestante sconosciuto. Nessun nero doveva prendere un autobus. La protesta andò avanti per oltre un anno, e si concluse nel dicembre de ’56, dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò fuorilegge la segregazione razziale sui mezzi pubblici.

Quella donna si chiamava Rosa Parks, e da allora divenne un simbolo del movimento per i diritti civili, e fu chiamata “The Mother of the Civil Rights Movement”.

Ma ora, torniamo a Dani Alves e a quella ormai famosa banana, che ha costituito lo spunto per questa  riflessione.

Io spero vivamente che questo gesto del calciatore brasiliano rimanga per sempre scolpito nei nostri cuori e soprattutto nelle nostre menti, e che non diventi una delle tante mode passeggere che ci circondano. Io spero che questo messaggio direttamente rivolto al razzismo e ai razzisti costituisca davvero un simbolo su cui noi dobbiamo fondare i nostri ideali e i nostri pensieri, perché il razzismo non ha vinto, e non vincerà mai.

 

Ernesto Casella

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