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Le ragazze e il sesso PDF Stampa E-mail
Scritto da L. Chiarello   
giovedý, 17 aprile 2014 07:48
ImageUna recente inchiesta sulle giovanissime e il sesso, pubblicata qualche giorno fa da il Fatto Quotidiano, ha rivelato in maniera impietosa come, per alcune quattordicenni, la propria condizione sessuale sembrerebbe essere diventata una sorta di status, indispensabile per essere accettate nel gruppo e, in particolare, dalle coetanee. Sesso, dunque, vissuto come un ennesimo gadget da consumare; sesso da perseguire a qualunque costo come merce di scambio sociale, dovunque capiti e con chiunque capiti, preferibilmente con sconosciuti, magari meglio se ubriache, per non ricordare il giorno dopo quella strisciante sensazione di squallore o chissà, addirittura di dolore provato.  Purché lo si faccia e purché non si arrivi al tempo massimo imposto convenzionalmente dal gruppo: chi arriva al secondo liceo senza aver vissuto questa esperienza viene considerata una “sfigata” ed irrimediabilmente isolata, sottoposta a scherno e disprezzo.Siamo nella Milano bene, in un importante liceo cittadino, e, al lunedì mattina, davanti a scuola, queste quattordicenni e quindicenni si incontrano; alcune di loro annunciano trionfalmente di aver compiuto il fatidico passo. (in coda l’articolo del Fatto Quotidiano)

A leggere l'inchiesta sembra di vivere un incubo.
Il linguaggio usato, lo “slang”, è diretto e brutale come può esserlo quello dei nostri giovani. Ma questa volta supera ogni limite del rispetto di sé: “finalmente mi hanno stappata!”, oppure “ieri sera mi hanno sturata!”.

Lungi da falsi moralismi, o da visioni sessiste, tutto sommato ci pare che nel racconto proposto nell'articolo del Fatto qualcosa che non va, ci sia.
Voltarsi dall'altra parte, ritenendo che sia solo un gioco, o che sia un fenomeno isolato e parziale, non è saggio. D'altro canto, nemmeno versare lacrime da coccodrillo, o fingere di cadere dalle nuvole, lo è. Queste ragazzine sono le nostre figlie, le nostre sorelle, le nostre studentesse, le nostre normalissime vicine di casa.

La riflessione a cui questo episodio mi ha indotta, è purtroppo amara e dolorosa, soprattutto all'indomani di una celebrazione come la cosiddetta “festa della donna”.
Sono una donna e forse avrei dovuto lanciarmi nella solita retorica delle frasi fatte celebrative o compiacenti delle donne: sarei stata certamente “politically correct”, ma forse sarei stata anche ipocrita.

E voglio chiarirmi per non dare adito a false interpretazioni di ciò che andrò a dire.

Mi sono domandata molto in questi giorni se a quelle ragazzine, alle nostre figlie, non si sia finito col trasmettere un'immagine fasulla del femminismo, cioè di uno pseudo-femminismo bieco e tendenzioso che va urlando “il corpo è mio e lo gestisco io”.

Ci mancherebbe, il corpo delle donne appartiene alle donne, ma quelle ragazzine, donne anch'esse, come avvertono il loro corpo, come una espressione sostanziale e meravigliosa della loro natura, o come oggetto da svilire, merce di scambio da barattare per una fantomatica “iniziazione” alla vita di gruppo?

Talune obietteranno che una donna deve essere libera anche di vendersi o di “usarsi”, che nessuna può giudicare nessuna e che se ciò risponde ad una scelta libera... ebbene così sia.

Ma siamo sicure che, così facendo, quando chiediamo di non essere usate dal “maschio”, sia davvero lui a farlo “per sua colpa” e non noi a “scegliere liberamente” di permetterglielo, favorendo proprio quella mentalità maschilista (origine di abusi e violenze) che tanto combattiamo?
Difficilissimo rispondere. Ma almeno la domanda abbiamo il dovere di porgercela.

Non voglio certamente sminuire il valore delle conquiste di emancipazione ottenute dalle donne per le donne, a partire dal suffragio universale, alla legge sul divorzio e sull'aborto. Sono una donna e se oggi riesco ad esprimere liberamente me stessa (anche con questo articolo) lo devo a queste conquiste ottenute anche per me.

Ma quante volte, e i media ce ne danno quotidianamente notizia, la donna si automercifica consapevolmente, traendo vantaggi e privilegi attraverso l'uso strumentale della propria sessualità, da un punto di vista concettuale e culturale prima ancora che pratico, naturalmente rimpallando poi la responsabilità sulla cultura maschilista?
Abbiamo dimenticato tutti, per esempio, la vicenda delle ragazze di grandi speranze, grandi come i loro décolleté, che abitavano nel famigerato appartamento di via Olgettina a Milano?

Nessuno vuole giudicare nessuno. Passi.

Ma i risultati di determinate scelte, di certe consuetudini, li si può analizzare?
Se la risposta è si, allora facciamolo, senza paura di trovare contraddizioni e fraintendimenti fra noi, senza paura di scoprire che certi comportamenti sono, di fatto, disfunzionali.

Si parla comunemente di questione femminile e certamente una questione femminile esiste.
Ma anche con tante ipocrisie, falsità, luoghi comuni e cattive interpretazioni su questo concetto, che ben lungi dal costruire la tanto agognata parità, finiscono con l'indurre ed alimentare altra disparità, altre sopraffazioni altrettanto bieche e svilenti.

Aggiungerei onestamente, quindi, che se esiste una questione di genere, deve per forza esistere oltre che una questione femminile, anche una “questione maschile”, una questione degli anziani, una questione infantile e così via.

Qualche esempio?

Ne Regno Unito, il sottosegretario alla Giustizia, Damian Green, ha presentato un nuovo fondo di cinquecentomila sterline dedicato al sostegno degli uomini vittime di violenza sessuale. E contestualmente è stata lanciata una campagna governativa chiamata “breakthesilence” (rompi il silenzio) mirata a rendere più facile anche per gli uomini parlare e denunciare casi di violenze sessuali. Naturalmente il fatto che la violenza sessuale si intenda compiuta da un uomo verso una donna (e cosi è purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi) costituisce uno dei principali problemi culturali nell'affrontare la violenza sessuale contro gli uomini.

Pensiamo alla inesattezza concettuale del termine “femminicidio”, che credo, nonostante non sia un legale o un'esperta di giurisprudenza, sia anche un'inesattezza tecnica, in quanto prefigurerebbe un'aggravante “di genere” piuttosto che “di comportamento”.
Perdonatemi se userò una terminologia tecnicamente inesatta: ma credo che legittimamente si possa ritenere che il concetto stesso di delitto di genere sia contrario agli interessi delle vittime.
Il femminicidio è una definizione mediatica: esistono esseri umani (donne, bambini e “perfino” uomini) assassinati, ed esistono le pene per questi atti, con la considerazione delle aggravanti che li accompagnano. Aggravanti magari, questo si, legate al fatto che determinati delitti vengano commessi in ambiente familiare, con l'amore come incredibile giustificazione, violando quel senso di affidamento che ad esso dovrebbe riconnettersi, e/o nei confronti di chi è particolarmente debole o esposto. O commessi con particolare ferocia o per motivi futili. E via discorrendo.

Tutto ciò non certo per ridurre in gravità il fenomeno dell'abuso sulle donne nella famiglia, ma anzi per porlo davvero al centro dell'attenzione in tutta la sua estensione reale.

Ancora.
Perché, nei nostri mezzi di comunicazione, si tace con ostinazione che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha condannato l'Italia, nel Gennaio 2013, per non avere predisposto un sistema giuridico e amministrativo adeguato a tutelare il diritto inviolabile del genitore e nella fattispecie, del padre separato, di esercitare il naturale rapporto familiare col figlio?
Eppure, lo sappiamo tutti, si tratta questa di una casistica assai diffusa, una forma di violenza sottile e invisibile, contro i padri, casistica che vede spesso la madre separata artefice o istigatrice di tale condotta.
E quante volte nei tribunali si è formalizzato l'affido condiviso, mentre nei fatti concreti si è poi realizzato un affidamento quasi esclusivo, in quanto la donna ha poi relegato al minimo il diritto di visita del padre? E, in questo caso, è quasi sempre la donna a commettere questa “violenza”.
Questa ingiustizia, non avrebbe, a diritto, la necessità di assumere il titolo di violenza di genere?
E' una violenza subdola, spesso sottile e mascherata da ipocrisia, ma è violenza.
Perchè non siamo noi donne, le prime a denunziare i casi di abuso della posizione genitoriale?

Qualche tempo fa, ho avuto un colloquio con don Bruno, direttore della Caritas diocesana della mia città, il quale mi ha confidato che le varie sedi della Caritas, in Italia, ormai pullulano non solo di extracomunitari e disoccupati, ma anche di intere famiglie in difficoltà economica, ma soprattutto, ed è una notizia da raggelare il sangue, di padri separati. Quanto affermato da don Bruno conferma una tendenza documentata da varie indagini, secondo cui un terzo circa degli ospiti dei centri Caritas, sono ormai padri separati espropriati del reddito o della casa, anche se sono poi loro che in realtà continuano a pagare il mutuo o il fitto.

Altre statistiche affermano che il 95% dei casi delle denunce effettuate da donne per stalking o abuso in ambito familiare, sono in effetti false o strumentali, in modo da ottenere un vantaggio in sede giudiziale.

Sarà vero tutto questo?

In ogni caso, non sarebbe davvero importante porci certe domande, metterci davanti ad uno specchio per capire subito se nella ricerca della indiscutibile parità e dignità non si siano talvolta adottati proprio quei metodi “maschilisti” che non ci appartengono?

Parità non significa uguaglianza nel male.

Noi siamo donne, viviamo da donne e pensiamo da donne. Siamo differenti e specifiche.
La dignità è pari, indiscutibilmente. Per questo siamo pronte a soffrire ed a morire... e lo abbiamo fatto.
Ma possiamo e dobbiamo rivendicare una nostra strada alla vita, all'essere... non acquisire metodi e comportamenti che non sono nostri e che per decenni abbiamo strenuamente denunziato e combattuto.

E proprio per questo possiamo dire che ciò che oggi può cambiare davvero le cose, è solo un impegno per la reale emancipazione di tutte le persone, e per un abbattimento delle ingiustizie che colpiscono, sì, e in misura maggiore le donne, ma anche gli uomini, gli extracomunitari, i vecchi e i bambini.
Occorre una lotta contro tutte le violenze ingiustificate, contro tutti i pregiudizi, e soprattutto contro tutte le illusioni.

Essere libere, e lo dico da donna a cui comincia a stare stretta questa faccenda di essere considerata una specie sotto protezione, è una conquista delle menti e del carattere prima ancora che dell'agire sociale. E quando dico libere, intendo libere dalle falsità, dagli stereotipi, libere dalle strumentalizzazioni di fatti che noi per prime sfruttiamo come armi.
I miei diritti sono diritti, non perché sono donna, o non solo per questo, ma perché come essere umano ne sono portatrice. Spesso invece ci troviamo davanti a comportamenti sleali trasversali, che attengono all'agire dell'uomo ma anche della donna. Il valore che io ritengo di aver diritto è quello non di essere donna tout court, ma di essere persona.

Insegniamo alle nostre figlie a guadagnarselo, il rispetto, e dopo ad esigerlo, non facendo mai spreco di sé e avendo per prime il rispetto di se stesse.

Loredana Chiarello

Cliccare quì per l'articolo del Fatto Quotidiano

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